Il numero che tiene insieme tutta la vicenda è il 30. Trenta per cento di sconto garantito su ortofrutta, carne e alimenti di base, in cinque supermercati di proprietà del Comune di New York, uno per ciascun distretto. Il sindaco Zohran Mamdani ne ha fatto il pilastro della sua agenda sul costo della vita; l’amministrazione stima un risparmio di circa 90 dollari al mese per famiglia, in una città dove oltre il 40 per cento dei nuclei fatica a pagarsi il cibo. Il primo negozio dovrebbe aprire entro la fine del 2027 a Hunts Point, nel Bronx, dove secondo il Comune il 77 per cento delle famiglie arriva a stento a coprire i bisogni essenziali. Un secondo sito è già individuato a La Marqueta, a East Harlem. Gli altri dovranno essere in funzione entro la fine del mandato, nel 2029. Lo stanziamento è di 70 milioni di dollari.
La vicenda viene raccontata, quasi ovunque, come uno scontro tra il sindaco e le bodega. E in effetti ad agosto la Multicultural Business Coalition ha depositato due cause davanti alla Corte suprema dello Stato di New York, a Manhattan. Nella prima sostiene che i negozi a prezzi calmierati escluderebbero dal mercato i piccoli alimentari, in gran parte di proprietà di immigrati e minoranze, violandone i diritti civili; nella seconda lamenta che il Comune non abbia svolto uno studio serio sull’impatto. Mark Jaffe, presidente della Camera di commercio della Greater New York, che rappresenta i ricorrenti, ha paragonato l’operazione all’arrivo di un Walmart, che i commercianti tengono fuori dalla città da anni. A settembre si è aggiunta un’azione federale della National Supermarket Association e di due operatori, che chiede un’ingiunzione e parla di monopolio: sconti sostenuti dal denaro dei contribuenti, dicono, che nessun privato può eguagliare. Mamdani, il 24 agosto, si è detto pienamente fiducioso sulla legittimità dell’iniziativa e ha ricordato che a New York i supermercati sono già più di mille e quelli nuovi sarebbero cinque. Ha aggiunto che i mercati comunali di Essex Street, a Manhattan, e di Moore Street, a Brooklyn, mostrano che un’offerta alimentare sostenuta dalla città non ha danneggiato i negozi intorno.
Ma questo schema, il Comune contro la bodega, mette a fuoco la cosa sbagliata. Il dato più interessante del progetto non è che la città entri nella distribuzione. È che non ci entra. Il bando per i gestori, le cui offerte scadono venerdì 16 ottobre, affida al privato selezionato l’intera operatività quotidiana: assortimenti, personale, scorte, sicurezza del punto vendita. Il Comune mette i locali e il listino; il privato mette il mestiere. Quella che viene chiamata «opzione pubblica» è, in concreto, un supermercato gestito da un operatore privato, in un immobile messo a disposizione dalla città, con un prezzo deciso per via politica. Nessuna capacità distributiva pubblica, nessuna centrale d’acquisto comunale: la competenza da cui dipende tutto si va a cercare sul mercato, e nel bando non ha ancora un nome.
C’è un dettaglio che dice molto dell’ordine delle priorità. Pochi giorni fa la società di sviluppo economico della città ha annunciato il consorzio incaricato di costruire l’identità visiva di N.Y.C. Groceries. Lo guida l’agenzia Gander, presentata come esperta del settore alimentare; Librarie è co-responsabile del posizionamento, Noble Signs, specializzata in insegne per gli spazi pubblici, deve far sì che il marchio sembri autentico per la città, e Seven Roots, che lavora con i negozianti indipendenti, farà da consulente per la distribuzione. Ricerca, strategia, nome, marchio. Tutto questo mentre l’operatore non è stato ancora scelto. Nella distribuzione, di solito, accade il contrario: prima si decide chi gestisce il negozio, poi si costruisce attorno a lui l’insegna. Qui il marchio è pubblico e il mestiere è in appalto. La reputazione dell’iniziativa ricadrà sul Comune, ma la qualità del banco ortofrutta dipenderà da una squadra che oggi non esiste.
Poi c’è l’aritmetica, che nessuna sentenza può aggirare. I critici del progetto ricordano che i margini della grande distribuzione alimentare stanno, di norma, attorno o sotto il 2 per cento delle vendite. Un listino trenta punti sotto il mercato non è un guadagno di efficienza, e non è nemmeno una scala di acquisto che un operatore con cinque punti vendita possa costruire in pochi mesi: è un trasferimento. Qualcuno lo paga. In campagna elettorale Mamdani aveva indicato come fonte il riorientamento di circa 140 milioni di dollari di fondi che la città già destina ad agevolazioni per le grandi catene; i ricorrenti federali, invece, sostengono che i negozi comunali potranno reggere prezzi che nessun privato può permettersi proprio perché hanno alle spalle denaro pubblico. Gli immobili messi a disposizione dalla città, poi, tolgono dal conto la voce che per un supermercato urbano pesa più di tutte.
Interessante, per chi ama le architetture giuridiche, è la strada scelta dai ricorrenti federali. La dottrina americana sui prezzi predatori, fissata dalla Corte suprema, nasce per i conflitti tra imprese private: bisogna dimostrare che qualcuno vende sotto costo con la prospettiva di rifarsi dopo, alzando i prezzi una volta usciti i concorrenti. Il caso di New York rovescia il presupposto. Il Comune non ha bisogno di rientrare delle perdite: può assorbirle con risorse pubbliche, senza ricaricare nessuno. Un commento giuridico osserva inoltre che lo sconto promesso è misurato rispetto ai prezzi degli altri negozi e non rispetto ai costi del venditore, che è esattamente il parametro su cui quella dottrina ragiona. Se l’argomento regge, lo dirà il tribunale. Ma il fatto che si debba forzare uno strumento nato per le guerre di prezzo tra privati dice quanto sia nuovo l’oggetto che si vuole giudicare.
E qui si arriva alla parte meno raccontata. Secondo quanto riferito, il Comune rivedrà i prezzi una volta al mese, fissandoli al 30 per cento sotto quelli dei concorrenti. Lo sconto, dunque, non è un prezzo: è un inseguimento. Se il negozio comunale vende a meno trenta rispetto al mercato e la bodega di fronte, per difendersi, abbassa i propri prezzi, il mese successivo il listino comunale scende a sua volta. Più il mercato reagisce, più la città paga. L’accusa dei ricorrenti, questi negozi ci uccideranno, presuppone un Comune che schiaccia; il meccanismo descritto prefigura piuttosto un Comune che segue, e il cui costo cresce con la resistenza di chi dovrebbe subirlo. Il rischio per le bodega, in questo schema, esiste. Ma esiste, in forma speculare, anche per il bilancio pubblico.
I precedenti americani dicono poco, e in direzioni opposte. A Kansas City un negozio comunale è fallito; ad Atlanta ne è aperto uno, l’Azalea Fresh Market, con una formula pubblico-privato che finora viene raccontata come un buon avvio. Sono però un solo negozio ciascuno. Lo stesso Comune di New York presenta il proprio modello come il primo del genere in una grande città americana: cinque punti vendita, un listino agganciato al mercato, un operatore scelto con una gara.
Per chi guarda dall’Europa, l’esperimento ha un valore comparativo. In Italia il sostegno al carrello ha preso un’altra strada: si sussidia la domanda, non lo scaffale. La Carta Dedicata a te mette denaro nelle mani di chi lo spende, e le insegne, dai discount alle cooperative, competono sul prezzo con il proprio conto economico. A New York si sceglie il contrario: il prezzo viene deciso a monte, la domanda resta libera, e il peso del rapporto con la concorrenza viene scaricato sull’offerta. Sono due filosofie dell’intervento pubblico che il settore conosce bene, e il confronto non dà un vincitore scontato.
Il bando chiude venerdì. Poi sapremo almeno chi proverà a far quadrare i conti: una catena con una centrale d’acquisto alle spalle, o un indipendente che conosce il quartiere, come chiedono i commentatori più benevoli verso l’iniziativa. Resta l’altra domanda, quella che nessuna sentenza può sciogliere. Se lo sconto del 30 per cento è sempre calcolato sul prezzo degli altri, a chi appartiene davvero il prezzo di New York? Al Comune che lo promette, ai concorrenti che lo possono rincorrere o ai contribuenti che dovranno coprire la differenza ogni volta che qualcuno, nel quartiere, decide di abbassare il proprio?



