Skip to main content

Sabato 17 ottobre in Francia hanno sfilato, in cortei autorizzati «contro la vita cara», 550 mila persone secondo il ministero dell’Interno. Lo stesso giorno, in Italia, la rete «Italia in piazza», attiva soprattutto su TikTok e Instagram, ha portato in piazza a Milano, Torino e Bologna cortei contro il caro vita, i carburanti, le bollette e gli stipendi troppo bassi. In entrambi i Paesi il resto della giornata è raccontato dalle vetrine: negozi saccheggiati e devastati, ai margini dei cortei e a volte lontano da essi. E in entrambi i Paesi, il tema non è più soltanto il perché della protesta, ma chi c’era e quanti anni aveva.

In Francia il bilancio è salito di ora in ora: dai 272 fermi comunicati all’inizio ai 1.200 annunciati dal primo ministro Sébastien Lecornu, che ha parlato anche di 150 agenti feriti, fino ai 1.800 indicati dal ministro dell’Interno Laurent Nuñez nel conteggio più recente. A Lione hanno colpito, tra gli altri, Nike e Hugo Boss; a Bordeaux Decathlon, Intersport e Apple Store; a Lille e a Parigi i Carrefour City, a Bordeaux un Carrefour Express.

Alexandre Bompard, amministratore delegato di Carrefour, ha scritto su LinkedIn di recarsi «accanto ai direttori dei nostri negozi saccheggiati»: cinquanta negozi colpiti, tra cui diciannove minimarket e supermercati Carrefour, e «1.500 negozi di tutte le altre insegne». Parla di tristezza e di rabbia, di lavori che dureranno a lungo, di dipendenti dei partner in franchising costretti alla disoccupazione parziale (il nostro equivalente è la cassa integrazione), di una fattura «di più di una decina di milioni di euro» e di commercianti che chiedono indennizzi «come nel caso delle catastrofi naturali». Chi ha attaccato «lo strumento di lavoro di imprenditori coraggiosi» deve ricevere una risposta «senza compiacenza»; e la repubblica, chiude, deve proteggere i suoi commercianti.

La parte più interessante del post è quella che non fa titolo: il peso del saccheggio ricade soprattutto sui franchisee. Sono loro i «partner» che mettono i dipendenti in disoccupazione parziale, sono i «commercianti» che chiedono indennizzi. Non so quanti dei diciannove punti vendita siano in franchising, e il post non lo dice. Ma il meccanismo è quello che il settore conosce: l’insegna mette il marchio e la solidarietà, l’imprenditore sul territorio il rischio.

Il resto della distribuzione francese ha parlato con toni simili, ma con un dettaglio che vale più delle frasi. Thierry Cotillard, per Intermarché, si è detto «profondamente arrabbiato» e ha ricordato che il diritto di manifestare «non darà mai il diritto di rompere tutto»; ha citato per nome due «adhérents», Géraldine Sinopoli nel decimo arrondissement di Parigi e Julien D’Almeida a Rennes, i cui negozi sono stati «devastati» dai casseur. Sono imprenditori associati al gruppo: il rischio di cui sopra, con nome e cognome. Guillaume Darrasse, per Auchan, non denuncia danni ma racconta la precauzione: diversi negozi chiusi o messi in sicurezza, ieri e ancora oggi. «Niente può giustificare che un commercio sia saccheggiato», scrive; si può esprimere la rabbia, ma non prendersela con chi lavora.

A Milano, intanto, sabato il corteo è stato stravolto da gruppi di teppisti giovanissimi. In piazza Duomo sono volati bottiglie, sassi e transenne, la polizia ha usato un cannone ad acqua. Tra corso Vittorio Emanuele II e San Babila sono state danneggiate vetrine, tra cui quella di Foot Locker; secondo Virgilio sono state colpite anche un Decathlon in piazza Cairoli e un Nike in corso Vittorio Emanuele, e secondo la stampa i fermati sono una sessantina, più della metà minorenni, con almeno 25 feriti tra manifestanti e forze dell’ordine. A Torino, tra piazza Castello e la stazione di Porta Nuova, giovani teppisti  incappucciati hanno fatto irruzione nella libreria Feltrinelli, rovesciando gli espositori e gettando i libri a terra; i fermati sono dodici, dieci dei quali minorenni, e sono stati trovati molotov, petardi e sanpietrini. A Bologna, vicino alla stazione, quattro minori arrestati, sette denunciati e quaranta identificati; il conto dei poliziotti feriti oscilla, a seconda delle fonti, da una decina a settantacinque, e non è un dato da dare per assodato.

Domenica pomeriggio la situazione è cambiata. Secondo le cronache, a Milano un secondo round di disordini ha riunito centinaia di teppisti giovanissimi, senza l’alibi della manifestazione, dati appuntamento in piazza Duomo e spostatisi in via Torino e largo Cairoli: vetrine sfondate con tavolini, sedie e monopattini, dehors distrutti. Un supermercato Carrefour, scrivono, è stato assaltato e saccheggiato dopo l’irruzione. È la domanda che Bompard pone sul versante francese, e per ora resta senza risposta. Nelle stesse ore, a Parigi, si riferiscono nuovi scontri e saccheggi vicino a place de la République. Dire che la grande distribuzione italiana sia rimasta ai margini non si può più: i cortei passano dove ci sono anche i formati di prossimità, e domenica il rischio misurato dalla Francia si è presentato a Milano. I danni, che nessuna fonte italiana quantifica, diranno quanto.

Chi sono, dunque, questi teppisti, alcuni giovanissimi? Secondo la polizia, a Milano arrivavano dalle periferie, dall’hinterland e da altre province, in piccoli gruppi senza un coordinamento riconoscibile: molti minorenni. A Torino la presidente del comitato che aveva promosso il corteo, Nicole Albanese, ha detto che la manifestazione voleva essere pacifica e ha attribuito le violenze ai gruppi antagonisti. In Francia lo schema è diverso: Nuñez parla di ultrasinistra e di «delinquenti d’opportunità», Lecornu di violenze organizzate da gruppi di ultrasinistra, e una delle fonti consultate precisa che i fermati sono in maggioranza maggiorenni. Per i giovanissimi, dunque, l’Italia ha dati e la Francia, per ora, no. Secondo il Fatto Quotidiano del 160 fermati per l’8o% sono minorenni.

Che il fenomeno non sia nato sabato lo dimostra un caso di poche settimane fa. Martedì 22 settembre, verso le 14.10, circa cinquanta studenti di scuole vicine, alcuni dei quali non più che diciassettenni, sono entrati dopo le lezioni nell’MD di via Rainusso a Modena: dieci minuti tra gli scaffali, prodotti fatti cadere, tramezzini, sushi, dolci e alcolici portati via, alcuni a volto coperto, altri a filmare per i social. L’8 ottobre sono arrivate dieci denunce a piede libero, tra i 14 e i 18 anni. Lì non c’era un corteo né un carovita da contrastare, e le cronache parlano di una possibile sfida social. Ma l’età, la dimensione del gruppo, il telefono in mano e la merce di tutti i giorni come bottino sono gli stessi elementi che abbiamo ritrovato nel weekend  nelle piazze.

Personalmente leggo questa fotografia come l’espressione di una frustrazione diffusa per consumi pretesi ma ritenuti irraggiungibili: si assaltano i negozi più che i palazzi, e quelli citati più spesso, sport, moda, elettronica, sono il paniere simbolico di un’età. C’è rabbia repressa per un destino già scritto e un ribellismo distruttivo diffuso che risiede nelle periferie cittadine e nell’hinterland dove noia, invidia sociale, piccola e grande  illegalità creano una miscela esplosiva da cui non è facile sottrarvisi. Genitori, oratori e scuola fanno quello che possono. Ma le regole del gioco le dettano le gerarchie malavitose di quartiere.

Resta il conto, che il post di Bompard rivolge allo Stato e che i distributori italiani dovrebbero porsi in anticipo. Se un saccheggio diventa un evento da trattare come una catastrofe naturale, chi paga: il franchisee, l’assicuratore, il gruppo, chi ha procurato  i danni,  o la collettività? Ma soprattutto condivido la conclusione di Cristina Lazzati su LinkedIn a proposito del saccheggio delCarrefour di via Torino a Milano, perché quello che abbiamo visto in questi giorni  non si risolverà solo riparando i danni. 

Lascia un commento