Skip to main content

Venerdì 16 ottobre, otto ore di sciopero all’hub logistico Esselunga di Biandrate: secondo i sindacati ha aderito oltre il 90% degli addetti dei reparti pescheria e drogheria, più di mille persone chiamate a fermarsi. È il genere di numero che qualsiasi organizzazione incornicerebbe, e Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs lo hanno fatto subito, rivendicandolo come frutto esclusivo di chi siede al tavolo con l’azienda. Poi è successa una cosa che quel numero, da solo, non spiega. Meno di quarantotto ore dopo, domenica 18 alle 17, in un parcheggio di Novara, sotto la pioggia, UL Cobas ha convocato un’assemblea dove, sostiene il sindacato di base, avrebbero partecipato  circa cento lavoratori in presenza e altrettanti collegati da remoto. Nessuno, in quel parcheggio, stava contestando lo sciopero. Stavano riscrivendone i contenuti e l’agenda.

Per capire cosa sia successo bisogna partire dal tavolo, e da ciò che si è rotto il 15 ottobre. Secondo la ricostruzione di La Voce di Novara, la trattativa si è arenata a tarda sera, dopo una riunione protrattasi per ore, su due questioni: il trattamento economico di chi lavora negli ambienti refrigerati, in particolare nella pescheria dove operano circa seicento persone, e il mantenimento dei buoni pasto, con un confronto che riguarda anche la possibilità di garantirne l’erogazione prima dell’ultimo trimestre del 2027. Le proposte di Esselunga sono state giudicate insufficienti e lo sciopero, già proclamato, è stato confermato per il giorno seguente. 

Questa è la vertenza dei confederali: circoscritta, tecnica, ancorata a un’intesa dell’ottobre 2025 che aveva ricomposto una fase difficile intervenendo sulla distribuzione dei turni su cinque giorni, sulla prosecuzione dei buoni pasto e su un sistema premiante legato ai risultati. Dodici mesi dopo, gli stessi temi sono di nuovo sul tavolo. E in parallelo corre la trattativa nazionale sull’integrativo Esselunga, con le maggiorazioni per le turnazioni particolari e gli strumenti di welfare. Biandrate, per Filcams, Fisascat e Uiltucs, è un capitolo, importante, di un libro più grande. 

In questo contesto del quale non è difficile comprendere la complessità, nel piazzale antistante prendere forma l’altra vertenza con un obiettivo diverso. Ilir Koxha, per UL Cobas, la chiama una lotta unica e la costruisce su una somma di voci che arriva a un adeguamento salariale medio di 500 euro, comprensivo anche del maggior costo del carburante. Duecento euro al mese di indennità casa-lavoro, per compensare le spese crescenti di chi raggiunge il posto con mezzi propri. Il controvalore di una decina di ore mensili per il «tempo tuta», quaranta-quarantacinque minuti al giorno di vestizione, e per il «tempo percorso»: la timbratura d’accesso comporta un chilometro e mezzo di corridoi e scalinate, oltre quaranta gradini, pur restando dentro il perimetro aziendale. Una novantina di euro per il lavaggio degli indumenti da lavoro. Il buono pasto a dieci euro, senza il vincolo di consumarlo in strutture dell’orbita Esselunga. E un premio di risultato da concordare e affinare.

Ovviamente non serve essere esperti della materia per capire la logica concorrente dei sindacati di base rispetto ai sindacati confederali. Logica sempre preoccupante. C’è però dell’altro. Ed è legato al complesso processo di riallineamento seguito all’internalizzazione di diverse attività avvenuta nel 2024. 

Gran parte delle voci richieste sono estensioni di ciò che esiste già. Il lavaggio degli indumenti, spiega lo stesso Koxha, Esselunga lo ha già concesso in pescheria agli internalizzati; la richiesta è estenderlo a chi svolge mansioni simili con un altro datore di lavoro. Ed ecco il punto: l’hub di Biandrate  è oggi un mosaico di contratti. Fino al 31 maggio 2024 una parte degli addetti lavorava per cooperative esterne, con il contratto nazionale della logistica. Dal 1° giugno, dopo un accordo con Cgil, Cisl e Uil, Esselunga ha assunto direttamente il personale interessato, applicando il contratto della distribuzione moderna organizzata e il proprio integrativo. Accanto a loro lavorano ancora colleghi assunti da altre società, Italtrans, Brivio, Sigest, San Martino. Stesso magazzino, mansioni analoghe, regole diverse. 

L’accordo del 2024 ha prodotto un risultato reale, e insieme il metro con cui oggi, alla ricerca di consenso, si misura ciò che manca agli altri. Ogni conquista dei confederali diventa, il giorno dopo, il parametro di chi sta fuori dal perimetro di quell’intesa. Non è un paradosso: è la dinamica normale (pur strumentalizzata) di una internalizzazione parziale, che chiude una stagione di tensione e apre un’altra, quella delle aspettative. 

Detto in altri termini ogni risultato positivo ottenuto dai confederali viene rivendicato da UL Cobas per tutte quelle figure che internalizzate non sono state. Un evidente caos che potrebbe riverberarsi sul lavoro del centro. E penalizza l’azienda che si trova tra due fuochi: le richieste sindacali dirette e le ricadute sui partner con un impatto evidente sui costi, sul clima interno e sulla continuità del lavoro. La cosa incredibile è che ogni disponibilità dell’azienda a individuare soluzioni praticabili per i propri lavoratori anziché ridurre le tensioni rischia di amplificarle. 

Per questo  il dato dell’adesione e quello dell’assemblea smettono di essere confrontabili e diventano complementari. Il novanta per cento, dichiarato dai confederali, misura la capacità di fermare il lavoro; duecento persone in un parcheggio, dichiarato da UL Cobas, misurano altro: la capacità di suggerire ai lavoratori dell’intero complesso che cosa chiedere di nuovo. 

I confederali sono gli unici seduti al tavolo e lo ribadiscono con forza: nessun altro soggetto, dicono, può attribuirsi il merito dello sciopero. Precisano anche di non aver promosso né manifestazioni né presidi: l’incontro del 15 si è chiuso troppo tardi, a sciopero già indetto, per rispettare i tempi tecnici previsti dalla legge, e ai lavoratori è stato chiesto soltanto di astenersi dal lavoro. La presa di distanza è formalmente ineccepibile. Ma lascia un vuoto, e i vuoti davanti a un cancello non restano tali a lungo. Lo sciopero ha prodotto mobilitazione; la mobilitazione ha prodotto una platea disponibile ad ascoltare chiunque proponesse un orizzonte più largo di quello del tavolo.

Il vero punto delicato non è tanto la cifra dei 500 euro. È la geografia proposta. Koxha chiede di unire i 1.800 occupati di Biandrate ai 300 dello stabilimento bresciano di Chiari e ai 3.000 di Pioltello. Oltre cinquemila persone sono una dimensione che nessun tavolo locale può contenere, e che l’azienda conosce: nell’aprile 2025, durante lo sciopero dei driver, Esselunga rispose con la cassa integrazione per oltre duecento operai e la vertenza finì davanti al prefetto. 

Il livello nazionale dei confederali di categoria, l’integrativo, ha ritmi e priorità propri; la proposta di UL Cobas taglia invece in orizzontale la rete logistica di un’insegna a proprietà unitaria, che non ha altri livelli nei quali spostare la discussione ma ha un magazzino che deve funzionare ogni mattina.

C’è poi una questione che non è folklore sindacale. Il «tempo tuta» e il «tempo percorso» toccano il confine fra tempo di lavoro e tempo di disponibilità, una materia su cui la giurisprudenza si è espressa più volte, con esiti che dipendono da chi decide tempi e luoghi della vestizione e dall’organizzazione concreta dell’insediamento. Non spetta a me dire come finirebbe un contenzioso. Ma è esattamente il genere di rivendicazione che un tavolo impegnato su ambienti refrigerati e buoni pasto fatica a mettere in cima all’elenco, e che un’assemblea in un parcheggio mette al primo posto, perché è ciò che chi lavora sente nelle gambe a fine turno. Intanto prosegue l’organizzazione, a Novara, di una manifestazione contro il carovita cge coinvolgerà l’intero sistema logistico novarese: il perimetro del conflitto, rischia di non essere più soltanto Esselunga.

Il 30 ottobre proseguirà il confronto sul CIA tra  l’azienda e Filcams, Fisascat e Uiltucs. Le tre sigle confermano che le richieste economiche e contrattuali restano sul tavolo, ritenendo ancora possibile un’intesa purché Esselunga modifichi le posizioni tenute finora. Quello che è certo è che la possibilità di evitare nuove mobilitazioni dipenderà dalle risposte che l’azienda saprà dare, e che a Biandrate le agitazioni, ormai, rischiano  di avere più di un organizzatore seppure di peso differente. Compreso chi è in grado di provocare danni e disservizi evidenti.

Lascia un commento