Tesco vuole uscire dall’Europa centrale: 561 negozi tra Ungheria, Cechia e Slovacchia che gli analisti citati da Reuters considerano un’anomalia rispetto a una strategia incentrata sul mercato britannico. Le prime offerte vincolanti per il business ceco-slovacco devono arrivare entro la fine di settembre. Il perimetro è definito fin nei dettagli: 184 punti vendita diretti in Repubblica Ceca (87 ipermercati, 58 supermercati, 39 Express) più 126 negozi Žabka in franchising, un fatturato ceco di 1,6 miliardi di euro in crescita di altri 200 milioni quest’anno, una rete slovacca da 1,7 miliardi stagnante. Tre nomi, tutti già insediati nella regione, sarebbero in corsa per il pacchetto secondo il Financial Times, che cita fonti vicine al dossier: Schwarz Group, Ahold Delhaize, Biedronka. Nessuno dei tre ha confermato. Sull’Ungheria, dove Tesco aprì nel 1995 il suo primo negozio fuori dal Regno Unito, non c’è invece nessun nome. Il Financial Times, che per primo ha dato la notizia della vendita a luglio, ha scritto che cechi e slovacchi verranno venduti insieme e separatamente dall’unità ungherese. Quella separazione, decisa da Tesco stessa prima ancora che arrivasse un’offerta, dice già qualcosa su come il mercato legge il rischio politico ungherese.
Sui tre pretendenti per Cechia e Slovacchia la partita è concreta, e le stampe locali — e15, Deník, Hospodářské Noviny, Index, Portfolio — la seguono da vicino perché tutti e tre sono già insegne note ai consumatori. Schwarz Group possiede sia Lidl sia Kaufland, presenti in entrambi i paesi: secondo le stime di Morgan Stanley il gruppo tedesco è già 4,4 volte più grande di Tesco sul solo mercato ceco. Ahold Delhaize gestisce da anni la rete Albert in Repubblica Ceca. Biedronka, l’insegna discount polacca del portoghese Jerónimo Martins, è la meno radicata delle tre ma quella che si muove più in fretta: è entrata in Slovacchia nel marzo 2025 con un unico negozio a Miloslavov, ne aveva otto a settembre dello stesso anno, diciannove a oggi — con l’obiettivo dichiarato di arrivare a cinquanta entro fine 2026. Per il mercato ceco, dove Biedronka non ha ancora aperto un solo punto vendita, un’acquisizione dei negozi Tesco funzionerebbe come un ingresso già a scala, saltando la fase organica che ha caratterizzato la sua espansione slovacca.
Dietro l’apparente parità dei tre nomi, però, le condizioni di partenza non sono uguali. Schwarz Group arriva con la scala già fatta e una gestione unitaria e centralizzata che gli ha permesso, negli ultimi mesi, di muoversi rapidamente anche su altri fronti europei. Biedronka ha il momentum ma non ancora, in Cechia, un solo negozio da cui far partire l’integrazione: assorbire 184 punti vendita diretti sarebbe un salto di scala enorme rispetto ai diciannove aperti in Slovacchia in diciotto mesi. Ahold Delhaize, che sulla carta avrebbe la rete più complementare è quello con la governance meno stabile proprio nel momento in cui dovrebbe decidere un’acquisizione di questa portata.
Il caso Ahold merita di essere raccontato per intero, perché la sequenza degli eventi degli ultimi cinque mesi non è casuale. A inizio maggio Claude Sarrailh, che dall’ottobre 2024 guidava Ahold Delhaize Europe & Indonesia, ha annunciato che lascerà il gruppo per diventare amministratore delegato di Esselunga: un manager con un percorso costruito tra Carrefour e Metro, arrivato a capo della divisione europea del gruppo olandese-belga meno di due anni prima, chiamato ora a guidare l’insegna italiana dopo quasi dieci anni dalla scomparsa di Bernardo Caprotti. Il preavviso di sei mesi porta l’uscita effettiva a novembre. Nel frattempo, il 27 agosto, il consiglio di sorveglianza di Ahold Delhaize ha nominato la successore: Margaret Versteden-van Duijn assumerà il ruolo di CEO Europe & Indonesia, ma con un percorso in due tempi — entra come Executive Vice President dal 1° ottobre, mentre la nomina piena nel management board, con tutti i poteri decisionali che comporta, resta subordinata all’approvazione di un’assemblea straordinaria degli azionisti prevista “più avanti nell’anno”. A fine settembre 2026, cioè proprio nella finestra in cui vanno presentate le offerte vincolanti per Tesco Cechia-Slovacchia, il vertice europeo di Ahold Delhaize è dunque in una fase di transizione formale, senza pieni poteri di governance sul board. A complicare ulteriormente il quadro locale, il 28 aprile Petr Pavlik, che guidava il marchio Albert proprio in Repubblica Ceca — il mercato dove un’acquisizione Tesco inciderebbe più direttamente — ha lasciato l’azienda. Due transizioni di leadership sovrapposte, uno europeo e uno nazionale, nello stesso paese al centro del dossier.
Sull’Ungheria, invece, il silenzio è quasi totale. Le testate magiare che seguono il dossier — Portfolio, Forbes Hungary, Index, Világgazdaság — non riportano nessuno dei tre nomi come interessato al mercato ungherese. Le ricostruzioni riprese da Reuters parlano di offerte per l’intera attività da 561 negozi, Ungheria compresa, senza distinguere paese per paese: il silenzio riguarda ciò che la stampa locale non riferisce, non una rinuncia dichiarata. L’unica indiscrezione circolata è quella di una possibile trattativa diretta tra Tesco e Kaufland, la catena di ipermercati dello stesso Schwarz Group già presente in Cechia e Slovacchia con un formato più vicino a quello degli ipermercati Tesco rispetto al discount Lidl. Ma interpellata dalla stampa, Kaufland ha risposto senza ambiguità di non avere, al momento, alcun piano di ingresso nel mercato ungherese — pur dichiarando di monitorare costantemente i mercati internazionali. È una smentita che vale più di una conferma: nessuno dei tre soggetti che si contendono attivamente Cechia e Slovacchia ha lasciato circolare il proprio nome sull’Ungheria.
La ragione emerge con chiarezza dalla cronaca politica ungherese di queste settimane. Il price cap sui generi alimentari e le tasse speciali sui retailer a capitale estero, introdotte sotto i governi di Viktor Orbán proprio per colpire più duramente le insegne straniere come Tesco, sono sopravvissute al cambio di governo: da giugno 2026 l’Ungheria è guidata da Péter Magyar, del partito Tisza, che ha ereditato — e per ora mantenuto — lo stesso impianto regolatorio. Magyar ne ha parlato apertamente in parlamento a metà settembre, riconoscendo che il price cap sui margini ha avuto un effetto collaterale pesante: circa novecento piccoli negozi hanno chiuso da quando la misura è in vigore. Il primo ministro ha lasciato intendere che, con l’inflazione ora più bassa, potrebbe valer la pena rivedere la misura — ma si tratta ancora di un’ipotesi, non di un impegno con una data. Sul price cap alimentare, lo strumento che più di ogni altro ha eroso la marginalità delle insegne a capitale straniero come Tesco, l’annuncio resta per ora un “si potrebbe valutare”, non un’abrogazione.
È qui che la separazione decisa da Tesco tra il pacchetto ceco-slovacco e quello ungherese smette di essere un dettaglio procedurale e diventa la parte più interessante della storia. Cechia e Slovacchia offrono ai tre pretendenti un terreno regolatorio stabile su cui innestare rapidamente sinergie di rete, logistica e acquisti — ed è per questo che le offerte vincolanti arrivano già a fine settembre, con Goldman Sachs e Citi a orchestrare un processo competitivo vero. L’Ungheria, dove pure Tesco possiede uno storico di trent’anni e una quota di mercato consolidata, resta bloccata non perché manchino compratori capaci — Schwarz, Ahold e Biedronka operano già tutti in mercati vicini e comparabili — ma perché nessuno di loro è disposto a scommettere su un quadro fiscale e regolatorio che ha già dimostrato di sopravvivere a un cambio di governo. Il fatto che sia proprio il partito che ha vinto le elezioni promettendo discontinuità rispetto a Orbán a mantenere in vigore lo strumento più punitivo per i retailer stranieri è il paradosso che la stampa internazionale, concentrata sulla gara ceco-slovacca, ha finora raccontato solo di striscio.
L’obiezione ovvia è che Tesco voglia semplicemente uscire da tutto, avendo già ceduto quasi ogni asset estero dal 2015, e stia sequenziando le vendite partendo dalla più facile. Ma anche così la scelta di cosa vendere per primo indica dove Tesco vede meno ostacoli. La domanda aperta, allora, non è tanto chi si aggiudicherà i 184 negozi cechi o le operazioni slovacche — la stampa locale offre già indicazioni sufficienti su chi parte favorito e su chi ha più da guadagnare da un ingresso a scala. È se la spaccatura del processo di vendita in due velocità distinte costituisca già, di per sé, un verdetto di mercato sul rischio regolatorio ungherese — indipendentemente da chi vincerà la gara ceco-slovacca, e indipendentemente da quanto a lungo il governo Magyar continuerà a “valutare” una revisione che, per ora, resta solo annunciata.



