Ritornare al paese da cui si è partiti è un’aspirazione legittima. Rappresenta le radici, il punto di partenza e dove si trovano i ricordi dell’infanzia. La comunità rumena in Italia è la più numerosa. Oltre un milione di persone. Per quanto riguarda le forme contrattuali, è in regola il 60% degli interpellati e in nero il 18%. Il reddito medio dichiarato è di 1.000 euro, con forti differenze però tra uomini e donne. I primi possono vantare un salario medio mensile di 1.250 euro, le secondo di soli 850 euro. Un rumeno su due (49%), tra quanti vivono e lavorano in Italia, dichiara che vorrebbe tornare in Patria. La percentuale sale al 71% tra coloro che in Romania hanno lasciato gli affetti. Ma ad ostacolare la prospettiva del rientro c’è la convinzione (oltre l’85%) che trovare un buon lavoro in Romania sia ancora difficilissimo. Eppure lo stipendio medio lordo in Romania è cresciuto da 500 euro del 2014 a 1300 euro nel 2024 mentre il costo della vita è inferiore al resto dell’Europa. Questi sono alcuni dei dati emersi da una ricerca condotta dalle Acli nell’ambito del progetto Medit. Promosso dall’Agenzia nazionale per l’occupazione della Romania (Anofm), insieme con l’Ente di formazione professionale delle Acli (Enaip), Medit è un “modello di cooperazione transnazionale” volto a favorire il “rientro produttivo” dei lavoratori rumeni, per reinserirli nel mercato del lavoro valorizzando le esperienze e le competenze acquisite in Italia.
Recentemente un amico, di ritorno dalla Romania, mi ha portato la foto di una campagna di forte impatto promossa da Confindustria e sostenuta da LIDL che sostanzialmente propone, ai cittadini rumeni che hanno parenti in Italia, di spingerli a ritornare in Romania a lavorare. La cosa mi ha incuriosito. Il progetto si chiama Vino Acasā (Torna a casa). È stato lanciato il 14 marzo del 2024, presso l’Ambasciata di Romania in Italia, dove sono stati presentati i cinque vantaggi concreti del programma: un possibile lavoro per chi rientra, l’opportunità di accedere a un’assistenza sanitaria aggiuntiva rispetto a quella pubblica, supporto all’istruzione, accesso al credito e procedure amministrative semplificate per tutta la famiglia. Il progetto, ha subito attirato l’attenzione dei media e gli effetti del lancio sono stati immediati. Decine di famiglie rumene residenti all’estero possono comunicare sul portale www.vino-acasa.ro la loro disponibilità a valutare il rientro in patria e a ricevere gratuitamente informazioni e supporto da Confindustria Romania, che, dopo aver valutato le loro esigenze, presenta loro il progetto.
Confindustria Romania è l’associazione dei datori di lavoro che riunisce gli investimenti italiani in quel Paese (un’appendice della nostra Confindustria). Parallelamente, le aziende rumene rispondono, pubblicando centinaia di offerte di lavoro in tutto il Paese sullo stesso sito. A meno di due mesi dal suo lancio ufficiale, Vino Acasā sta riscuotendo un certo successo, dimostrando, secondo il giudizio dei promotori dell’iniziativa come, capacità imprenditoriale e sensibilità sociale possano giocare un ruolo determinante nel destino, anche economico, di quel Paese.
La mancanza di manodopera è un problema europeo. Ogni Paese si sta attrezzando per attenuarne gli effetti. In italia, In termini di flussi annuali, e assumendo che ogni anno emigrino 140mila individui, per alcuni demografi, sarebbe necessario fornire 490mila permessi ogni anno entro il 2035 e 620mila entro il 2050. In termini di flussi annuali, per compensare la perdita di 3,7 milioni di individui entro il 2035, servirebbero circa 290mila immigrati netti l’anno; per compensare il declino previsto fino al 2050 tale flusso dovrebbe crescere fino a 344mila unità. È evidente che, quanto più alta sarà la natalità della nuova popolazione di immigrati tanto meno sarà necessario attrarre nuovi immigrati nei periodi successivi per contrastare il declino demografico. In alcuni Paesi europei il dato è ancora più pesante.
In Romania, ad esempio, il rischio d’influenzare negativamente l’ingresso di potenziali nuovi investimenti nel Paese e lo sviluppo di quelli già presenti è molto alto. Negli ultimi decenni milioni di cittadini rumeni hanno lasciato il proprio Paese per trovare lavoro all’estero, molti hanno scelto l’Italia. Confindustria Romania un’appendice appunto di Confindustria Italia lavora dal 2019 per mitigare questa carenza di manodopera. “VINO ACASA” (torna a casa) è una piattaforma che fa incontrare domanda e offerta in maniera semplice ed efficace, promossa appunto da Confindustria Romania, in collaborazione con Mutua MBA, Associazione dei Comuni Romeni, università Babes-Bolyai di Cluj Napoca e Banca Intesa Sanpaolo e sostenuto come partner “Angel” da Lidl Romania che, nei suoi circa 400 punti vendita rumeni e nel Paese, ha pubblicizzato l’iniziativa.
Mi ha incuriosito sia il ruolo di Confindustria che quello di LIDL. Secondo il Centro studi di Confindustria, il nostro Paese avrà bisogno di almeno 120mila lavoratori stranieri all’anno per i prossimi cinque anni, per un totale di 610mila nuovi ingressi, al fine di mantenere i ritmi di crescita economica previsti. La situazione è talmente critica che alcune associazioni locali, come Confindustria Friuli Venezia Giulia, hanno iniziato a finanziare corsi di formazione in Africa per preparare il personale di cui hanno bisogno. Il calo demografico in Italia, infatti, sta già avendo un impatto significativo sul mercato del lavoro e, senza un adeguato piano per l’immigrazione economica regolare, il rischio è di vedere frenare la crescita e il progresso del Paese. Trovo quindi singolare che Confindustria da un lato spinga il Governo ad avere più “coraggio” sul tema dell’immigrazione e dall’altro spinga la comunità rumena in Italia, a ritornare in Romania. Seppure i numeri non siano clamorosi, lo trovo quanto meno contraddittorio. A meno che la mano destra non sappia cosa fa la mano sinistra.
È fuori discussione che la Romania abbia tutto il diritto di provare a richiamare in patria i suoi cittadini ma che l’operazione sia sponsorizzata da Confindustria mi è difficile da comprenderlo. Non mi risultano iniziative analoghe di richiamo presso le diverse comunità italiane in America Latina né che, abbia un senso, per noi, spingere chi si è integrato ad andarsene preferendo chi deve fare ancora un lungo percorso di integrazione. Dal suo lancio ufficiale nel marzo 2024 presso l’Ambasciata di Romania in Italia, il progetto ha raggiunto, per ora, modesti traguardi visti i numeri in gioco: 1.000 famiglie assistite nel 2024. 3.000-4.000 reintegrazioni previste nel 2025-2026. Certo non sono numeri particolarmente significativi sul totale di cittadini rumeni presenti in Italia ma il segnale, a me pare, assolutamente contraddittorio.
Qualcuno qui da noi potrebbe poi trovare curiosa la compagnia: Confindustria, Banca Intesa e l’insegna tedesca come partner “Angel” dell’iniziativa. In Romania le principali catene europee sono quasi tutte presenti. Oltre a Lidl ci sono Kaufland, Carrefour, Auchan e Profi, Mega Image (parte del gruppo Ahold Delhaize) e Penny Market (gruppo Rewe). LIDL, da parte sua, ha un interesse soggettivo. Fatica, come tutte le insegne, a trovare il personale anche lì. Quindi, dal suo punto di vista potrebbe avere un senso. Fatico a comprendere il ruolo di Confindustria.



