Ho già scritto che l’intera GDO dopo una fase di crescita pressoché infinita caratterizzata da aperture in ogni dove è entrata in una fase più riflessiva, che continuerà a lungo, dove la riorganizzazione continua dei formati e della numerosità dei punti vendita ne costituirà una caratteristica ineliminabile (https://lnkd.in/dKFhRab7). Aggiungo che più delle inevitabili chiusure o passaggi ad altri operatori è la visione e la rapidità dell’esecuzione dei piani industriali predisposti a fare la differenza. Discount a parte, ci saranno concentrazioni in grado di mettere a fattor comune, non solo i fornitori ma anche logistica, dati, know-how e tecnologia. Per non parlare delle sedi.
Il mondo coop, se vuole continuare a difendere la parte essenziale della sua specificità, non può restare alla finestra. Quando i nodi vengono al pettine scatta però una reazione pavloviana da parte dei sindacati di categoria. Come se il lavoro e le sue tutele fossero immutabili nel tempo al punto da diventare una “tassa aggiuntiva” per quel mondo, non tanto e non solo in termini di costo ma in termini di paralisi decisionale in momenti decisivi. E il sindacato di categoria anziché porsi come motore del cambiamento entrando nel merito del piano rischia di diventare parte del problema. Come se clienti in diminuzione, struttura dei consumi e contesto economico e sociale fossero leve facili da manovrare.
Nell’incontro con i sindacati di categoria Unicoop Etruria, conclusa la prima fase che ha appunto portato alla nascita della nuova cooperativa, ha illustrato “la seconda fase del percorso finalizzata a consolidare e rendere più efficiente la nuova struttura organizzativa” come seguito delle azioni avviate nel 2025 che confermerebbero la bontà del percorso intrapreso. «Le politiche commerciali rivolte alla convenienza, tra cui l’importante investimento sulla riduzione dei prezzi avvenuto negli scorsi mesi, hanno consentito la crescita delle vendite e il recupero di quote di mercato nei territori di riferimento in coerenza con gli obiettivi previsti dal piano industriale. L’obiettivo è rafforzare la solidità economica e patrimoniale della cooperativa, così da garantire stabilità e continuità nel tempo, mantenendo al centro i valori che da sempre ne ispirano l’azione” ha sottolineato Unicoop.
La seconda fase di realizzazione del Piano industriale prevede – così ha spiegato l’azienda – un nuovo assetto organizzativo e una presenza più razionale sui territori per ottimizzare risorse e competenze, migliorare l’efficienza operativa e rafforzare l’offerta commerciale, mantenendo alta l’attenzione sulla qualità, sulla convenienza e sull’etica del consumo. L’obiettivo principale del Piano Industriale è quindi di avere una rete di vendita efficiente, in grado di rispondere meglio e di più alle esigenze dei territori». Unicoop assicura di voler curare «la prospettiva della massima conservazione dei posti di lavoro nel rispetto delle persone e della sostenibilità complessiva»; e conferma la volontà «di mantenere una forte presenza e un presidio diffuso su tutti gli attuali territori della Toscana, insieme a una più armonica, razionale e sostenibile presenza in Umbria, alto Lazio, città di Roma e nella provincia de l’Aquila per far sì che soci e clienti possano continuare ad avere nell’insegna Coop e Superconti il punto di riferimento per la loro spesa quotidiana». «Sono previste inoltre alcune azioni di riorganizzazione della rete commerciale, con la prevista cessione ad altri operatori di 24 punti vendita non più sostenibili dal punto di vista economico per mutate condizioni di mercato o sociodemografiche, in sovrapposizione con altri punti di vendita della Cooperativa oppure troppo distanti rispetto ai territori di riferimento.
Il sindacato, per ora, ha respinto al mittente il piano defininendolo un insieme di «pesanti interventi sia sulle sedi che sulla rete vendita». Riduzione del personale di sede che coinvolgerebbe le due sedi amministrative di Vignale e Castiglione del Lago, per un totale complessivo di 180 unità e, per quanto riguarda la rete commerciale, la dismissione di 24 punti vendita che coinvolge circa 340 dipendenti che verrebbero ceduti a terzi. Le dismissioni interessano 6 punti vendita ex Coop Centro Italia, 6 punti vendita ex Unicoop Tirreno e 12 supermercati Superconti Terni. Gli investimenti annunciati dall’azienda vengono considerati, dalle tre sigle, «ben poca cosa» a fronte di un intervento così “drastico”. Per Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil questa prospettiva è «inaccettabile», motivo per cui è stato proclamato lo stato di agitazione in Unicoop Etruria e nella controllata Superconti, con l’annuncio del pacchetto di scioperi. “Ci attendiamo ora delle risposte chiare, in controtendenza ai tagli finora paventati” hanno concluso i rappresentanti dei lavoratori.
L’azienda ha giustificato chiusure e i tagli con la necessità di ridurre le perdite consistenti di parte della rete vendita e di eliminare le sovrapposizioni tra negozi delle proprie insegne e poi ha dichiarato che verranno stanziate risorse destinate alla formazione dei lavoratori che saranno chiamati a ricoprire nuovi ruoli, con l’obiettivo di offrire un sostegno concreto allo sviluppo professionale e al ricollocamento. Nel biennio 2026-2027 sono previste inoltre importanti ristrutturazioni di punti di vendita esistenti in Toscana e Lazio nonché 3 nuove aperture in Umbria.
Quello che fatico a comprendere è che tutto questo non è nato oggi. Unicoop Etruria è nata a luglio di quest’anno “dopo un percorso lungo e articolato, in cui il progetto è passato dall’approvazione dei Consigli d’Amministrazione, presentato e discusso in Consulta delle Presidenze delle Sezioni soci, dialogando con i dipendenti e le Organizzazioni Sindacali, per essere infine approvato dalle Assemblee Separate straordinarie delle Sezioni soci e poi dall’Assemblea Generale anche in collaborazione con Legacoop e Distretto Tirrenico, riflettendo più ampiamente sul ruolo della Cooperazione di Consumo nell’Italia centrale.” Quindi tutti sapevano che, come leggo nel documento di allora, “Nei prossimi mesi si entrerà nel vivo della fusione, con un Piano strategico volto a rendere l’impresa cooperativa più efficiente, perfezionando i processi gestionali, e competitiva, ridefinendo il perimetro della rete di vendita e con negozi capaci di generare reddito dall’attività commerciale e insieme garantire prodotti e servizi di qualità e convenienti a chi in essi farà la spesa, soprattutto ai soci”. Non leggo ambiguità.
Era chiaro fin da subito che le due cooperative (Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia) si sarebbero messe insieme per sviluppare sinergie, recuperare le aree di debolezza reciproca e rilanciare la presenza in Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Abruzzo. Lo stesso Gianni Tarozzi, presidente del Consiglio di gestione, già allora aveva sottolineato: “L’integrazione tra due importanti realtà del mondo Coop ci permette di affrontare con maggiore forza le sfide del mercato e di continuare a innovare il nostro modello di impresa cooperativa. Il nuovo assetto organizzativo ci consentirà di ottimizzare risorse e competenze, migliorare l’efficienza operativa e rafforzare l’offerta commerciale, mantenendo alta l’attenzione alla qualità, alla convenienza e all’etica del consumo. In un contesto in continua evoluzione investiremo nella rete vendita, nei servizi ai soci e nella valorizzazione delle filiere locali e responsabili”. Nell’ incontro sindacale, tutto questo, che è la parte più importante, è rimasto nel cassetto…



