L’11 marzo 2026, 7.400 dipendenti di Tegut hanno appreso che il loro posto di lavoro rischiava di andare perduto. La catena, presente soprattutto in Assia, Baviera, Turingia e Baden-Württemberg con oltre 300 punti vendita, chiudeva del tutto. Il proprietario svizzero, la cooperativa Migros Zurigo, che aveva rilevato Tegut nel 2013, ha tirato le somme su un’avventura costosa con una frase che vale più di molte analisi di settore: la Germania, ha detto l’amministratore delegato di Migros Zurigo Patrik Pörtig, è “un mercato molto esigente, molto guidato dal prezzo, ad alta intensità di costo”. Quanto capitale sia stato distrutto in tredici anni di gestione, ha aggiunto, è stato “molto doloroso”.
Quattro mesi dopo, il 7 luglio, un secondo comunicato ha annunciato l’accordo per il salvataggio di Feneberg, storica insegna familiare dell’Allgäu affiliata Edeka, entrata in amministrazione controllata il 1° aprile dopo mesi di Schutzschirmverfahren. Due crisi che, nelle intenzioni annunciate, dovrebbero risolversi nello stesso modo: una spartizione fra i due giganti della distribuzione tedesca, Edeka e Rewe, con il Bundeskartellamt come arbitro che decide quanto di ciascuna preda ciascuno dei due può assorbire senza superare la soglia di concentrazione tollerabile. Ma è proprio su questo punto — l’esito dell’arbitrato — che la vicenda Tegut, nelle ultime due settimane, ha preso una piega che vale la pena raccontare con la massima precisione, perché complica la narrazione di una spartizione già chiusa.
Vale la pena ricostruire i dettagli di entrambi i casi, perché la ripetizione dello schema resta il dato più interessante, anche se l’esito di uno dei due è tutt’altro che deciso. Su Tegut, il piano presentato da Edeka a marzo prevedeva l’acquisizione di 202 punti vendita, 41 negozi automatizzati a marchio teo, la panetteria Herzberger e un centro logistico, con l’impegno di assorbire anche il personale; Rewe ha un proprio accordo separato per rilevare fino a 40 punti vendita, la maggior parte gestiti direttamente, gli altri passati alla controllata discount Penny; Aldi Nord ha mostrato interesse per singoli siti; e un’ottantina di negozi, secondo le prime stime, sono finiti perfino fuori dal perimetro della distribuzione alimentare tradizionale, assegnati a Tante Enso, operatore di minimarket automatizzati senza cassa — un dettaglio che segnala quanto fosse debole, alla fine, l’appetito degli operatori tradizionali per la coda meno redditizia della rete.
Ma il pacchetto Edeka, quello più grande e più delicato, non è affatto un fatto acquisito. Il Bundeskartellamt ha aperto un Hauptprüfverfahren — l’istruttoria approfondita — il 21 aprile 2026, e il 27 luglio ha inviato alle parti una valutazione preliminare, la cosiddetta Abmahnung, tutt’altro che favorevole: secondo l’Autorità esistono 37 aree di mercato locali dove la concentrazione risultante sarebbe eccessiva, e le concessioni offerte finora da Edeka — la rinuncia a 9 dei 38 punti vendita più contestati, proposta il 20 luglio — non bastano a dissipare quelle preoccupazioni. Il presidente del Bundeskartellamt, Andreas Mundt, ha chiarito che si tratta di una valutazione provvisoria, non di una decisione finale, e che le parti hanno ora la possibilità di presentare controproposte prima del verdetto definitivo, atteso per il 23 settembre 2026. Ma il segnale è chiaro, e una fonte ha già parlato di circa mille posti di lavoro a rischio proprio nei negozi che Edeka potrebbe dover cedere se il perimetro dell’operazione si restringesse ulteriormente. Il giurista antitrust Rupprecht Podszun, dell’Università Heinrich Heine di Düsseldorf, aveva previsto esattamente questo scenario fin da subito, arrivando a ipotizzare un veto parziale o totale — una previsione che, alla luce dell’Abmahnung di fine luglio, si è già rivelata più fondata di quanto la cronaca dei mesi scorsi lasciasse intendere.
Su Feneberg lo schema si ripete quasi identico, ma con un accorgimento in più: la spartizione, questa volta, è stata progettata da subito per evitare l’ostacolo antitrust invece di rischiare di incontrarlo dopo. Il curatore della procedura, Stephan Leibold, aveva dichiarato apertamente che un’acquisizione integrale da parte di uno dei due grandi gruppi sarebbe stata bocciata dall’Antitrust, citando i precedenti Tengelmann e — significativamente — la stessa Tegut, già allora vista come probabile terreno di scontro con il Bundeskartellamt. La soluzione firmata a luglio riflette esattamente quella lezione: Rewe rileva circa la metà dei 72 punti vendita, l’altra metà va a una società di nuova costituzione, LEH-Allgäu, che resterà indipendente. Non un’acquisizione, ma un’architettura pensata a tavolino per restare sotto la soglia di allarme regolatorio prima ancora che l’Antitrust venga interpellato — un’accortezza che il caso Tegut, con il suo pacchetto Edeka unico e concentrato, non aveva previsto nella stessa misura, e che oggi ne paga il prezzo in termini di incertezza.
È qui che la vicenda tedesca merita di essere letta insieme, e non in contrapposizione, a quello che sta succedendo in Italia con Realco. La cooperativa reggiana, fondatrice dei marchi Sigma e Dit, gestiva circa 140 supermercati più una cinquantina di discount a marchio Ecu fra Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia. Nel 2024 il fatturato era sceso a 314 milioni di euro, -7,6%, con una perdita netta oltre i 15 milioni e un debito complessivo attorno ai 60 milioni. La procedura di concordato preventivo è partita a gennaio 2026, ma a differenza della Germania, dove Edeka e Rewe si sono fatti avanti nel giro di settimane, in Italia per mesi non è arrivata alcuna offerta vincolante per l’intero perimetro aziendale: Migross, Crai e NewPrinces — quest’ultima fresca dell’acquisizione di Carrefour Italia — avevano mostrato interesse, ma le valutazioni si sono rivelate negative. Il risultato, invece di una spartizione negoziata come quella tedesca, è stato uno spezzatino reattivo condotto per lotti attraverso aste giudiziarie: un primo pacchetto di nove punti vendita rilevato a giugno da Supermercati San Giorgio, del gruppo Conad, insieme ad alcuni negozi di montagna salvati per ragioni di presidio territoriale — l’Ecu di Villa Minozzo, il Sigma di Carpineti — mentre altri quaranta negozi restavano fuori da qualsiasi perimetro di salvataggio, con lavoratori nell’incertezza e una nuova asta attesa per il 4 e 5 agosto. Il conto complessivo, a metà luglio, parlava di oltre 80 punti vendita chiusi, direttamente o indirettamente, dall’inizio della crisi.
La diagnosi che i sindacati italiani hanno dato della crisi Realco — un settore “in crisi per eccesso di supermercati” — è, quasi parola per parola, la stessa diagnosi implicita nella frase di Patrik Pörtig su un mercato tedesco “guidato dal prezzo” dove Tegut non riusciva più a competere. È la stessa malattia: margini compressi dalla crescita del discount, formati di media taglia — cooperativi in Italia, familiari o di proprietà straniera in Germania — sempre più incapaci di reggere senza la scala dei grandi gruppi nazionali. Ma il sintomo con cui la malattia si manifesta, e soprattutto il modo in cui il sistema la elabora, restano diversi — anche se, come si è visto, meno diversi di quanto sembrasse a marzo.
In Germania il problema non è, in linea di principio, trovare un compratore — è impedire che i compratori disponibili, Edeka e Rewe, ne assorbano troppo. Ma il caso Tegut mostra che quel meccanismo di contenimento non è affatto automatico né rapido: il Bundeskartellamt può, e sta, rallentando e ridimensionando concretamente l’appetito del compratore più grande, con un’istruttoria che dura ormai da quattro mesi e che potrebbe chiudersi con un perimetro ben più piccolo dei 202 negozi originariamente previsti. È un mercato già iperconcentrato, dove la crisi di un operatore di taglia media diventa quasi automaticamente materia di concentrazione ulteriore, tanto che il vincolo binding non è la domanda ma l’offerta regolatoria — un vincolo che, nel caso Tegut, si sta rivelando più stringente della semplice formalità che il pezzo di marzo lasciava presagire. In Italia il problema è l’esatto contrario: un mercato ancora frammentato, dove nessuno dei pretendenti possibili ha ritenuto conveniente accollarsi l’intero perimetro di una rete in difficoltà, lasciando che la crisi si risolva — o non si risolva — negozio per negozio, asta dopo asta, con un costo sociale immediato molto più alto perché nessuno ha interesse a farsi carico della continuità occupazionale complessiva. Non è un eccesso di potere d’acquisto concentrato a bloccare la soluzione in Italia: è la sua assenza. In Germania, semmai, il rischio opposto — un eccesso di potere concentrato nelle mani di chi lo assorbe — è già materia di istruttoria pubblica, non di previsione teorica.
Resta aperta una domanda che vale la pena portare fino in fondo, perché è quella che dà senso al confronto fra i due paesi più che il singolo caso aziendale, e che il rallentamento del caso Tegut rende oggi più concreta di quanto fosse a marzo. Il sistema tedesco, già iperconcentrato, prova a risolvere le proprie crisi per assorbimento rapido da parte di due poli dominanti, comprando continuità occupazionale e presidio territoriale al prezzo di una concentrazione di mercato che i suoi stessi giuristi antitrust considerano preoccupante — ma il Bundeskartellamt, con la sua Abmahnung di fine luglio, sta dimostrando che quel prezzo non viene pagato senza discussione, e che l’assorbimento rapido può arenarsi proprio nel momento in cui sembrava più scontato. Il sistema italiano, ancora frammentato, sta vivendo la stessa malattia di fondo come un vuoto di domanda d’acquisto, con un costo sociale immediato — negozi chiusi, lavoratori senza stipendio, territori scoperti — che la Germania, fin qui, non ha dovuto pagare nella stessa misura, ma che potrebbe presentarsi anche lì, sotto altra forma, se il Bundeskartellamt dovesse davvero bloccare o ridimensionare pesantemente il pacchetto Edeka entro settembre. La domanda non è se l’Italia debba “concentrarsi di più” per evitare crisi come quella di Realco — perché la causa di fondo, la compressione dei margini nel formato tradizionale, resterebbe comunque — ma se un mercato più concentrato, quando arriva la crisi, la risolva davvero meglio per chi ci lavora e per i territori coinvolti, o se semplicemente sposti il conto sociale della sovraccapacità dal breve termine di un’asta giudiziaria al lungo, incerto termine di un’istruttoria antitrust il cui esito, come il caso Tegut sta dimostrando proprio in queste settimane, resta tutt’altro che scontato anche per chi parte in posizione di forza.



