Il concordato preventivo del Gruppo Realco, depositato al Tribunale di Bologna il 3 febbraio 2026, ha coinvolto circa 120-125 punti vendita tra Emilia-Romagna e cinque province limitrofe, 1.500 lavoratori tra diretti, indiretti e logistica, un indebitamento vicino ai 100 milioni di euro. A metà febbraio erano stati chiusi “temporaneamente” quattordici negozi tra i meno performanti; a giugno l’asta per l’intero perimetro non aveva trovato compratore, chiudendo definitivamente la prospettiva di una cessione unitaria del gruppo. Ora l’asta per lotti ha un esito, ed è quell’esito a dover essere il punto di partenza per capire cosa resta da fare.
Sulla sede centrale, l’esito è arrivato con un solo offerente: Transcoop si è aggiudicata per 8,5 milioni di euro l’area di via Pertini, 34mila metri quadrati di cui 18mila coperti, tra magazzini e uffici. “Abbiamo presentato un’offerta funzionale all’assetto logistico, dal momento che i nostri magazzini erano ormai pieni”, ha spiegato il direttore generale Luca Genitoni, aggiungendo che l’azienda valuterà “possibili trasferimenti di addetti” dagli uffici di via Danubio, ormai stretti. È un’acquisizione fatta per necessità di spazio, non per continuità commerciale — ma che apre comunque, indirettamente, un canale di assorbimento occupazionale. Conad Centro Nord ha invece rilevato per 800mila euro un terreno edificabile a San Polo, su cui sorgeranno 4mila metri quadrati di fabbricati commerciali e mille di parcheggi: un investimento in nuova capacità, non nell’acquisizione diretta di personale esistente.
Sul fronte della rete commerciale, i 23 punti vendita rimasti nell’asta sono stati assegnati fra quattro soggetti diversi. MD si è aggiudicata il lotto più consistente, undici negozi. Hs Alimentari ne ha rilevati dieci. Un punto vendita in Toscana è andato a Etruria Società Cooperativa. Il negozio di Castellarano — quello per cui una cordata di imprenditori locali e dipendenti si era già mobilitata nelle settimane precedenti — è stato rilevato dalla neocostituita Nisal. Quattro acquirenti diversi, ciascuno con la propria capacità di assorbimento e le proprie esigenze occupazionali, si sono mossi in ordine sparso in un’asta pubblica, senza alcun coordinamento su chi tra il personale in esubero potesse essere ricollocato dove. I sindacati Cgil Filcams, Cisl Fisascat e Uil Uiltucs hanno definito l’esito “un risultato significativo, perché permette di salvaguardare una parte rilevante della rete di vendita e numerosi posti di lavoro” — un giudizio corretto, ma che non deve far dimenticare che “una parte rilevante” non è la totalità, e che gli esuberi restano un problema aperto proprio nella misura in cui la cessione, alla fine, si è fatta a pezzi e non in blocco.
È su questo punto che vale la pena concentrare l’attenzione, più che sull’esito dell’asta in sé. Le stesse organizzazioni sindacali, nel commentare il risultato, hanno annunciato che si concentreranno “nel promuovere un tavolo dedicato alla ricollocazione e al reinserimento dei lavoratori ancora coinvolti dalla crisi”, con l’obiettivo esplicito di “coinvolgere le principali imprese della grande distribuzione organizzata, le aziende del settore logistico e le associazioni di categoria affinché possano concorrere concretamente alla costruzione di percorsi di ricollocazione”. È una formula che l’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia, ha ripetuto con parole quasi identiche, parlando di “un tavolo specifico e con atti concreti dedicati alla ricollocazione e al reinserimento di chi resta ancora coinvolto dalla crisi” e dello stesso obiettivo di coinvolgere “le principali imprese della grande distribuzione organizzata, le aziende del settore logistico e le associazioni di categoria”. Non è un dettaglio da poco che sindacati e istituzione regionale usino, indipendentemente l’uno dall’altro, la stessa identica formulazione: significa che la necessità di un tavolo comune — non più solo tra Regione e sindacati, ma esteso alle imprese del territorio e alle loro associazioni datoriali — è ormai un punto di convergenza acquisito, non un’ipotesi da discutere.
Quello che ancora manca è la traduzione di questa convergenza in un meccanismo operativo, e il caso Realco offre già gli elementi per costruirlo. Un elenco pubblico dei lavoratori ancora coinvolti, tenuto dall’Agenzia regionale per il lavoro, permetterebbe a qualunque impresa del settore — non solo a chi ha rilevato un lotto dell’asta, ma anche realtà come Transcoop che assorbono personale per ragioni logistiche, o altre insegne del territorio che oggi lamentano difficoltà a reperire personale — di attingere da una base condivisa invece che negoziare caso per caso. Uno sgravio contributivo per un periodo definito, ventiquattro o trentasei mesi, riconosciuto a chi assume da quella lista renderebbe l’operazione conveniente anche per le imprese che non hanno alcun legame diretto con la vicenda Realco. Un canale di formazione finanziata, attraverso il Fondo Nuove Competenze o i fondi interprofessionali di settore, servirebbe a riqualificare chi viene ricollocato su mansioni diverse da quelle di provenienza. È esattamente lo strumento che, se fosse esistito prima della chiusura dell’asta, avrebbe potuto trasformare quattro cessioni scoordinate in un piano di assorbimento unico — e resta lo strumento che manca ancora oggi, mentre l’esito dell’asta è già scritto e il tempo per gli esuberi rimasti comincia a stringere.
Il nodo di fondo, che vale la pena ribadire senza bisogno di guardare altrove, è che né il mercato lasciato a sé — l’asta andata deserta a giugno per l’intero perimetro — né una singola istituzione locale sono bastati a risolvere la vertenza in modo pulito. Ci sono voluti quattro acquirenti diversi, un’amministrazione regionale che promette un tavolo, sindacati che lo chiedono con lo stesso linguaggio: la soluzione, quando arriva, arriva sempre per somma di iniziative parziali, mai per un disegno unico deciso in anticipo. È esattamente la ragione per cui il tavolo comune tra imprese, logistica e associazioni di categoria — richiesto ora da entrambi i fronti, sindacale e istituzionale — non è un’opzione tra le tante, ma l’unico modo per non dover ripetere, alla prossima crisi, lo stesso percorso frammentato e tardivo.



