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Non so se sarà già la gestione di Domenico Brisigotti in Coop Italia ma questo è uno scenario simile (non uguale) a quello  che attende il mondo cooperativo italiano: concentrare ciò che ha senso concentrare. Farlo rinnovando la propria anima e i propri valori è la vera sfida e la risposta alla tentazione del ricorso dello “specchietto  retrovisore” che ho ritrovato nel libro di Enrico Quarello, «Stand Up Coop! Il punto di rottura del modello cooperativo, visto dall’interno» (Luca Sossella editore). La scorciatoia rivendicata è la stessa di ogni corpo sociale vivo. Invocare una supposta mancanza di democrazia interna quando le proprie idee finiscono in minoranza. Nel caso di Migros l’autonomia delle forti cooperative cantonali e il ruolo dei soci. Ma il contesto comprtitivo impone una visione a lungo termine.

Lunedì 26 ottobre i consigli di amministrazione delle dieci cooperative regionali di Migros e quello della federazione che le tiene insieme, la MGB, hanno approvato all’unanimità un progetto che il colosso svizzero della distribuzione inseguiva da decenni: fondersi in un’unica cooperativa. Non è ancora fatta. A metà del 2027 i 2,3 milioni di soci saranno chiamati a esprimersi per corrispondenza, e in ciascuna delle dieci cooperative servirà una maggioranza di due terzi dei votanti. Ma un voto unanime dei vertici ha già un significato preciso: chi siede oggi in quei consigli ha deciso di votare la propria sostituzione, perché le attuali strutture dirigenziali regionali, dice il piano, dovrebbero essere in gran parte sostituite.

Per capire quanto pesi il passaggio bisogna ricordare perché Migros sia fatta così. Nel 1941 Gottlieb Duttweiler, il fondatore, trasformò le società regionali in cooperative autonome, riunite in una federazione: un’architettura che il gruppo stesso descrive come modellata sul federalismo svizzero. Per ottant’anni ha radicato l’insegna nei territori, ma con dieci consigli e dieci modi di decidere ha reso lenti anche i gruppi più solidi. Non a caso un tentativo di ridurre le cooperative da dodici a tre era già fallito negli anni Novanta, mentre la rivale Coop, in Svizzera, aveva accorpato le proprie nel 2001. Migros arriva con un quarto di secolo di ritardo, e dopo una prima tappa compiuta nel 2023, quando le dieci cooperative approvarono l’idea di affidare la gestione di tutti i supermercati a un’unica società anonima.

Il progetto di oggi è il passo successivo, e il più delicato, perché porta la stessa logica dentro la governance. La nuova cooperativa di gruppo farà da organizzazione ombrello di sette unità operative che continueranno a lavorare in autonomia: Migros Supermercati, Migros Industrie, Denner, Migrol, Digitec Galaxus, Banca Migros e Medbase. I supermercati saranno gestiti a livello nazionale da un unico soggetto. Al posto delle direzioni regionali nasceranno sei consigli regionali, che presenteranno le richieste dei territori ed eleggeranno i delegati di un’assemblea nazionale. Migros assicura che radicamento regionale e partecipazione cooperativa saranno mantenuti.

Un dettaglio procedurale merita più attenzione di quanta ne abbia avuta. La maggioranza dei due terzi è richiesta in ciascuna delle dieci cooperative, non sull’insieme dei soci. Il Corriere del Ticino aggiunge un quorum minimo di partecipazione del 25 per cento e ne trae la conseguenza: se anche una sola entità votasse contro, il piano andrebbe probabilmente rivisto, se non affondato. Il progetto può cadere in una sola regione, anche la più piccola, anche con nove consensi su dieci. Il Ticino, il Vallese, Neuchâtel-Friburgo hanno così un peso che nei numeri del gruppo non avrebbero. E significa che il vero negoziato, da qui al 2027, non si farà fra i consigli di amministrazione, che hanno già detto sì, ma fra i vertici e i soci dei territori che temono di contare meno. È la prova più concreta che la riforma tocca equilibri di potere, non solo organigrammi.

Il comunicato parla di semplificazione, ed è vero. Ma la semplificazione ha un’altra lettura, e a me interessa di più. Nel voto del 2027 non si deciderà se Migros resti una cooperativa: resterà tale, con i suoi soci, la sua assemblea, il suo nome. Si deciderà se il federalismo che Duttweiler aveva scelto come principio di governo del business sopravviva alla forma giuridica che lo conteneva. Dieci entità che decidevano, e che una federazione coordinava, diventano una sola entità che decide, con sei consigli che portano richieste. La differenza fra decidere e presentare richieste è tutta qui. Nelle mie letture ho spesso collocato Migros tra i gruppi a proprietà unitaria, contrapposti ai modelli federativi come Conad o Selex, che pagano in lentezza la necessità di mettere d’accordo i soci. Era vero per la proprietà. Non lo era per la governance, dove Migros era federale a modo suo. Oggi sta correggendo proprio quello scarto.

Poi ci sono le ricadute, e la prima riguarda il lavoro. Un articolo della SonntagsZeitung di due settimane fa stima che la riorganizzazione possa costare circa 3.000 posti, a fronte di risparmi fra 300 e 400 milioni di franchi l’anno. Migros non conferma né le cifre né un obiettivo di risparmio. Promette invece che nelle cooperative regionali non ci saranno licenziamenti per motivi organizzativi almeno fino alla metà del 2028, e che i cambiamenti toccheranno soprattutto amministrazione e direzione, non chi lavora nei supermercati; per i collaboratori coinvolti si cercheranno, per quanto possibile, soluzioni di ricollocamento nel gruppo. Vale la pena guardare la data: la garanzia scade circa dodici mesi dopo il voto dei soci e mesi prima che la fusione, prevista entro la fine del 2028, sia completata; e copre un perimetro preciso, le cooperative regionali, per un motivo preciso, quello organizzativo. Chi ha attraversato integrazioni di gruppi della distribuzione sa dove stanno le sovrapposizioni quando si fondono dieci strutture in una: nei back office, nelle funzioni di staff, nei livelli intermedi di direzione. È il lavoro che il dibattito pubblico vede meno, perché non sta dietro una cassa, e che il comunicato descrive con l’espressione più asciutta: personale amministrativo.

Il contesto non è neutro. Dal 2024 Migros ha già ceduto catene e attività come Melectronics, SportX, Micasa, Hotelplan e Mibelle, con circa 1.500 posti soppressi su circa 100.000.

Il comunicato che Migros ha diffuso oggi su LinkedIn, nell’originale tedesco, è un piccolo manuale di ciò che si sceglie di dire. Elenca cinque cose che restano: la filiale sul posto, i collaboratori che i clienti conoscono, i prodotti regionali della linea «Aus der Region. Für die Region», il Percento culturale, la codeterminazione democratica. Rivendica che regionalità e forza comune non sono in contraddizione e iscrive la riforma nell’eredità di Duttweiler. Non dice una parola sui posti di lavoro, sui risparmi, sulla garanzia fino a metà 2028, né sui due terzi richiesti in ciascuna cooperativa. Parla di una votazione generale dei soci, una Urabstimmung, e il Corriere del Ticino precisa che sarà per corrispondenza e definitiva: più di quella consultazione di cui avevano scritto le agenzie. Un testo che insiste così a lungo su ciò che non cambia dice, di solito, dove si cambia.

C’è poi la questione di chi guiderà. Mario Irminger, presidente della direzione generale, e Peter Diethelm, responsabile di Migros Supermercati, lasceranno entrambi in occasione del voto del 2027, a 62 anni. Irminger ha portato a termine il più grande riassetto della storia del gruppo. La ricerca dei successori è già partita, e Migros precisa che dovranno saper guidare fin dall’inizio un’organizzazione la cui realizzazione richiederà diversi anni. Colpisce lo schema: chi ha disegnato la riforma non la gestirà, e chi la gestirà la erediterà in costruzione.

Il caso più istruttivo, per noi, è il Ticino. Il presidente di Migros Ticino, Gianni Roberto Rossi, ha detto che la nuova struttura non intaccherà l’autonomia regionale in un cantone con identità e tradizioni di consumo ben definite. Ha aggiunto che, essendo un cantone di frontiera, Migros Ticino vive in modo particolarmente diretto la concorrenza dell’Italia e il turismo degli acquisti. Le due frasi stanno insieme a una sola condizione: che i supermercati restino gestiti da un unico soggetto nazionale e che, contemporaneamente, in Ticino si possa decidere in autonomia su assortimento e prezzi. Dove passi il confine fra le due cose lo vedremo sullo scaffale, non negli statuti.

Perché riguarda anche noi? Perché la concentrazione del sistema cooperativo è un fenomeno europeo, e in Italia è già in corso, con una differenza importante. Dalla fusione fra Coop Lombardia, Coop Liguria e NovaCoop Piemonte alle aggregazioni evocate dal nuovo presidente di Coop Italia, Domenico Brisigotti, il movimento italiano si riorganizza unendo cooperative sorelle, nate dalla stessa famiglia di consumo. Migros fa un’altra operazione: non unisce cooperative uguali, riconduce a un centro un gruppo con supermercati, discount, e-commerce e una banca, usando la cooperativa come cappello. Sono due strade diverse verso lo stesso punto, la dimensione necessaria per reggere la concorrenza non solo dei discount tedeschi, che, ricorda il Corriere del Ticino, possono fare prezzi bassi senza vincoli statutari, solo di legge. Ovviamente non basta diventare lz fotocopia dei competitor privati. Il senso della ricerca  è tutta qui. Guidare il cambiamento mantenendo il massimo tasso di identità possibile.

Resta, in chiusura, un’asimmetria che il voto del 2027 non scioglierà da solo. I soci di Migros saranno interpellati una volta, a metà del prossimo anno, su una riforma che ridisegna la distribuzione del potere decisionale. Poi saranno rappresentati da consigli regionali che presentano richieste e da delegati che eleggono delegati. È ancora governare, questo, o è il modo più elegante di essere ascoltati? Lo capiremo guardando una cosa sola: la prima volta che un consiglio regionale chiederà qualcosa che l’unico soggetto dei supermercati preferirebbe non concedere.

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