Per carità, pensare di tornare alle chiusure domenicali della grande distribuzione suona inequivocabilmente come una proposta anacronistica. Equivale a voler rimettere il dentifricio nel tubetto dopo che ne è uscito fuori del tutto. Ma è anche vero che sottovalutare il tema è un errore perché dietro la questione delle domeniche open c’è in discussione la redditività e lo stato di salute del settore. De te fabula narratur, direbbero i nostri avi. Ed è indubbio che in questo momento diversi fattori concorrano a mettere sotto pressione le insegne. L’ultima è stata l’indagine conoscitiva lanciata dall’Autorità Antitrust sui rapporti economici nella filiera agro-industriale.
La premessa non è beneaugurante per la grande distribuzione organizzata visto che sostanzialmente la si accusa di far crescere l’inflazione e di comprimere i margini dei fornitori. Federdistribuzione ha già risposto sostenendo di aver fatto barriera contro l’inflazione finché le insegne hanno potuto, ma vedremo gli sviluppi del dossier. Antitrust quindi ma non solo, lo stress di mercato è testimoniato dalla decisione di Carrefour di uscire dall’Italia e ha il suo punto più dolente nell’andamento zoppicante dei consumi. Partiamo da questi ultimi: secondo i risultati del recente Radar Swg, 43 italiani su 100 «cercheranno di contenere complessivamente i consumi per rafforzare la loro sicurezza economica» e un altro 19% sostiene che preferirà concedersi piccole spese o sfizi rinviando gli acquisti più importanti.
Il motivo principale della nuova strategia del braccino corto è la riduzione del potere d’acquisto (28%) seguita dal timore che la situazione economica possa peggiorare (24%). Ma anche tra coloro che hanno mantenuto il potere d’acquisto dei propri stipendi non ci sarà una corsa ai consumi, cresce la propensione al risparmio. La sola liquidità parcheggiata nei conti correnti è arrivata alla quota record di 1.840 miliardi e più di tre quarti sono soldi delle famiglie.
Questi numeri e queste tendenze sono nella testa di tutta la dirigenza della Gdo italiana che conta 54 mila punti vendita, 450 mila addetti e una redditività di sistema che oscilla tra l’1 e il 2 peer cento. Alcune caratteristiche del settore del nostro Paese rendono ancora più stressante la competizione. In primo luogo la frammentazione visto che i primi tre gruppi per ricavi occupano, sommati, solo il 42% del mercato. Ergo, è lotta dura per sopravvivere. Nonostante questo le aperture di punti vendita continuano ad essere annunciate pressoché a getto continuo, ma è evidente che si tratta di un business con i suoi rischi (la torta da spartire non cresce) se, secondo cifre che circolano, riprese dal blogger specializzato Mario Sassi, sono almeno 3 mila i singoli punti vendita in seria difficoltà.
A lanciare l’ipotesi di tornare alle chiusure di domenica, e quindi fare un passo indietro dalle liberalizzazioni del governo Monti, è stato un top manager del mondo Coop (2.200 supermercati), Ernesto Dalle Rive. Le motivazioni addotte sono state di due tipi: a) la contrazione della capacità di spesa dei consumatori; b) la sensibilità da parte dei lavoratori, specie in fase di reclutamento, alla conciliazione dei tempi. La terza motivazione, rimasta sullo sfondo, è quella che riguarda i costi di chi paga la maggiorazione del lavoro festivo (30-40%), tra cui la Coop. Secondo i dati citati da Dalle Rive, solo il 10% degli italiani ha l’insopprimibile desiderio/necessità di fare acquisti la domenica, mentre il 43% sarebbe disponibile a utilizzare senza drammi gli altri sei giorni della settimana. In ultimo il dirigente Coop ha introdotto anche una motivazione di carattere valoriale (importante per il mondo Coop) ovvero la coesione sociale. Il risparmio ottenuto con la chiusura domenicale potrebbe essere spalmato in favore dei consumatori con una riduzione dei prezzi e una politica più larga di promozioni.
È interessante notare come proprio i temi della coesione sociale sono stati quelli che hanno generato delle «alleanze» per Dalle Rive. Il quotidiano dei vescovi Avvenire ha dedicato alla proposta un ampio servizio e in favore si sono pronunciate le associazioni delle famiglie cattoliche. A favore delle chiusure si è anche pronunciata con calore la Filcams-Cgil, seguita da prese di posizione più sfumate della Uil (favorevole ad aumentare le maggiorazioni) e della Cisl. Di tutt’altro parere sono state invece le associazioni di categoria che hanno sottoposto il lodo Dalle Rive a un fuoco di fila. A cominciare da Federdistribuzione. «Si tratta di una proposta anti-storica — ha dichiarato il presidente Alberto Buttarelli —. La società è cambiata e nelle grandi città c’è un 35% di famiglie mono-genitoriali che hanno esigenze di flessibilità».
In più l’impatto sull’occupazione di una scelta di chiusura sarebbe «devastante». Anche la Confcommercio, che al tempo delle liberalizzazioni di Monti aveva avversato le domeniche di apertura, oggi difende il regime attuale. Sostenendo che aprire è una facoltà non un obbligo e che senza avere sul territorio negozi open ad avvantaggiarsene sarebbe l’ecommerce.
È evidente che la proposta Dalle Rive può funzionare solo se tutti gli operatori concordano, nessuno chiuderebbe da solo lasciando libera la concorrenza di attrarre i propri clienti. Così come non pare praticabile la «soluzione farmacie» ovvero l’apertura domenicale a rotazione, perché si dovrebbero escludere quantomeno le zone turistiche e oggi persino Milano può essere considerata tale. Quindi il cerino torna alla Coop che dovrà decidere cosa fare. Se chiudere la domenica e tagliare significativamente il costo del lavoro o proseguire sulla strada di oggi, magari continuando a ristrutturare i punti vendita. Il guaio, però, è stato che la discussione di merito sia stata quasi strozzata e l’allarme Coop non sia stato utilizzato come un’occasione per discutere in positivo dei problemi del settore, dalla stagnazione dei consumi ai temi sollevati dall’antitrust. E di quei tremila punti vendita in seria difficoltà. La grande distribuzione non è certo caratterizzata da forti innovazioni e rischia quindi di vedersi schiacciata sul contenimento del costo del lavoro. Si estende infatti il ricorso al part time involontario, in molti casi si applicano i famosi contratti pirata, si trovano difficoltà a reclutare giovani da assumere.
Insomma, come maliziosamente annota Sassi, la Gdo non può diventare come la logistica.



