(articolo pubblicato su Markup n° 343/2025)
Il peso politico di un comparto in quanto tale non è dato solo dai numeri che rappresenta ma da quello che riesce a costruire nel tempo. Ogni decisione o mancanza di decisione ne definisce il concreto profilo politico e sociale. I media possono esaltarlo o deprimerlo con diverse motivazioni ma la Politica ne pesa l’efficacia lobbistica, l’autorevolezza dei suoi leader, la capacità di offrire soluzioni alla collettività. Non solo la determinazione nel chiedere risorse. La GDO è debole politicamente perché viene da un passato (e da un presente) di divisioni sia nel mondo del commercio in generale che nello stesso comparto, tra insegne. Solo il mondo ANCC-Coop a parte, che comunque rappresenta la terza insegna in classifica e sembra voler conservare, pur litigando, un suo profilo politico preciso.
D’altro canto nessuna delle altre associazioni principali (Confcommercio, Confesercenti e Federdistribuzione) può vantare una rappresentanza formale ed esclusiva del comparto della GDO. Solo due “acuti” unitari si sono registrati nel recente passato. Il ruolo sociale della GDO durante la pandemia e l’impegno sul cosiddetto “carrello tricolore”. Se poi parliamo di relazioni industriali dove si dimostra o meno la capacità di interpretare i bisogni della categoria sul lavoro non possiamo non prendere atto che i CCNL sono sostanziali fotocopie dell’originale firmato da Confcommercio, il CCNL dei dirigenti è addirittura lo stesso, i fondi contrattuali derivati dai CCNL sono in parte già condivisi. Aggiungo che la stessa rivendicazione di una inseguita distintività contrattuale senza saperla concordare con le controparti naturali dà la misura del vicolo cieco in cui sono finite le insegne.
La presenza poi di più contratti applicabili, anziché costituire un punto di forza, di autorevolezza e di possibile specificità, si è trasformata in una trappola sia per i sindacati di categoria (che li hanno avallati) che per le associazioni datoriali. Infatti, sia le prime che le seconde, se mai dovessero puntare a innovazioni, a modifiche, o a richieste specifiche si troverebbero o in una situazione di possibile dumping o, all’opposto, con le aziende che messe in condizione di optare per il CCNL meno oneroso e più adatto a loro, sceglierebbero, il prodotto più conveniente. Situazione che non era difficile da capire già alla firma del primo CCNL di Federdistribuzione in dumping a quello di Confcommercio. Ed è grave che chi, aveva la responsabilità del negoziato non abbia segnalato alle insegne che quella firma avrebbe rappresentato una vittoria di Pirro. Ma tant’è.
Alla scadenza di questi contratti nazionali si porrà di nuovo il dilemma. Continuare a fare contratti fotocopie l’uno dell’altro, marcandosi a vista sul piano associativo o provare a cambiare schema? Il tutto dentro un probabile percorso di certificazione della rispettiva rappresentatività e incalzati dallo scontro al calor bianco tra Governo e Opposizione e tra i sindacati stessi, sull’introduzione o meno, del salario minimo legale. C’è ovviamente tempo per ragionare. Tenderei però ad escludere un terzo CCNL fotocopia. In tempi di “lavoro povero” e problematiche organizzative che hanno impatto sulla qualità e sulla quantità del lavoro tre CCNL in concorrenza tra di loro (c’è pure quello di Confesercenti), non aiutano di certo.
La prima ipotesi sul tappeto è la più ovvia. Confcommercio che rappresenta, de facto, il terziario italiano, ha un CCNL applicato da 3 milioni di addetti, ma ne copre almeno 5 milioni a cascata, gestisce un welfare contrattuale alimentato da una massa critica rilevante e quindi si pone come titolato a definire una sorta di salario minimo per l’intero terziario e le regole generali (diritti e doveri) da cui poi ogni comparto che lo richiedesse potrebbe gestire la propria distintività normativa ed economica salariale. Questo attenuerebbe le polemiche politiche sul salario minimo legale, definirebbe il ruolo di ciascuno, le materie oggetto di negoziazione di comparto e d’azienda, il peso e la titolarità dei rappresentanti negli organismi di gestione e la ripartizione delle risorse economiche definite dai CCNL stessi.
La scelta di Confcommercio di non costituire una sua Federazione della GDO da sempre evitata con convinzione dal Presidente Carlo Sangalli va nella direzione di lasciare aperta una porta al dialogo e al negoziato con la stessa Federdistribuzione. Ovviamente Federdistribuzione o una parte delle insegne che la compongono potrebbe anche rivolgersi a Confindustria o continuare la navigazione in proprio. In questo modo, però avremmo sempre un altro CCNL in dumping con gli altri due. Sostanzialmente immodificabile. Aggiungo sommessamente che Confindustria non è Confcommercio. Concede volentieri poltrone e riconoscimenti a chi porta associati ma sarebbe molto meno disponibile sui contenuti e sul delicato rapporto che si creerebbe, nel merito, con l’industria alimentare di marca. Nell’ultimo rinnovo del loro CCNL abbiamo assistito a scontri inevitabili tra esigenze della grande e della piccola impresa e tra gli stessi diversi settori alimentari. In ogni caso ne uscirebbero tutti più deboli.
L’unico passo veramente alternativo ma di difficilissima realizzazione per la consolidata divisione associativa italiana (non c’è riuscito nemmeno il sindacato confederale) sarebbe la costruzione di un soggetto nuovo che rompe lo schema agricoltura, industria e commercio, e si pone come interlocutore dell’intera filiera agroalimentare da monte a valle. Dal campo allo scaffale del supermercato. Facile a dirsi, praticamente impossibile da realizzare. Ciò non toglie che sia assolutamente necessario lavorare seriamente nella filiera agroalimentare sui prezzi come mi sembra abbia proposto la stessa Centromarca.
Il confronto sui rinnovi dei prossimi CCNL e la volontà o meno di individuare percorsi unitari contribuirà a disegnare il futuro e il peso politico della GDO. Nelle insegne, tra i CEO, registro una forte spinta alla convergenza. Vedremo se si concretizzerà.
Per la GDO è tempo di acquistare peso politico


