Navigator sarà lei…

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Il nome certo non aiuta: navigator. Poi c’è lo scontro politico che ne sottolinea utilità/inutilità,  pregi e difetti. Il dibattito su cosa è o cosa dovrebbe essere concretamente, passa in secondo piano. Però le selezioni sono aperte e gli equivoci restano molti e pesanti.

Dario di Vico (http://bit.ly/2EZb8ZG) si interroga sui rischi del reddito di cittadinanza e, ovviamente, sul ruolo e sulla tenuta nel tempo di una figura professionale che rischia di restare fine a sé stessa. Michele Tiraboschi (http://bit.ly/2F01iH4), prendendosi diverse critiche, ha deciso di forzare comunque  la mano e di cercare di proporne un’interpretazione autentica da esperto del mercato del lavoro.

La risposta al suo MOOC gratuito ha inoltre sbarrato la strada ai tanti progettisti farlocchi che a pagamento stavano già partendo  con le famose “usine a gaz” termine usato spesso dai francesi per indicare cose incomprensibili o inutili. Il 4 marzo è partito il percorso online con l’obiettivo di  creare operatori specializzati per riportare sul mercato del lavoro centinaia di migliaia di persone inattive e ricollocare chi non ha competenze facilmente spendibili.

Personalmente credo sia giusto farsi carico del problema. La mia esperienza  diretta è un po’ datata ma credo che la metodologia seguita allora nei confronti di 1500 lavoratori della Galbani che abbiamo ricollocato direttamente dall’azienda attraverso la creazione dei  COR (centri operativi di ricollocamento) mi consenta di dare qualche suggerimento derivato dall’esperienza.

Certo è diverso partire da chi un lavoro ce l’ha e lo sta  perdendo rispetto a soggetti marginali che devono trovare una ragione e una motivazione per rientrare nel mercato del lavoro. L‘ analogia sta nel fatto che erano tutte persone avanti con l’età e che non avevano mai affrontato il mercato essendo tutti di cultura mono aziendale. La differenza nel fatto che era l’azienda che stava licenziando che si faceva contemporaneamente carico del loro ricollocamento.

Gli esuberi distribuiti in tutto il Paese venivano accolti da oltre 40  professionisti assunti direttamente da noi in azienda e provenienti da esperienze particolari. Nessuno alle prime armi. Formati nelle carceri, nella cura delle tossicodipendenze, nel sindacato la loro caratteristica principale era la capacità di gestire adulti, ascoltarli, aiutarli a ricostruire una loro identità personale e professionale, accompagnarli ai colloqui di lavoro, proporre un distacco retribuito all’impresa disponibile ad ingaggiarli e seguirli fino al loro inserimento. Uno ad uno.

L’accordo sindacale che faceva da cornice all’esperimento prevedeva la cosiddetta “opzione zero”. In altri termini due proposte di lavoro per ciascuno, pena il rientro in azienda,  (scese poi a una nel sud) e, in caso di rifiuto della proposta la perdita della CIGS concordata con i sindacati di categoria. Era una grande prova di responsabilità per quegli anni. I miei interlocutori principali di allora erano Uliano Stendardi della FAT CISL e Susanna Camusso, allora agli alimentaristi della CGIL insieme a Silvano Silvani.

Ci vollero poco più di due anni per concludere positivamente un’operazione complessa, sperimentale e che comprendeva il ricollocamento a terzi anche dei tre siti produttivi dismessi. L’azienda facendosi carico dell’intero percorso spese molto meno del previsto, mantenne un buon clima interno e ottime relazioni industriali.

Tutto questo per ritornare su di un punto fondamentale. Un’operazione che coinvolge potenzialmente qualche milione di persone che devono essere rimesse in piedi, rimotivate, allenate e gestite devono trovare professionisti seri, eticamente impegnati e motivati. Una comunità che lavora insieme per un solo obiettivo. Non certo persone che vogliono trovare uno loro sbocco professionale fine a sé stesso. Oppure soggetti già spenti prima ancora di partire.

L’idea di Tiraboschi di proporre, attraverso un MOOC, non solo un corso di formazione ma una moderna comunità che interagisca al suo interno  nel tempo in un processo di apprendimento continuo è importante. Certo poi ci sono le regole della politica, i rapporti tra diversi livelli istituzionali, l’approssimazione se non addirittura l’ingenuità da neofiti del mercato del lavoro che sembra prevalere nel Governo.

Ma tutto questo non può spingerci in panchina. Le perplessità di metodo e di merito restano tutte. Ma resta anche la preoccupazione di doverne incassare solo le conseguenze negative   se dovesse prevalere una visione assistenzialista fine a sé stessa. 

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