Apprendistato

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Regime sanzionatorio – I chiarimenti del Ministero del Lavoro sulle violazioni in materia di apprendistato

Il Ministero del Lavoro con la circolare n. 5 del 21 gennaio 2013, fornisce indicazioni al proprio personale ispettivo per applicare correttamente la disciplina sanzionatoria in materia di apprendistato, contenuta nell’art. 7, commi 1 e 2, del D.Lgs n. 167 del 14 settembre 2011 (Testo unico dell’apprendistato).

Violazioni e sanzioni degli obblighi formativi

L’art. 7, co. 1, d.lgs. 167/2011 sanziona l’inadempimento nell’erogazione della formazione di cui sia esclusivamente responsabile il datore e che sia tale da impedire la realizzazione delle finalità previste per le single tipologie di apprendistato.

Il Ministero individua l’ambito della responsabilità datoriale, distinguendo in base alla tipologia di apprendistato

Violazioni e sanzioni in riferimento al tutor/referente

Quanto alla disciplina del tutor/referente, viene ribadito che la disciplina è demandata esclusivamente alla contrattazione collettiva e si ritiene pertanto abrogato il d.m. 28 febbraio 2000.

Violazioni e sanzioni in riferimento ai limiti numerici

Viene riconfermata la prassi già diffusa in vigenza della precedente regolamentazione, in base alla quale i limiti numerici vengono calcolati con riguardo ai lavoratori comunque rientranti nella medesima realtà imprenditoriale, anche se operanti in unità produttive o sedi diverse da quelle in cui opera l’apprendista.

Apprendistato e pregresse esperienze lavorative

La circolare evidenzia che la qualificazione dell’apprendista non deve essere già posseduta all’atto dell’instaurazione del rapporto. In tal caso, infatti, il contratto di apprendistato sarebbe nullo per l’impossibilità di formare il lavoratore rispetto a competenze di cui è già in possesso.

Il Ministero, tuttavia, chiarisce che un rapporto di lavoro preesistente di durata limitata, anche di apprendistato, non pregiudica la possibilità di instaurare un successivo rapporto formativo. Sul punto, la Circolare richiama i principi già espressi con risposta ad interpello n. 8/2007, ritenendo non ammissibile la stipula di un contratto di apprendistato da parte di un lavoratore che abbia già svolto un periodo di lavoro, continuativo o frazionato, in mansioni corrispondenti alla stessa qualifica oggetto del contratto formativo, per un durata superiore alla metà di quella prevista dalla contrattazione collettiva.

Disconoscimento del rapporto e benefici normativi

La circolare ricorda che, in tutte le ipotesi in cui il rapporto di apprendistato venga “disconosciuto”, il lavoratore è considerato un “normale” lavoratore subordinato a tempo indeterminato e decadono i benefici di carattere “normativo” già concessi in relazione al rapporto tra i quali, oltre al “non computo” del lavoratore nell’organico aziendale (art. 7, c. 3, d.lgs. n. 167/2011), anche il “sottoinquadramento” dello stesso o la “percentualizzazione” della retribuzione.

Apprendistato e somministrazione

La circolare evidenzia che è in ogni caso esclusa la possibilità di assumere in somministrazione apprendisti con contratto di somministrazione a tempo determinato e che le agenzie di somministrazione potranno fornire lavoratori assunti con contratto di apprendistato solo in forza di una somministrazione a tempo indeterminato (c.d. staff leasing).

Onere di stabilizzazione

Il nuovo art. 2, comma 3 bis, d.lgs. n. 167/2011, con esclusivo riferimento ai datori di lavoro che occupano almeno 10 dipendenti, prevede che l’assunzione di nuovi apprendisti sia subordinata alla prosecuzione del rapporto di lavoro al termine del periodo di apprendistato, nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione, di almeno il 50% degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro. Per i primi 36 mesi dall’entrata in vigore della L. n. 92/2012, tuttavia, tale percentuale è fissata al 30%.

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Inps – Indennità di disoccupazione ASpI e mini–ASpI

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L’inps, con circolare n. 142 del 18 dicembre c.a., fornisce i primi chiarimenti in merito ai nuovi istituti denominati ASpI e mini-ASpI, introdotti dall’articolo 2, comma 1, della Legge n. 92/2012 (Riforma del Lavoro), i quali sostituiranno, a far data dal 1° gennaio 2013, le attuali prestazioni di disoccupazione ordinaria con requisiti normali, disoccupazione ordinaria con requisiti ridotti e indennità di mobilità.

Nuova indennità di disoccupazione ASpI

È rivolta a tutti i lavoratori dipendenti, ivi compresi gli apprendisti, a condizione di essere disoccupati e tale stato deve essere involontario (licenziamento), con esclusione quindi, delle cessazioni intervenute a seguito di dimissioni o di risoluzione consensuale.

La durata della prestazione è graduata ed è collegata all’età anagrafica del lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro. Per fruire dell’indennità i lavoratori aventi diritto devono, a pena di decadenza, presentare apposita domanda, esclusivamente in via telematica, entro il termine di due mesi dalla data di spettanza del trattamento.

È prevista la decadenza dall’indennità in una serie di ipotesi, tra le quali la perdita dello stato di disoccupazione, un nuova occupazione con contratto a termine di durata superiore a sei mesi, il rifiuto di partecipare, senza giustificato motivo, ad un’iniziativa di politica attiva o di attivazione proposta dai servizi competenti.

Alle cessazioni del rapporto di lavoro intervenute fino al 31 dicembre 2012, indipendentemente dalla data di presentazione della domanda di indennità di disoccupazione, si applicano, fino alla scadenza naturale ovvero alla decadenza dalla prestazione, le precedenti disposizioni in materia di indennità di disoccupazione ordinaria non agricola.

Indennità di disoccupazione mini-ASpI

La mini-ASpI è erogata per i nuovi eventi di disoccupazione che si verificano dal 1 gennaio 2013 ed è la prestazione che sostituisce l’indennità di disoccupazione ordinaria a requisiti ridotti, per i lavoratori che possono far valere almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 12 mesi precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

L’indennità è corrisposta mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione nei dodici mesi precedenti la data di cessazione del rapporto di lavoro, detratti i periodi di indennità eventualmente fruiti nel periodo.

In caso di nuova occupazione del soggetto assicurato con contratto di lavoro subordinato, l’indennità è sospesa d’ufficio sulla base delle comunicazioni obbligatorie fino ad un massimo di cinque giorni; al termine del periodo di sospensione l’indennità riprende a decorrere dal momento in cui era rimasta sospesa.

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Ammortizzatori sociali

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Inps – Risoluzione consensuale intervenuta nel 2012 e indennità di disoccupazione

L’articolo 1, comma 40, della legge n. 92/2012 dispone che l’ASpI, che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2013, debba essere erogata anche a quei lavoratori che, nell’ambito della procedura di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, concludano il proprio rapporto di lavoro in sede conciliativa con una risoluzione consensuale.

L’Inps, con messaggio n. 20830 del 18 dicembre c.a., ha precisato che i lavoratori il cui rapporto di lavoro è cessato dopo il 18 luglio 2012, con le modalità sopra descritte, hanno diritto a percepire, in presenza dei requisiti richiesti, l’indennità di disoccupazione con requisiti normali, fino agli eventi di cessazione che si verifichino entro il 31 dicembre 2012.

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Sicurezza sul lavoro

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INAIL – Al via il Bando ISI 2012 con incentivi alle imprese per la sicurezza sul lavoro

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il comunicato dell’INAIL relativo all’emanazione dell’Avviso Quadro 20123 – incentivi alle imprese per la realizzazione di interventi in materia di sicurezza sul lavoro.

OBIETTIVO DEL BANDO

Incentivare le imprese a realizzare interventi finalizzati al miglioramento dei livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Possono essere presentati progetti di investimento e progetti per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale.

DESTINATARI

Destinatari sono le imprese, anche individuali, iscritte alla Camera di Commercio.

AMMONTARE DEL CONTRIBUTO

L’incentivo è costituito da un contributo in conto capitale nella misura del 50% dei costi del progetto.

Il contributo massimo è pari a 100.000 euro, il contributo minimo erogabile è pari a 5000 euro. Per le imprese fino a 50 dipendenti che presentano progetti per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale non è fissato il limite minimo di spesa. Per i progetti che comportano contributi pari o superiori a € 30.000 è possibile richiedere un’anticipazione del 50% del finanziamento.

RISORSE

Le risorse Per l’anno 2012 l’INAIL sono 155,352 milioni di euro ripartiti in budget regionali, di cui:

9,102 milioni di euro destinati ai progetti relativi all’adozione di modelli organizzativi per la gestione della sicurezza

146,250 milioni di euro destinati:

ai progetti di investimento (strutturali e macchine)

ai progetti relativi a:

Adozione di un sistema di responsabilità sociale certificato SA 8000

Modalità di rendicontazione sociale asseverata da parte terza indipendente

MODALITA’ E TEMPI

Compilazione e salvataggio online della domanda – 15 gennaio – 14 marzo 2013

Nel periodo dal 15 gennaio al 14 marzo 2013 sul sito www.inail.it – Punto Cliente, le imprese, previa registrazione, avranno a disposizione una procedura informatica che consentirà l’inserimento della domanda, con la possibilità di effettuare tutte le simulazioni e modifiche necessarie fino alle ore 18.00 del 14 marzo, allo scopo di verificare che i parametri associati alle caratteristiche dell’impresa e del progetto siano tali da determinare il raggiungimento del punteggio minimo di ammissibilità, pari a 120 (punteggio soglia). E’ possibile, pertanto, effettuare modifiche della domanda precedentemente salvata e procedere a nuovo salvataggio fino alle ore 18.00 del 14 marzo 2013.

Con riferimento ai progetti condivisi con le parti sociali è previsto un incremento del punteggio per i progetti mediante un incentivo crescente, a seconda che il progetto sia progettato e/o effettuato con una parte sociale (10% del punteggio totale), due o più parti sociali (12% del punteggio totale) o nell’ambito della bilateralità (14% del punteggio totale).

Download del codice identificativo – 18 marzo 2013

A partire dal 18 marzo 2013 le imprese la cui domanda salvata in precedenza abbia raggiunto o superato la soglia minima di ammissibilità prevista, potranno accedere all’interno della procedura informatica per il download del proprio codice identificativo che le identificherà in maniera univoca.

Pubblicazione della data di invio della domanda online – 8 aprile 2013

Le domande inserite, alle quali è stato attribuito il codice identificativo, ormai salvate e non più modificabili, potranno essere inoltrate online; la data e l’ora di apertura e di chiusura dello sportello informatico per l’inoltro on-line delle domande saranno pubblicate sul sito www.inail.it a partire dall’8 aprile 2013.

Gli elenchi in ordine cronologico di tutte le domande inoltrate saranno pubblicati sul sito INAIL entro 7 giorni dalla chiusura dell’ultima sessione di invio online, con evidenza di quelle collocatesi in posizione utile per l’ammissibilità del contributo, ovvero fino alla capienza della dotazione finanziaria complessiva.

In caso di ammissione all’incentivo, l’impresa ha un termine massimo di 12 mesi per realizzare e rendicontare il progetto. Entro 90 giorni dal ricevimento della rendicontazione, in caso di esito positivo delle verifiche, viene predisposto quanto necessario all’erogazione del contributo.

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Contratti a termine

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CCNL Terziario – Sottoscritto l’accordo sulla disciplina della successione dei contratti a termine nel Terziario

In data 19 dicembre è stato sottoscritto tra Confcommercio e Filcams-CGIL, Fisascat-CISL e Uiltucs-UIL l’accordo relativo alla disciplina della successione dei contratti a tempo determinato nel settore Terziario, Distribuzione e Servizi.

L’accordo prevede che la durata dell’intervallo tra un contratto a termine e il successivo è fissata in 20 giorni nel caso di un contratto di durata fino a sei mesi e in 30 per i contratti di durata superiore a sei mesi, per tutte le fattispecie che rientrano nei casi di legittima apposizione del termine.

Si ricorda che recentemente la materia è stata oggetto di riforma, dapprima con la legge n. 92/2012 (riforma “Fornero”), che ha elevato a 60 e 90 i giorni l’intervallo di tempo da rispettare nella successione di due contratti a tempo determinato di durata rispettivamente fino a sei mesi o superiore a sei mesi.

Successivamente, in sede di conversione del decreto legge n. 83/2012, è stato approvato l’articolo 46-bis, ai sensi del quale la durata dell’intervallo è ridotta a 20 e 30 giorni in una serie di ipotesi, tra cui i casi previsti dai contratti collettivi stipulati ad ogni livello dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

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Ritorni la ”buona politica” di Raffaele Morese

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L’esperienza del Governo tecnico è finita. Con un bilancio a tinte variegate. Il miglior merito è stato quello di aver pilotato l’Italia fuori dalla bufera, alimentata dai mercati finanziari e dal discredito internazionale in cui si era cacciata con il precedente Governo. Il demerito è di aver scelto una via rigorista (sia chiaro, obbligata) con politiche discutibili, soprattutto perché hanno precluso la strada dello sviluppo e dell’equità sociale. Monti si sottrae a questa critica, sostenendo che non aveva alternative al picchiare duro sulle pensioni e sulla casa. Ma così non è. Lo dimostrano tanto la vicenda esodati che, per risolverla, richiede risorse che riducono i vantaggi in termini di risparmio previdenziale, a suo tempo sbandierati come il salvataggio del Paese. Tanto la vicenda IMU, che è una patrimoniale più consistente della vecchia ICE, ma anche più iniqua nella sua distribuzione reddituale e sociale.

Monti rinunciò subito ad introdurre una patrimoniale vera, che incidesse sulle rendite ma anche sui redditi, in modo progressivo. Lo fece non tanto perché tecnicamente inattuabile in tempi brevi ed emergenziali quali erano quelli che caratterizzarono le sue prime settimane a Palazzo Chigi, ma per veti politici ben individuabili e forse al di là della sua personale convinzione. Di fatto, rinunciò a disporre di risorse sufficienti per realizzare quanto aveva promesso: rigore, crescita, equità. Ha raccolto molte risorse, ma tutte necessarie per soddisfare il primo di una trilogia che occorreva dipanare contestualmente. Quella rinuncia, oggi, non lo rende leader indiscusso, anche se il Paese deve essergli comunque grato per quanto ha fatto, in tempi così stretti e così turbolenti.

Ma il malcontento resta diffuso, ceto medio e giovani aggrediti nelle loro aspettative, meridionali sempre più ai margini della coesione sociale, imprese e lavoratori sulla difensiva spesso disperata, redditieri di ogni tipo abbarbicati alle loro posizioni di privilegio. E su tutto è dominante l’assenza di umiltà e di lungimiranza, da parte di chi fa politica, nel dare il buon esempio. Il populismo e l’estremismo di qualsiasi colore hanno terreno fertile in cui mestare. E in tempi di elezioni così diffuse – tra politiche, regionali e locali – le radicalizzazioni saranno all’ordine del giorno. Questo è il rischio maggiore che corre il cittadino nelle prossime settimane, anche se le primarie già effettuate tra Bersani e Renzi e le iniziative selettive per i candidati che avverranno tra poco, possono consolidare un metodo partecipativo che di per sé è anche recupero alla “buona politica”.

Di essa se ne sente un gran bisogno. Un ciclo è passato, anche se c’è uno sciame passatista che tenta di sopravvivere. Ma non vedremo più nani e ballerini nelle prime fila della politica. Non assisteremo più alla politica ridotta soltanto a spettacolo. Non si potrà governare strizzando l’occhio a chi si prende gioco dello Stato, evadendo, non rispettando le regole, sottraendo soldi pubblici per fini privati. Il tutto sfacciatamente. Occorrerà molto più dell’onestà, che ovviamente è merce che deve essere offerta per prima e sempre.

Occorrerà visione lunga sulla qualità della società che si intende consolidare, ben sapendo che le ragioni della solidarietà e dell’uguaglianza possono essere affermati soltanto riconducendo tutti al rispetto delle regole, privilegiando il merito e la conoscenza anche come ascensore sociale, alzando il livello della produttività e dell’efficienza con l’innovazione tecnica ed organizzativa, disboscando la vasta area delle rendite di posizione nella burocrazia, nella giustizia, nelle professioni, nella finanza.

In questo contesto e solo in questo contesto, il lavoro può trovare una sua centralità. Si tratta non solo di riprendere le fila attorno al tema dell’accumulazione capitalistica giusta, per restare un paese industrializzato e dal benessere diffuso, ma nello stesso tempo, di modellare una redistribuzione della ricchezza a favore del salario, per lungo tempo bistrattata. Anche se per troppi anni, non si è discusso di politica industriale, ci si può rendere conto che è in atto una fase di ristrutturazione a scala planetaria che può essere pagata pesantemente dal nostro Paese. Scelte strategiche settoriali e territoriali saranno necessarie per prospettare lavoro sicuro a milioni di lavoratori. Contemporaneamente, ci vuole una forte alleanza sociale perché il sistema fiscale sia messo nelle condizioni di stanare gli evasori e di privilegiare la remunerazione di capitali e salari rispetto ad altre forme di arricchimento.

Una progettualità di questa consistenza può essere concretizzata soltanto dall’affermazione della “buona politica”. La responsabilità dei partiti, mai come questa volta, è grande. Spetta, infatti, ad essi proporre una classe dirigente che possa essere credibilmente candidata a gestire una prospettiva di lungo periodo. E se questa classe dirigente non è in parte adeguata, si tenga conto che la società italiana è una miniera di competenze, sensibilità, disponibilità, voglie a cui attingere per rivitalizzare le forze politiche. Le idee hanno bisogno di donne e uomini capaci di renderle fatti.

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La sopravvivenza come valore a cui aggrapparsi – Censis

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1. Volge al termine un anno segnato da una crisi così grave da imporre l’assoluta centralità del problema della sopravvivenza.

Una centralità quotidianamente alimentata dalle preoccupazioni della classe di governo, dalle drammatizzazioni dei media, dalle inquietudini popolari; dalla paura di non farcela, una paura reale, che non ha risparmiato alcun sog- getto della società, individuale o collettivo, economico o istituzionale.

Basta pensare all’ansia dei piccoli imprenditori rispetto all’ipotesi di dover chiudere attività e impianti; alle insicurezze delle famiglie esposte a un drastico impoverimento delle risorse e degli stili di vita; alla improvvisa fragilità di ri- cavi e di autonomia avvertita dalle banche; alla strisciante sensazione dei si- stemi territoriali di veder crollare la loro orgogliosa vitalità; al quasi terrore delle classi di governo di fronte all’incubo dello spread che si impenna e del default che si avvicina; allo sbandamento di quasi tutti noi europei per una crisi forse senza ritorno della moneta comune e della stessa coesione comuni- taria. Nessuno, si può dire, è rimasto fuori dalla paura di non sopravvivere alla crisi e ai suoi vari processi.

2. Non si è trattato certo di una paura da “prima volta”. Di crisi negli ultimi decenni ne abbiamo attraversate a ripetizione, tanto che si potrebbe paragonare la nostra piccola storia del recente passato alla denominazione della Bibbia come “grande storia delle crisi e non dei successi di Israele”.

È forse questa continua iterazione di problemi che spiega perché, di fronte alle drammatiche vicende dell’ultimo anno, la nostra società abbia avuto l’automatica tentazione di derubricarle, ritenendole una ulteriore riproposizione di dinamiche precedenti e immaginando quindi che anche stavolta si potessero riutilizzare gli aggiustamenti sperimentati in passato. Pensavamo quindi, sotto sotto, di essere indenni e immuni da giorni cattivi. E invece ci siamo ritrovati inermi, in una immunodeficienza tanto inattesa quanto pericolosa.

3. La realtà si è rivelata diversa da quella che ci aspettavamo, più complicata che nelle crisi precedenti, e così “perfida” da imporci una radicale rottura di schema anche interpretativo (prima ancora che decisionale e operativo). Ci siamo infatti trovati dentro fenomeni e processi non padroneggiabili, e in parte neppure comprensibili, da parte di soggetti da tempo sicuri di ricondurre le difficoltà alle proprie specifiche responsabilità di azione:

– sono entrati in giuoco “fenomeni enormi”, per dimensione e complessità fuori della nostra portata intellettuale e politica (la speculazione interna- zionale, la crisi dell’euro, la impotenza dell’apparato europeo, la modifica degli assetti geopolitici internazionali e altro ancora);

– ci sono piovuti addosso “eventi estremi”, quasi con caratteristiche di catastrofi naturali (basterebbe pensare a come abbiamo vissuto la dinamica dello spread e il pericolo di default), quasi fossimo immersi in tempi pe- nultimi, timorosi di un possibile vertiginoso sprofondamento in un baratro o in un abisso;

– e soprattutto ci siamo ritrovati nella progressiva crisi della sovranità, a tutti i livelli, visto che nessuno, in Italia e altrove, è stato in grado di esercitare un’adeguata reattività decisionale. Nessun soggetto politico (Stato, partito, Parlamento che fosse) e nessun soggetto socio-economico (impresa, banca, sindacato che fosse) si è rivelato infatti più padrone della propria strategia d’azione, della propria operatività, del proprio stesso destino, tutti esautorati dall’impersonale potere dei mercati.

4. Il combinarsi di questi tre fattori (grandi fenomeni, eventi estremi e crisi delle sedi di sovranità) ha concorso a rendere inservibile il silenzioso “io posso” che per decenni, nei successi e nelle crisi, ha fatto da riferimento vitale ai vari soggetti di questa società; e la cui mancanza rende quasi naturale la loro inermità collettiva di fronte alle progressive drammatizzazioni, spesso alimentate anche da internazionali portatori di emozioni e di interessi.

Non mette qui conto ricamare sopra i sospetti di condizionamento dall’esterno, meglio segnalare che le dinamiche più importanti le abbiamo avute in casa, sul piano interno; e tutte collegate a una parallela discontinuità delle respon- sabilità:

– da un lato le istituzioni politiche, che si sono concentrate a esercitare la “necessità” e la determinazione nel difendere, con rigore e “nel rigore”, la fragilità dei conti pubblici, della nostra credibilità finanziaria internazionale, della possibile nostra dipendenza e tutela rispetto ai poteri e alle istituzioni internazionali;

– dall’altro lato i soggetti quotidiani della vita economica, che si sono adattati a risolvere da soli la loro inermità (anche scontando sacrifici e restrizioni derivanti dalle politiche di rigore) operando su se stessi radicali modifiche di atteggiamento e comportamento.

Tutto l’ultimo anno ha visto crescere questa divaricazione di spazi di respon- sabilità, anche se essa è stata per mesi resa invisibile dalle urgenze internazio- nali; dalla crescente inerzia della dialettica politica e parlamentare; e dalla valutazione tutta negativa che l’opinione pubblica ha dato sulla classe diri- gente, specie politica (“pastori che pascolano se stessi”, direbbe Ezechiele). Ma quando via via la divaricazione si è fatta chiara, ci siamo resi conto che le strategie istituzionali (di rigore dei conti, di riduzione delle spese, di riforme settoriali, di razionalizzazione dell’apparato pubblico) sempre meno trovavano saldatura con le affannose strategie di sopravvivenza dei vari soggetti sociali. Si potrebbe dire due strategie da “separati in casa”.

5. Qualcuno avverte il pericolo che in una tale situazione possano maturare da una parte poteri oligarchici e dall’altra tentazioni di populismo, anche rancoroso. Ma sono effetti naturalmente di lungo periodo, che non sembra possibile ricomprendere nell’analisi delle turbolenze dell’ultimo anno, già abbastanza ansiogene per loro conto. Più utile è segnalare come, proprio nell’ultimo anno, le due diversificate logiche abbiano esaltato la propria forza sottovalutando la dinamica dell’altra e accentuando la loro diversa discontinuità.

Ne è stato un esempio il modo e il tono con cui si è messo in atto il “salvataggio” di un sistema in cui i fondamentali erano strutturalmente disaggiustati; i tempi e gli eventi si erano fatti cattivi; le prospettive di continuità erano in pericolo; e su cui era giusto che scattasse una forte determinazione decisionale, con uno scatto di discontinuità politica, peraltro accettato dall’opinione pub- blica.

Una determinazione considerata non puramente “tecnica” ma anche politicamente straordinaria, specie nelle procedure, visto che “dovevamo dimostrare” ai mercati una forte capacità di concentrazione mentale e operativa, capace di:

– ridurre lo sfascio inerte, quasi un dissolvimento, in cui stava vivendo la nostra dinamica politica e la nostra immagine nazionale, dentro e fuori i con- fini;

– ricalibrare i pregiudicati rapporti con i nostri partner europei, le autorità comunitarie, i regolatori dei mercati finanziari globali;

– proporre, e per qualche verso imporre, un potere disciplinare specialmente nei settori più “trasandati” e bisognosi di riforma.

Un’“agenda” compatta e con largo apprezzamento, ma con ancora più larga distanza dall’affannato darsi da fare dei vari soggetti sociali. Questi infatti non si sono sentiti coinvolti più di tanto nella rigorosa opera di aggiustamento, forse perché erano istintivamente resistenti a una certa enfasi esortativa delle cosiddette manovre (Salva Italia o Cresci Italia); forse perché erano sospettosi che alle strategie tecnico-politiche non seguisse un’adeguata tecnicalità di im- plementazione amministrativa e organizzativa; forse perché restavano in attesa di un messaggio e di una proposta di percorso comune, più che di richieste di adesione a improbabili cambi di mentalità; forse perché progressivamente sor- presi dallo squilibrio fra la lucidità dell’azione di governo sul fronte estero e le incertezze espresse sul fronte interno.

Così, per l’intreccio di tutte queste condizioni, la conclamata discontinuità dell’azione di governo rispetto a precedenti modelli di comportamento, privati e pubblici, ha ulteriormente separato in casa il secco rigore sistemico delle istituzioni e l’abbondante miscela di specifiche singole soluzioni; e a niente sono servite le flebili indicazioni programmatiche via via avanzate (più crescita, più equità, più Europa, più economia sociale di mercato, ecc.). Non è scattata la magia dello sviluppo fatto da “governo e popolo”; ed è rimasto in campo un rigore di governo, spesso solo disciplinare, che non ha lo spessore per diventare “Legge”, cioè riferimento forte per generare forza psichica col- lettiva.

6. Vedremo, nella strada che porta alle elezioni politiche, se l’agenda di rigoroso governo del sistema si tradurrà, nei prossimi mesi, in impulsi di leadership politica e di mobilitazioni collettive anche per i tanti soggetti che continuano a non capire e non sentirsi coinvolti. Per ora, a quel che è dato di vedere, per la prima volta nella storia delle crisi italiane del dopoguerra, il fronteggiamento della crisi non vede un apporto significativo degli impegni politici e dell’in- tervento pubblico. Così nella loro prova di sopravvivenza i singoli soggetti sociali sono restati e restano soli, anzi “peggio che soli”, come potrebbero dire coloro che hanno visto nella citata agenda fattori di compressione e depres- sione.

La reazione più diffusa è stata di paura e di fuga; reazioni di frustrazione strutturale (“siamo troppo deboli come sistema”); di sfiducia soggettiva (“non ci sono le forze per fronteggiare eventi così potenti”); di sfiducia speculare fra le diverse componenti (“non abbiamo classe dirigente” insieme a “siamo una società appagata e seduta”); di reciproca incitazione a cambiare mentalità e comportamenti, con venature anche spregiative (fra politici immorali e bam- boccioni schizzinosi); e perfino di autodistruzione (si pensi alla pur breve sta- gione dei suicidi di piccoli imprenditori).

In questo sobbollire di pulsioni negative, i tempi cattivi avrebbero potuto di- ventare pessimi, nella drammatica attesa di tracolli da qualcuno preconizzati come inevitabili. Invece nel sottofondo della dinamica sociale ha cominciato a vedersi una sua autonoma tensione alla solidità, confermando l’antica verità che le crisi, forse proprio nel sobbollire di pulsioni negative, inducono a per- corsi di complessa maturazione del corpo sociale, di “iniziazione” direbbero i non razionali e i non dotti. E così, proprio nei mesi di più drammatica diffi- coltà, sono emerse, o meglio hanno cominciato a funzionare, tre grandi spinte di sopravvivenza:

– resistere facendo perno sulla “restanza”;

– esaltare la “differenza” degli atteggiamenti e dei comportamenti;

– operare un continuo “riposizionamento” delle presenze e delle azioni.

7. Quando si è in crisi e tutto sembra venire meno è quasi automatico far conto su quello che ci resta, sulla “restanza”, per usare una focalizzazione semantica di Jacques Derrida che, partendo dalla parola résistance ed eliminando il “si” intermedio, evidenzia il concetto di restance, che ben esprime – anche nella traduzione – quanto sia essenziale nei pericoli difendere, riprendere, valoriz- zare ciò che resta di funzionante dei precedenti processi di sviluppo.

Guardando a ciò che è avvenuto nel recente avvicinarsi di gravi eventi di crisi è possibile intravedere la filigrana della dinamica attraverso cui i vari soggetti sociali hanno giuocato sul valore e sull’utilizzo della “restanza”.

a) Soprattutto della restanza del passato, sfruttando al massimo tutte le più nascoste ma solide componenti del modello pluridecennale che ha fatto l’Italia di ieri e anche di oggi:

– lo scheletro contadino del modo di pensare e vivere (nella sobrietà e pa- zienza);

– il valore dell’impegno personale (dell’io posso) spesso al confine del protagonismo aziendale e familiare (con la ricerca di tante e diverse so- luzioni, anche temporanee);

– la funzione suppletiva delle famiglie rispetto ai buchi della copertura del welfare pubblico, in particolare per i bisogni dei membri della famiglia disabili o non autosufficienti;

– la centratura sulla prossimità come hardware della quotidianità, nella quale si svolge la gran parte delle funzioni primarie individuali e collet- tive, e si sviluppano le relazioni cruciali;

– la solidarietà diffusa e l’associazionismo, come anche la socialità ricreativa (feste, manifestazioni popolari, sagre);

– la valorizzazione del territorio come dimensione strategica di competitività del sistema, fondata non solo sull’intraprendenza della singola im- presa, ma anche sulla capacità delle realtà locali di promuovere l’eccellenza dei tanti fattori che le compongono.

Non c’è dubbio che questa restanza può anche essere vista come un ancoraggio al passato e quindi quasi un ostacolo ai comportamenti razionali in- novativi e virtuosi che sono tipici di altri Paesi occidentali; ma sul piano della cultura quotidiana essa è il vero fondamento della dinamica sociale. Senza di essa avremmo una modernità puramente virtuale, pronta sempre a sgonfiarsi, specialmente se giuocata sui primati del nuovo e dell’imma- gine.

b) Ma nella “restanza” non c’è solo l’eredità del nostro tradizionale modello di sviluppo; c’è anche qualche complesso di colpa per quello che non ab- biamo fatto e che quindi “resta da fare”. Abbiamo sempre proceduto a sbalzi, specialmente nelle grandi sfide nazionali; e oggi la coscienza col- lettiva comincia ad esprimere la necessità di non lasciare per strada i temi della nostra continuità storica, con particolare riferimento all’idea di un’Eu- ropa con la piena sovranità delle origini, lontana dalle impotenze attuali; all’idea di una sistemazione radicale del nostro assetto fisico-territoriale (dissesti idrogeologici, rischi sismici, ecc.) che proprio noi italiani avevamo proposto nel ’57-’58 come compito prioritario dell’azione europea; e al- l’idea di mantenere in vita l’opzione di crescita istituzionale delle periferie, andando per questo oltre la rovinosa decadenza del disegno federalista e regionalista. C’era in origine una consapevolezza e convinzione di massa su questi obiettivi, vale la pena di riprenderli e continuare a perseguirli.

8. Nella sommersa ricerca dei vecchi e nuovi obiettivi e comportamenti la cultura collettiva sembra tendere a una crescente valorizzazione della “differenza”, intesa come un differire sia dagli altri sia da se stessi, con piccole torsioni di atteggiamento e comportamento.

Per anni anche da parte nostra si è fatta storia di un progressivo appiattimento dei singoli in modelli di vita sempre più omogeneizzati, un po’ coatti, quasi da poltiglia indistinta; ma oggi, non tanto per reazione quanto per realistica constatazione, siamo tentati di segnalare una iniziale rinnovata propensione alla differenza. Il piattume antropologico (e la violenza che ne nasce) ha vi- genza e potenza ormai in zone comunque minoritarie del Paese o è confinato in specifiche occasioni temporali; mentre si comincia ad avvertire il sospetto che l’omogeneità, anche la più ordinata (esser tutti un po’ più europei, se non addirittura più “tedeschi”), è sempre regressiva, visto che non ha, non può avere, quella “enzimatica” carica di generatività che è necessaria per rilanciare lo sviluppo e che solo la differenza può portare con sé.

Ritorna così, con quasi silente pudore, la voglia di personalizzazione, almeno nella misura in cui essa è possibile in una società di massa. La prima spinta in tale direzione è data proprio dalla crisi: il singolo soggetto se non cambia, se non differisce da quel che è stato finora, resta fuori dei giuochi. Per questo è portato a differenziare i propri obiettivi personali e i propri percorsi, anche reinterpretando le proprie visioni del mondo. Basta pensare a quanto in tal senso giuochino processi quali:

– il politeismo alimentare, con combinazioni soggettive di alimenti e anche di luoghi ove acquistarli, senza tabù, neutralizzando ogni passata ortodossia alimentare;

– la moltiplicazione dei format di vendita, con la forte crescita degli acquisti online, la diffusione di siti web con offerte low cost e di gruppi di acquisto solidale;

– la personalizzazione dell’impiego dei media, sia per la fruizione dei contenuti di intrattenimento, sia per l’accesso alle fonti di informazione, secondo palinsesti multimediali “fai da te”, autogestiti, svincolati dalla rigida pro- grammazione delle grandi emittenti;

– la miniaturizzazione dei dispositivi tecnologici, la proliferazione delle connessioni mobili, l’esplosione dei social network, grazie ai quali diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali, il denudamento del sé digitale, inaugurando così un nuovo ciclo che si può definire biomediatico.

E proprio in questo ultimo campo c’è l’esempio di limite, visto che l’esplosione degli strumenti e delle modalità di comunicazione crea grandi apparati e insiemi di relazione, ma anche tanta voglia di personalizzare la presenza in rete. La differenza aumenta e ne è sintomo indiretto anche la differenziazione molto forte dell’offerta culturale (dal romanzo alle mostre d’arte) e dei relativi linguaggi e messaggi. Quasi una polisemia.

9. Un istinto di sopravvivenza che portasse solo a resistere, a valorizzare la re- stanza e a propendere al differire da come si è stati sarebbe comunque nei fatti un istinto puramente culturale e personale. In questi ultimi mesi l’affermarsi congiunto di tali atteggiamenti ha permesso però un più collettivo e complesso processo di riposizionamento differenziale. È evidente che ogni soggetto ricerca il suo riposizionamento (è conseguenza delle differenze) ma è anche possibile, rileggendo con attenzione le pagine della seconda parte del Rap- porto, individuare una notevole articolazione di singole tendenze:

– nella crescente propensione a razionalizzare l’assetto del territorio, è ma- turata l’attenzione alla riduzione del consumo di suolo, alla rifunzionalizzazione delle aree dismesse, alla riqualificazione urbana, al risparmio energetico;

– nel dramma dell’esplosione del precariato giovanile si è andata affermando una maggiore ricerca di percorsi di studio a più elevato differenziale competitivo e un riorientamento verso percorsi di formazione tecnico-profes- sionale dalle prospettive di inserimento occupazionale più certe; insieme alla riduzione delle immatricolazioni ai corsi universitari di tipo umanistico-sociale e alla crescente inclinazione dei giovani a compiere gli studi universitari o esperienze di lavoro all’estero;

– nella crisi si è ristretta la base produttiva del manifatturiero, ma ora mostrano una rinnovata vitalità altri pezzi del tessuto produttivo (le imprese cooperative, le imprese femminili, le imprese del settore Ict e in particolare legate alle applicazioni Internet, con centinaia di start-up nell’alta tecno- logia e nelle tecnologie verdi legate all’ambiente e alle energie alternative);

– sono diminuite le imprese esportatrici, ma ora sta cambiando il modello di internazionalizzazione grazie a un di più di strategia che si traduce in un aumento degli investimenti in partecipazioni all’estero;

– si è ridimensionata la capacità di penetrazione nei tradizionali mercati esteri del made in Italy (tessile, abbigliamento-moda, alimentare, mobile-arredo), ma stanno aumentando le quote di mercato dell’Italia nelle aree emergenti del mondo grazie ad altre specializzazioni produttive (metallurgia, chimica, farmaceutica);

– sono state decine di migliaia le chiusure tra gli esercizi del piccolo commercio tradizionale, ma continua l’espansione della distribuzione organizzata e delle attività di commercio via web.

Si tratta, come si vede, di tendenze appena abbozzate, ma è interessante che esse si siano espresse proprio nell’anno di crisi più drammatica, quella in cui abbiamo temuto per la sopravvivenza del sistema. Quasi a significare che la sfida della sopravvivenza non solo è stata combattuta a difesa di quel che c’era e che avrebbe potuto andar perduto; ma ha comportato una torsione quasi iden- titaria. In questi mesi non abbiamo solo salvaguardato il nostro “essere” ma anche cercato, più o meno consapevolmente, di “essere altrimenti”. Per chi ci crede, anche le crisi possono diventare funzionali allo sviluppo sociale.

10. Finiamo allora questo anno, pervaso di pericoli e sacrifici, con una doppia po- sitiva acquisizione. Da un lato abbiamo visto in atto impegnative politiche di vertice volte ad allineare il sistema al rigore predicato e perseguito dalle più influenti sedi di potere europeo. E dall’altro abbiamo visto milioni di persone sopravvivere da sole alla crisi, con un’intima tensione a cambiare (ad “essere altrimenti”) e con differenziati riposizionamenti di competizione e di coesione.

Si è trattato di due dinamiche importanti, ma pur sempre parallele, visto che non si sono integrate fra loro, anzi hanno di fatto agito con reciproco senso di alterità, e talvolta di conflittualità. Se restassero in tale parallelismo ci potrebbe anzi essere il pericolo di una ulteriore loro divaricazione. Gli “dei della città” (politici e opinion maker) sembrano infatti propensi a pensare che solo una oligarchia della polis (o della city) possa gestire la competitività del sistema prescindendo dall’orientamento dei suoi vari soggetti. Mentre questi ultimi, che restano fuori dai poteri oligarchici, sono propensi a pensare che le scelte e i comportamenti che essi “da soli” hanno messo in campo per sopravvivere abbiano dentro una doppia potenziale forza: quella di esercitare una “disse- minazione” di culture di progressivo cambiamento individuale e collettivo; e quella di prefigurare una realistica governabilità, nata dall’attenta gestione delle recenti contingenze continuate.

Contrapposizioni di questo tipo sono spesso inutilmente coltivate nella nostra dialettica socio-politica; ma oggi sarebbero ancora più fuori luogo, visto che vive nel Paese una serietà collettiva (nelle preoccupazioni come nell’impegno) che era impensabile ancora pochi mesi fa e che non va dispersa nelle venature conflittuali delle prossime vicende elettorali. Tenere insieme le ragioni del rigore istituzionale e la popolare voglia di sopravvivenza sarebbe un ulteriore e significativo passo di crescita della nostra unità nazionale.

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IL MERCATO DEL LAVORO ICT

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In un contesto di crisi economica conclamata, le 132.000 imprese dell’Information & Communication Technology fanno i conti con un mercato contratto e tariffe sempre più basse, ma anche con le nuove frontiere promettenti legate all’economia del digitale.

I 612.000 addetti contati al primo semestre 2012 sono in stallo rispetto al 2011, con un deflusso consistente dalle posizioni di lavoro dipendente a quelle atipiche, il 25,1% sul totale, soprattutto nell’area Servizi IT, Software e nel Canale.

Le retribuzioni nell’ICT crescono meno dell’inflazione: nei primi 6 mesi dell’anno un impiegato ICT perde il -2,8% del suo potere d’acquisto rispetto all’inflazione ad alta frequenza.

Sul fronte delle tariffe professionali, il trend è negativo ormai da un decennio, ma si registra un lieve rallentamento della caduta: le tariffe 2012 scendono in media “solo” del -1,5%, contro il -2,6% dello scorso anno.

Questi alcuni dei dati che emergono dall’Osservatorio delle competenze nell’ICT, con il quale Assintel ha presentato uno spaccato aggiornato al 2012 dell’impatto della crisi economica sul mercato ICT dal punto di vista delle risorse umane. Partner di Assintel Fondazione Politecnico di Milano, IDC, GiGroup e OD&M, AICA, itSMF, IWA, con il patrocinio della Camera di Commercio di Milano.

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Assunzioni agevolate

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Legge n. 407/1990 – E’ possibile fruire delle agevolazioni se si assumono più lavoratori di quelli licenziati

L’Inps, con messaggio n. 19818 del 3 dicembre c.a., relativamente agli sgravi contributivi per l’assunzione di lavoratori disoccupati di lunga durata, ex l. n. 407/1990, precisa che qualora il datore di lavoro, che abbia effettuato licenziamenti nei sei mesi precedenti l’assunzione, assuma in numero superiore a quelli licenziati, il beneficio sarà riconosciuto per un numero di lavoratori corrispondenti alla differenza.

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Sicurezza sul lavoro

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Procedure standardizzate per la valutazione dei rischi – Pubblicato il decreto ministeriale

Il Ministero del Lavoro ha reso noto che, con decreto interministeriale 30 novembre 2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 285 del 6 dicembre 2012, sono state recepite le “procedure standardizzate” per la valutazione dei rischi.

Il documento, approvato dalla Commissione consultiva lo scorso 16, individua il modello di riferimento per l’effettuazione della valutazione dei rischi da parte dei datori di lavoro, di cui all’art. 29, comma 5, del D.Lgs 81/2008, al fine di individuare le adeguate misure di prevenzione e di protezione ed elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza. La procedura deve essere applicata alle imprese fino a 10 dipendenti ma potrà essere utilizzata, volontariamente, anche dalle imprese fino a 50 dipendenti.

Il documento si compone di due parti, la prima vuole essere una linea guida alla compilazione e contiene nel dettaglio le istruzioni operative, mentre la seconda parte è costituita dalla modulistica e riporta dunque le schede da utilizzare per adempiere all’obbligo della valutazione dei rischi.

Le procedura si articola per passi:

il primo prevede una descrizione sintetica dell’azienda (a cui corrisponde il Modulo 1.1) e del ciclo lavorativo, e l’identificazione delle mansioni (e a tal fine dovrà essere compilato il modulo 1.2);

dopo aver descritto l’attività aziendale, attraverso il secondo passo si dovranno individuare i pericoli presenti, legati ad esempio alle caratteristiche degli ambienti di lavoro, delle attrezzature di lavoro, dei materiali, alla eventuale presenza di agenti chimici, fisici biologici. Per individuare i pericoli dovrà essere utilizzato il modulo 2, che rappresenta un elenco di pericoli che dovrebbe essere esaustivo di tutti i rischi che si possono incontrare nell’ambito delle realtà lavorative. Andrà contrassegnata nelle apposite colonne la presenza o l’assenza del pericolo in azienda. Nel modulo 2 sono contenuti anche i riferimenti legislativi o eventuali norme tecniche associati al singolo pericolo, nonché esempi di incidenti o criticità per ogni pericolo elencato;

il terzo passo (per il quale dovrà essere compilato il Modulo 3) prevede l’effettuazione della valutazione dei rischi associati ai pericoli così come sono stati individuati nel precedente Modulo 2, riportando anche le aree/ reparti/luoghi di lavoro con le corrispondenti mansioni/postazioni, nonché l’identificazione e l’indicazione delle misure di prevenzione e protezione attuate;

nel quarto passo (con l’utilizzo del medesimo Modulo 3, dalla colonna 6 alla colonna 8 ) saranno indicate le misure relative alla definizione del programma di miglioramento. Per programma di miglioramento si intende il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza, quali ad esempio il controllo delle misure di sicurezza attuate per verificarne lo stato di efficienza e funzionalità.

Il decreto entrerà in vigore il sessantesimo giorno successivo alla notizia della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, quindi il prossimo 4 febbraio 2013.

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