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Per capire cosa sia successo giovedì 2 luglio nei negozi Lidl francesi non basta parlare di caldo. Bisogna partire da un dato culturale che agli osservatori italiani sfugge facilmente: la Francia, a differenza di gran parte del sud Europa, non ha mai fatto pace con l’aria condizionata. Non è un dettaglio di costume, è una scelta che attraversa la regolamentazione, l’urbanistica e persino il dibattito pubblico. La normativa energetica RE 2020, i criteri di finanziamento dell’Ademe (l’agenzia per l’ambiente) e del cosiddetto Fondo Verde, i piani urbanistici locali di molti comuni: in tutti questi strumenti la climatizzazione è vista come ultima risorsa, quando non apertamente scoraggiata da una burocrazia complessa — serve spesso l’assenso degli architetti dei Bâtiments de France — e dall’assenza quasi sistematica di sussidi pubblici per gli impianti fissi negli edifici comunali.

Il caso delle scuole è il più esemplificativo. Circa l’80% degli istituti scolastici francesi non è oggi attrezzato per resistere alle ondate di calore che si sono fatte più frequenti e più intense: lo denunciano gli stessi esperti di edilizia pubblica, secondo cui manca un vero piano nazionale canicola per le scuole. Nel 2023 Emmanuel Macron aveva lanciato un piano da 40.000 edifici scolastici da rinnovare entro il 2034, ma i fondi realmente disponibili si sono rivelati largamente insufficienti: ad esempio a Châtillon, la ristrutturazione di un solo istituto è costata 1,4 milioni di euro, di cui appena 200.000 coperti da aiuti pubblici. Il risultato è che, davanti a ogni nuova ondata di calore, sindaci e prefetti si trovano a decidere caso per caso se tenere aperte le scuole, spesso senza alcun impianto di raffrescamento, affidandosi a soluzioni come l’acqua distribuita in classe o il rinvio degli orari di lezione — soluzioni figlie proprio di quella impostazione culturale che privilegia l’adattamento passivo (isolamento, persiane, vernici riflettenti) rispetto all’installazione di condizionatori.

È un impianto ideologico che non nasce dal nulla: la preoccupazione è che generalizzare la climatizzazione significhi arrendersi alla lotta contro il cambiamento climatico invece di combatterlo alla radice, oltre al fatto che il funzionamento dei condizionatori consuma energia nel momento esatto in cui la rete elettrica è già sotto pressione. Ma quando le ondate di calore, come quella che ha appena investito la Francia con temperature medie di 38,5 gradi e punte fino a 43,8 gradi registrate a Saintes, in Charente-Maritime, e Parigi sopra i 40 gradi per due giorni consecutivi — un evento capitato solo cinque volte dall’inizio delle rilevazioni nel 1947 — smettono di essere eccezioni e diventano una costante estiva, quella stessa resistenza culturale rischia di trasformarsi in un problema di salute pubblica. È il paradosso che diversi osservatori francesi hanno iniziato a sollevare pubblicamente: la scelta di continuare a trattare le canicole come catastrofi naturali occasionali, invece che come la normalità di tre ondate all’anno a cui adattarsi sul serio, rischia domani di configurarsi come una responsabilità istituzionale precisa, non più solo come una fatalità climatica.

In questo contesto va letta la ressa che ha travolto i negozi Lidl in Francia. L’insegna aveva messo in vendita 200.000 tra ventilatori e climatizzatori portatili a prezzi aggressivi — il condizionatore mobile Tronic a 179 euro, ventilatori a partire da 13,49 euro — proprio mentre catene generaliste come Darty, Fnac e Boulanger avevano già esaurito le scorte nei mesi precedenti. La combinazione tra un mercato dell’elettronica di consumo già in rottura di stock e un prezzo aggressivo su un bene diventato improvvisamente di prima necessità ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato: file dall’una di notte, centinaia di persone davanti ai negozi ancora prima dell’alba, e scene di caos non appena le saracinesche si sono alzate.

A Nanterre le porte scorrevoli di un negozio sono cedute sotto la pressione della folla, in un punto vendita che disponeva di appena dieci climatizzatori per un centinaio di persone che avevano atteso parte della notte. A Parigi, nel dodicesimo e nel quattordicesimo arrondissement, la polizia è intervenuta con gas lacrimogeno per disperdere assembramenti di centinaia di persone; a Rennes e Argenteuil si sono registrate scene simili; a Saint-Germain-lès-Corbeil, nell’Essonne, quasi duecento veicoli hanno bloccato gli accessi stradali al punto da richiedere l’intervento della gendarmeria per regolare il traffico. Il rapporto tra domanda e offerta reale, più che il numero assoluto, spiega la dinamica: 200.000 pezzi distribuiti su 1.622 punti vendita fanno una media di appena 123 unità a negozio, un quantitativo palesemente sproporzionato rispetto all’affluenza generata da una comunicazione così ampia della promozione.

Ed è qui che entra in gioco la seconda componente della vicenda, quella più direttamente riconducibile alla gestione operativa dell’insegna. Lidl ha dichiarato che il proprio ciclo di approvvigionamento non è cambiato in ragione dell’emergenza: i prodotti erano stati ordinati con un anno di anticipo, con consegne settimanali regolari e prezzo fisso, secondo la normale pianificazione degli acquisti. Detto altrimenti, l’azienda si è trovata a far coincidere un’operazione commerciale pianificata da tempo con un picco di domanda amplificato dalle rotture di stock dei concorrenti e da un’ondata di caldo di intensità raramente vista — senza poter adeguare né le quantità disponibili per punto vendita né, apparentemente, le misure di sicurezza: una lavoratrice sarebbe stata perfino schiaffeggiata durante uno degli episodi più caotici.

Resta sullo sfondo un elemento che rende la vicenda meno aneddotica di quanto le immagini dei tafferugli sui social lascino intendere: più di un testimone presente sul posto ha collegato la disponibilità delle persone a mettersi in fila di notte, o ad affrontare una ressa pur di aggiudicarsi un climatizzatore da 179 euro, alle difficoltà di potere d’acquisto che attraversano una parte della popolazione francese. In un paese dove l’aria condizionata resta culturalmente periferica, dove i sussidi pubblici per installarla mancano quasi ovunque e dove la temperatura media estiva ha smesso di essere un’eccezione, un elettrodomestico a basso prezzo può diventare l’unica soluzione economicamente accessibile per affrontare una notte a 30 gradi in appartamento — ed è proprio questa urgenza, più della semplice voglia di un affare, a spiegare perché centinaia di persone abbiano scelto di aspettare ore pur di non tornare a mani vuote.

Vale la pena notare che la Francia non è isolata in questa contraddizione, ma la vive in una forma più acuta rispetto ai paesi mediterranei. In Italia, in Spagna o in Grecia la climatizzazione domestica è un bene ormai diffuso e culturalmente accettato da decenni, complice un’esposizione al caldo estivo strutturalmente più lunga e intensa. In Francia, dove le estati roventi sono state per lungo tempo un’eccezione più che una regola, l’infrastruttura — normativa, edilizia, sociale — non si è mai davvero adattata a un clima che nel frattempo è cambiato. Questo scarto tra la percezione di un fenomeno ancora visto come straordinario e la sua reale ricorrenza è probabilmente la chiave più utile per leggere quanto accaduto da Lidl: non un eccesso isolato di irrazionalità collettiva, ma il sintomo di un paese che si trova a rincorrere, con gli strumenti di emergenza del commercio al dettaglio, un adattamento strutturale che le politiche pubbliche non hanno ancora completato.

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