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È, purtroppo, un argomento che non genera particolare interesse soprattutto tra le imprese. In GDO meno ancora. Prevale una sorta di fatalismo e di volontà di “far da sé” prendendo dai CCNL solo ciò che consente di non trovarsi, prima o poi, in contrasto con la legge. È un errore perché  oltre a delegittimare un insieme di regole condivise, riconosciute  ed equilibrate proprie del sistema delle relazioni sindacali nel nostro Paese spinge una parte della magistratura ad avocare a sé il diritto di stabilire concretamente cosa significa “giusta retribuzione” concetto che rischia di andare ben al di là di ciò che rappresenta l’equilibrio necessario tra le parti. Non è una caso che la stessa Corte di Cassazione ricordi che si deve applicare comunque l’orientamento che pur individuando in prima battuta i parametri della giusta retribuzione nel CCNL non esclude di sottoporli a controllo e di doverli disapplicare allorché l’esito del giudizio di conformità all’art. 36 Cost. si riveli negativo, secondo il motivato giudizio discrezionale del giudice. Da qui la necessità di fare un passo in avanti.

Il 25 novembre 2015, nel comparto del terziario,  fu firmato l’accordo interconfederale sulla rappresentanza tra Confcommercio e Cgil, Cisl e Uil. (leggi qui). L’accordo regolava la contrattazione collettiva, la misurazione della rappresentatività e le forme di rappresentanza in azienda. Faceva  seguito al Testo unico sulla rappresentanza firmato da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria il 10 gennaio 2014 e a quello sottoscritto dai sindacati con le Cooperative il 28 luglio 2015. Sono quindi passati ben dieci anni. Poca strada si è fatta e, abbiamo assistito a fenomeni che, se lasciati crescere, potrebbero far deragliare l’intero sistema delle relazioni sindacali. Innanzitutto la firma stessa dei CCNL sconta ritardi che, oltre ad essere scorretti, sul piano degli impegni reciproci, il riapparire dell’inflazione ne aggrava l’effetto sui salari e quindi sui consumi. In secondo luogo la crisi della contrattazione di secondo livello, complessivamente calata e, dove è sopravvissuta, ha purtroppo perso in qualità, interesse reciproco e valore di scambio. Infine la proliferazione di una contrattazione in pejus (per il lavoratore), attraverso l’adozione dei cosiddetti contratti “”pirata, a testimonianza di una degenerazione del rapporto di lavoro sia in termini di diritti, di quantità salariale erogata e di concorrenza sleale tra imprese. Ma anche di qualità e di riconoscimento della rappresentanza.

Il 31luglio di quest’anno la nota congiunta di Confindustria e Cgil-Cisl-Uil, rilancia il tema  dopo che  sono stati resi noti i dati raccolti ed elaborati nel corso del 2024 dall’INPS, in collaborazione con l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, per la misurazione della rappresentanza sindacale ai fini della stipulazione dei contratti collettivi nazionali di categoria. “A fronte dei 214 contratti nazionali sottoscritti da federazioni di categoria aderenti a Cgil, Cisl e Uil, che trovano applicazione a ben 14 milioni di lavoratori, pari al 96% dei dipendenti del settore privato tracciati coi flussi Uniemens dell’INPS, si registra la presenza di una pletora di accordi sottoscritti da sigle poco o nulla rappresentative. Parliamo di ben 632 contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori che non siedono nell’Assemblea del CNEL, pari al 62% del totale dei CCNL depositati nell’Archivio dei contratti, con una copertura complessiva modesta pari, infatti, a soli 360.000 lavoratori”.

Fortunatamente non solo Confindustria insieme a CGIL, CISL e UIL scendono in campo. Anche Confcommercio ha dichiarato che intende avviare un confronto con le organizzazioni sindacali con i quali sottoscrive alcuni dei CCNL più diffusi in Italia che rappresentano, nella quasi totalità, il mondo del commercio e dei servizi e che costituiscono il riferimento più importante per una contrattazione di qualità a difesa dei diritti dei lavoratori e della leale concorrenza tra imprese.  “Il Presidente del CNEL invita le parti sociali più rappresentative a difendere la contrattazione di qualità. Confcommercio intende avviare un confronto con le organizzazioni sindacali con i quali sottoscrive alcuni dei CCNL più diffusi in Italia che rappresentano nella quasi totalità il mondo del commercio e dei servizi e che costituiscono il riferimento più importante per una contrattazione di qualità a difesa dei diritti dei lavoratori e della leale concorrenza tra imprese”. Così il presidente di Confcommercio-Imprese per l’Italia, Carlo Sangalli commenta l’intervento sul Sole 24 Ore di oggi a firma di Renato Brunetta e Michele Tiraboschi (leggi qui). È conclude:  “Confronto nel quale occorre individuare meccanismi condivisi per la misurazione della rappresentanza in un contesto misto di imprese piccole e grandi, con un diffuso e strutturato sistema di bilateralità territoriale.

I protocolli sulla rappresentanza e sul modello contrattuale devono essere rinnovati alla luce della necessità di considerare la maggiore rappresentatività comparata in un sempre più diffuso ‘mercato contrattuale’ senza regole. Si rischia così di confondere la libertà sindacale e di associazione – sacrosanta e tutelata dai principi costituzionali – con la efficacia della contrattazione verso interi settori che deve, invece, essere sostenuta da una rappresentatività ampia, diffusa e misurata”. Ricordo sommessamente che, nel 2015 c’era, di fatto, solo il CCNL Confcommercio. Confesercenti era sostanzialmente una copia. Poi sono arrivati ottenendo “sconti” sul salario, sia Federdistribuzione che Confesercenti. Dumping  accettati dagli stessi sindacati  confederali. Infine Anpit al di fuori del sistema   confederale. Se escludiamo Coop, siamo intorno al 10% sul totale. Se non si interviene non credo che la situazione sia destinata a migliorare. Io resto convinto che,  con il coinvolgimento delle federazioni interessate alla stipula di CCNL specifici (vedi il caso di Federdistribuzione) andrebbe costruito un sistema ombrello confederale (che individui ciò che deve essere condiviso come ad esempio il welfare e i diritti generali) regolato dal  CCNL del terziario Confcommercio lasciando ai sotto settori la loro autonomia. È quindi necessario fare un passo in avanti.

Com’è giustamente sottolineano Confindustria e CGIL, CISL e UIL nel protocollo: “Ora più che mai affermare il valore della contrattazione collettiva firmata da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative significa tutelare il lavoro di qualità, rafforzare il sistema produttivo e, quindi, favorire la crescita del Paese contrastando le forme di concorrenza sleale rappresentate dal dumping contrattuale”. Anche le istituzioni, però, devono essere convinte che sia necessario porre un argine alla diffusione di contratti che creano solo confusione”, chiosa a conclusione della presa in carico dell’impegno da parte di Confcommercio, Carlo Sangalli.

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