Per un’azienda, mal consigliata in passato, che decide di abbandonare un cosiddetto “contratto pirata” il percorso non è semplice. Riallineare i costi in questo contesto economico e nel settore di riferimento consiglia prudenza Al punto che la disponibilità al suo superamento, teoricamente semplicissimo è per ora, poco praticato nella realtà. Ovviamente di questi accordi si parla poco. Per questo voglio sottolineare una recentissima intesa sindacale difficile e sofferta che ha visto protagonisti due sindacati, spesso in contrasto tra di loro, che hanno colto l’importanza di lavorare localmente per favorire questa emersione come potenziale esempio estendibile. E il sindacato autore di quegli accordi peggiorativi, finalmente superati, pronto alla rissa per difendere le proprie prerogative.
Il 7 agosto, in piena pausa agostana, il Gruppo Euronics SIEM — una costellazione di società presenti in Puglia, Molise, Abruzzo e Basilicata, ha quindi deciso un passo importante per una azienda locale e ha firmato, con UILTUCS e successivamente con UGL Terziario un accordo che riguarda circa 600 dipendenti. Filcams Cgil e Fisascat Cisl al tavolo non c’erano. Stesso testo, due accordi distinti: le tre sigle confederali, Uiltucs compresa, non siedono insieme all’UGL allo stesso tavolo, per tradizione, ma il contenuto dell’accordo non cambia di una virgola tra una firma e l’altra. L’oggetto è il passaggio, graduale e programmato, dal contratto peggiorativo applicato finora al CCNL Terziario, Distribuzione e Servizi sottoscritto da Confcommercio. In una parola: l’uscita programmata e definitiva da quello che chiamiamo semplificando, un contratto pirata. È un dato che merita di essere raccontato per quello che è, prima ancora che per quello che dice sui rapporti sindacali.
Da anni, in Italia, la cosiddetta contrattazione pirata — i CCNL sottoscritti da sigle scarsamente rappresentative, che permettono alle imprese di abbattere il costo del lavoro rispetto ai contratti firmati dalle confederazioni maggiormente rappresentative — è giusto bersaglio di una condanna pressoché unanime. Se ne parla nei convegni, nei protocolli d’intesa territoriali, negli editoriali. Il Protocollo per il Lavoro nel Terziario, Commercio e Turismo in Puglia, firmato il primo dicembre 2025 da Confcommercio Puglia insieme a FILCAMS CGIL, FISASCAT CISL e UILTuCS, è appunto uno di questi testi: dichiara guerra al dumping contrattuale e promuove — sulla carta — l’adesione ai contratti comparativamente più rappresentativi. Il problema è che tra la dichiarazione d’intenti e il passaggio concreto da un CCNL all’altro c’è una distanza che quasi nessuno, di solito, prova ad attraversare fino in fondo. L’accordo SIEM, pur con tutti i limiti del caso, per l’approccio, prova a farlo.
E lo fa mostrando, senza reticenze, i vantaggi economici lasciati e i costi dell’adeguamento. Il testo dettaglia un cronoprogramma quinquennale che parte dal primo settembre 2026 e arriva al 30 settembre 2030. Nel primo anno l’azienda riconosce lo scatto retributivo del CCNL Terziario, il differenziale sui permessi retribuiti — quantificato in 56 ore annue aggiuntive, monetizzabili con una maggiorazione del 5% se convertite in welfare — e adegua l’imponibile contributivo virtuale ai livelli previsti dal nuovo contratto, con il conseguente aumento del costo previdenziale. A questo si aggiunge una somma transattiva di 50 euro lordi per ogni anno di anzianità, riconosciuta a titolo di chiusura di ogni pretesa relativa al periodo precedente l’armonizzazione.
Dal 2028 parte il primo adeguamento strutturale del differenziale retributivo residuo — un terzo alla volta, tra 2028 e 2030 — insieme alla prima maturazione della quattordicesima mensilità, istituto che il contratto precedente non prevedeva. Nessuna riduzione del trattamento in godimento, clausola di salvaguardia in caso di eventi straordinari, tabelle di raccordo verificate ogni anno: è un impianto pensato per essere sostenibile nel tempo, non per essere sbandierato in un comunicato e poi disatteso.
Qui sta la prima inversione rispetto al racconto che siamo abituati a sentire. Il merito di un passaggio così strutturato va riconosciuto a chi lo ha negoziato — UILTuCS e UGL Terziario, con le rispettive segreterie pugliesi impegnate tavolo per tavolo, provincia per provincia — più che a chi si limita ad invocare in astratto la fine dei contratti pirata. Dirigenti sindacali che conoscono la realtà dei loro territori e la fatica della rappresentanza e che sanno assumersi responsabilità concrete. Ometto tutto il lavoro precedente, necessario a convincere l’impresa. Non è un dettaglio tecnico: significa aver accettato che il riallineamento non potesse essere immediato, pena la messa in crisi degli equilibri economico-finanziari di un gruppo che opera con margini da elettronica di consumo, un settore già stretto tra e-commerce e grande distribuzione specializzata. Significa aver negoziato un percorso — non uno scatto — sapendo che quel percorso sarebbe stato facilmente imputabile, nel breve, di essere “troppo lento” da chi guarda il problema da fuori.
Vale la pena anche notare chi sta facendo questo percorso. Euronics SIEM non è un colosso della grande distribuzione alimentare abituato a trattare rinnovi contrattuali su scala nazionale con i sindacati confederali al completo: è un consorzio di società di elettronica di consumo radicate in un territorio specifico, il foggiano in particolare, che si muove in un settore — quello dell’elettronica — schiacciato da anni tra la pressione sui prezzi dell’e-commerce e margini che raramente concedono il lusso di operazioni costose e prive di ritorno immediato.
In questo contesto, accettare un incremento progressivo e pluriennale del costo del lavoro volontariamente, in cambio del riconoscimento esplicitamente che l’armonizzazione “non può essere assorbita integralmente e immediatamente senza incidere sugli equilibri economico-finanziari dell’impresa”, è una scelta che si spiega solo guardando a un orizzonte più lungo del prossimo bilancio: quello della sostenibilità delle relazioni industriali e, presumibilmente, della capacità di attrarre e trattenere personale in un comparto dove il turnover pesa quanto il costo orario. Ed è esattamente ciò che è successo.
CISAL Terziario, tagliata fuori dal tavolo, essendo l’autrice dell’intesa contestata, ha proclamato lo stato di agitazione. È una reazione francamente incomprensibile, un po’ isterica nel merito che spinge a chiedersi cosa stia davvero difendendo. CISAL è la sigla che, in altri contesti dello stesso perimetro datoriale, ha firmato proprio quei contratti che oggi si sta cercando, a fatica, di superare. Contratti che registrano un divario dello stipendio che può arrivare in alcuni casi fino al 30% in meno a parità di lavoro. Una perdita netta stimata anche di 7.000 euro all’anno per ogni lavoratore. Oltre a non avere né la quattordicesima né gli altri istituti di welfare. Contratti sempre più diffusi nel terziario, nei servizi, nel turismo e nella vigilanza privata.
Presentarsi oggi come paladina dei lavoratori esclusi da un tavolo che porta l’azienda verso il CCNL Confcommercio — cioè verso l’esatto obiettivo che a parole tutti dicono di condividere — è un esercizio retorico inaccettabile. Il paradosso è che protestare contro l’armonizzazione verso un contratto più tutelante, invece di chiudersi in un doveroso silenzio è la cifra del livello di certi protagonisti del sistema delle relazioni industriali del nostro Paese. Per questo CISAL cerca di spostare l’attenzione dal contenuto — che è un indubbio avanzamento — alla forma di chi l’ha firmato.
Tra l’altro l’accordo non si limita al capitolo economico. Tra le pagine del verbale, trovano spazio articoli su trasparenza retributiva di genere — con riferimento esplicito alla direttiva europea 2023/970 e al decreto legislativo 96 del 2026 — su una Commissione Paritetica per la Parità Retributiva composta pariteticamente da azienda e sindacati, e su un intero articolo dedicato all’intelligenza artificiale e alla transizione digitale, con l’impegno a un confronto preventivo sugli effetti dell’automazione dei processi sui profili professionali. È la grammatica di un contratto integrativo maturo, non quella di un verbale di facciata scritto in fretta per disinnescare una vertenza. Se un’azienda che vende elettronica di consumo in un mercato compresso dall’e-commerce accetta di istituire una commissione che può obbligarla a un piano di azione correttiva sui divari retributivi di genere, è difficile liquidare l’intera operazione come un’operazione di puro marketing sindacale.
Il percorso individuato 2026-2030 non è scevro da criticità: quattro anni sono lunghi, il differenziale retributivo verrà riassorbito solo per un terzo alla volta, e la sostenibilità economica dell’operazione dipenderà anche da variabili — come i futuri rinnovi del CCNL Terziario Confcommercio — che nessuna delle parti controlla del tutto. Questo semmai conferma il divario tra ciò che ha sottoscritto a suo tempo, CISAL con l’Anpit rispetto ai CCNL maggiormente rappresentativi. Ma la domanda che vale la pena porsi, guardando a un caso che difficilmente resterà isolato, è un’altra: se il costo reputazionale di intraprendere un percorso di uscita dal cosiddetto contratto pirata — accuse di lentezza, costi economici, stati di agitazione, polemiche pubbliche — finisce per essere molto più alto dei rischi che si corrono oggi restando dentro queste tipologie contrattuali, quale incentivo concreto avranno le altre imprese a intraprendere lo stesso cammino?



