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In questi giorni Lidl Belgio ha scritto una lettera aperta al governo federale: eliminate l’IVA sulla frutta e sulla verdura fresca, oggi al 6%, e noi ne gireremo il cento per cento ai clienti. La richiesta arriva mentre i ministri rivedono le aliquote nella trattativa sul bilancio, e porta con sé una prova. Nel 2024, in Danimarca, la catena ha assorbito per un periodo un importo pari all’IVA su quei prodotti e, secondo la ricostruzione di ESM Magazine, le vendite di ortofrutta sono salite del 10%. Sempre secondo ESM, quell’iniziativa avrebbe spinto il governo danese a inserire l’IVA zero nell’accordo di coalizione. È una storia costruita bene. Ma se la si mette accanto alla mappa dei ventisette paesi, la mappa racconta altro.

Cominciamo da chi lo zero ce l’ha. Irlanda e Malta applicano l’aliquota zero alla gran parte degli alimentari di base, frutta e verdura comprese, per ragioni storiche: sono deroghe ereditate, non scelte recenti. L’unica altra bandiera zero è Cipro, e lì la parola chiave è scadenza. L’aliquota zero su frutta e verdura fresca vale dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 in forza di un decreto del Consiglio dei ministri del 21 novembre 2025, che ha prorogato una misura in scadenza alla fine dell’anno prima, e il ministero delle Finanze è tenuto a rivalutarla ogni anno. Cipro vive di uno zero in affitto, rinnovato dodici mesi alla volta.

Gli altri zero sono finiti. La Spagna aveva azzerato l’IVA su pane, latte, uova, frutta e verdura nel gennaio 2023; la riduzione temporanea è cessata il 31 dicembre 2024 e dal 1° gennaio 2025 quei prodotti pagano il 4%, salendo da un 2% intermedio. Il Portogallo ha azzerato l’IVA su 44 prodotti alimentari per sei mesi nel 2023 e oggi applica il 6%. La Polonia ha tenuto lo zero da febbraio 2022 a fine marzo 2024 e poi è tornata al 5%. A fine marzo di quest’anno l’opposizione ha depositato al Sejm un progetto per riportarlo a zero fino a dicembre sul cibo di produzione nazionale, escludendo l’importato, ma a fine settembre l’aliquota risultava ancora al 5%. Tre paesi che hanno provato lo zero e sono tornati indietro dicono qualcosa sul costo di tenerlo.

Sotto il 5% restano pochi nomi, quasi tutti per eredità: il Lussemburgo al 3%, l’Italia e la Spagna al 4%. In Italia l’azzeramento su un paniere ampio di beni essenziali, frutta e verdura incluse, è stato proposto dal Movimento 5 Stelle tra gli emendamenti alla manovra 2026 e stimato in circa 1,5 miliardi l’anno; la previsione era che non sarebbe passato. A questi si è aggiunta, a sorpresa, l’Austria, che dal 1° luglio 2026 ha introdotto un’aliquota del 4,9% su una lista chiusa di alimenti: ortaggi freschi, refrigerati e surgelati, mele, pere, albicocche, ciliegie, pesche, susine, ma non le fragole e gli altri frutti di bosco. Il decimale ha una ragione tecnica. La direttiva permette due aliquote ridotte non inferiori al 5%, Vienna le usava già entrambe, per il 10% e il 13%, e un terzo gradino è ammesso solo sotto il 5%. Il Servizio bilancio del Parlamento austriaco stima per la misura un effetto frenante sull’inflazione dello 0,14%.

Nella fascia di mezzo l’Europa si affolla. Croazia, Polonia e Slovacchia applicano il 5%, la Francia il 5,5%, il Belgio e il Portogallo il 6%. La Svezia ha il 6% su tutto il cibo, ma solo fino al 31 dicembre 2027: poi tornerà al 12%. La Germania ha il 7%, i Paesi Bassi il 9%, la Slovenia il 9,5%. La Romania ha fuso nell’agosto 2025 le sue due aliquote ridotte, 5% e 9%, in un unico 11%, e oggi frutta e verdura pagano quello. La Repubblica Ceca è al 12%, la Lettonia pure, con un 12% reso permanente per frutta, bacche e ortaggi tipici del paese; la Grecia è al 13%, la Finlandia al 13,5% dopo il taglio da 14 di gennaio. Accanto alla carota c’è anche qualche bastone: la Slovacchia dal gennaio 2026 ha portato dal 19 al 23% gli alimenti molto zuccherati o salati, e la Romania tiene al 21% quelli ad alto contenuto di zucchero. La Lettonia, dal canto suo, ha avviato un esperimento di un anno, da luglio 2026 a giugno 2027, con il 12% su pane, latte, uova e pollame fresco: stesso strumento, applicato questa volta a un paniere più largo dell’ortofrutta.

In fondo alla classifica stanno quattro paesi senza alcuna aliquota ridotta sul cibo: Danimarca, Estonia, Lituania e Bulgaria, dove frutta e verdura pagano rispettivamente il 25, il 24, il 21 e il 20%. E poi l’Ungheria, che ha l’aliquota ordinaria più alta d’Europa, il 27%, e la applica a frutta e verdura, mentre carne, uova, latte e pesce stanno al 5% e latticini e prodotti da forno al 18%.

È qui che la mappa si rovescia: a muoversi oggi sono i paesi in fondo, non quelli in cima. In Danimarca il governo nato a giugno ha scritto nel programma che dimezzerà l’IVA sul cibo e la abolirà del tutto su frutta e verdura appena possibile; il ministero delle Finanze parla di 2028 e non ha ancora deciso se ridurre l’aliquota a tutto il cibo, per esempio dal 25 al 20%, o azzerarla solo sull’ortofrutta. L’opinione pubblica spinge: secondo un sondaggio citato dall’associazione dei consumatori Forbrugerrådet Tænk, oltre l’80% dei danesi è favorevole a un’IVA più bassa su frutta e verdura, e i calcoli del ministero delle Imposte indicano un risparmio di circa 4.000 corone l’anno per un adulto se si azzerasse l’ortofrutta e si dimezzasse l’aliquota sul resto del cibo. In Ungheria il governo uscito dalle elezioni di aprile, guidato dal partito Tisza, vuole portare frutta e verdura dal 27 al 5%, ma non è ancora legge, la perdita di gettito è stimata in circa 150 miliardi di fiorini l’anno e gli stessi ministri, in audizione, hanno ammesso che nelle condizioni economiche attuali è un’impresa quasi impossibile. In Germania, dove frutta e verdura sono al 7%, foodwatch chiede lo zero e calcola un mancato gettito di 3,2 miliardi l’anno. In Belgio, appunto, c’è Lidl.

Ora si può fare il conto che la lettera non fa. Togliere l’IVA abbassa il prezzo alla cassa di una frazione che dipende da dove si parte: dal 25% danese allo zero il prezzo scende del 20%, dal 27% al 5% che sogna l’Ungheria del 17%, dal 6% belga del 5,7%, dal 4% italiano del 3,8%. Il test danese di Lidl è stato dunque un ribasso di un quinto, e le vendite sono salite del 10%; il caso belga offre uno sconto di poco più del 5%. ESM non precisa se quel 10% sia in volume o in valore, né su quale periodo. E non era un esperimento fiscale, ma una promozione sostenuta dal margine di una singola insegna: dimostra quanto una grande catena possa spostare i comportamenti, non che cosa accada quando la riduzione è dello Stato, riguarda tutti i negozi e il trasferimento sul prezzo non lo garantisce nessuno.

C’è poi un secondo rovesciamento, che riguarda chi si crede sia il freno. Dal 2022 la direttiva IVA, riformata con l’accordo unanime degli Stati, consente aliquote inferiori al 5% e perfino l’aliquota zero sul cibo. All’inizio del 2025, quando in Parlamento europeo si è fatto notare che una barretta di cioccolato spesso costa meno di un frutto, il commissario Wopke Hoekstra, in passato ministro delle Finanze olandese, ha risposto a nome della Commissione che gli Stati avevano voluto la massima flessibilità sul cibo e che solo pochi l’avevano usata. Il tetto, dunque, non sta più a Bruxelles ma nei bilanci nazionali. Lo dice l’Austria, che ha usato la nuova finestra inventandosi un 4,9% perché le due aliquote classiche erano già occupate. Lo dice la sequenza di Spagna, Portogallo e Polonia. E lo dice Cipro, che ogni autunno deve decidere se pagarsi un altro anno di zero.

Resta la domanda che la lettera di Lidl evita, e che il lettore italiano conosce bene: da noi frutta e verdura pagano già il 4%, e le proposte di azzeramento emerse con la manovra 2026 non hanno cambiato nulla. Se il margine fiscale è di pochi punti, e se quasi tutti i paesi che hanno provato lo zero sono tornati indietro, quanto pesa, tra il campo e lo scaffale, la parte di prezzo fatta di intermediazione, logistica e margine di insegna, rispetto a quel 4%? E se la promessa di trasferire il cento per cento al consumatore è credibile oggi, perché a farla è un discount, che cosa la renderebbe credibile domani, quando a doverla mantenere fosse l’intera filiera?

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