“Convergenza si, confluenza, no”. Così ha replicato Carlo Alberto Buttarelli, Presidente di Federdistribuzione, intervistato da Cristina Lazzati, alla proposta di Mauro Lusetti VP di Confcommercio in vista del prossimo rinnovo dei quattro CCNL che coinvolgono la distribuzione. Grande o piccola che sia. Non mi aspettavo niente di diverso. Ritenersi ed essere riconosciuti come unica rappresentanza politica della GDO porta inevitabilmente a far scattare meccanismi di auto difesa del perimetro. ANCC Coop ma soprattutto Confcommercio e Confesercenti le riconoscono senza alcun dubbio quel titolo. Confcommercio, e soprattutto il suo Presidente, hanno però la sindrome del figliol prodigo e continuano ad attenderne con fiducia il ritorno. Se avessero voluto lo scontro avrebbero costruito una federazione concorrente. Se penso al turismo e al peso che ha politicamente Federalberghi rispetto a Federturismo che sta in Confindustria il conto è presto fatto. Qui però non si parla di ruolo politico che è essenziale per una Federazione; si parla di lavoro e di CCNL.
Sul versante industriale nessuno mette in dubbio la rappresentanza di Confindustria ma nei singoli comparti sono Federmeccanica, Federchimica, Federalimentare, e così via, che presidiano i rispettivi CCNL. Capisco la difesa ossessiva del perimetro ma non è questo oggi, a mio parere, l’argomento all’ordine del giorno. Parliamo quindi pure di convergenza. Oggi le aziende della GDO applicano il CCNL dei dirigenti firmato da Confcommercio su cui Federdistribuzione non ha alcuna voce in capitolo. Parliamo di un migliaio di dirigenti su 25.000 ma, in passato, il comitato lavoro di Federdistribuzione ha sempre contribuito alla sua stipula. Ha senso starne fuori? Io penso di no.
Federdistribuzione dopo la fallimentare esperienza “fai da te” sull’adozione della polizza sanitaria alternativa ha chiesto a Confcommercio di rientrare nei fondi gestiti da Confcommercio (EST e QUAS). E così è stato. Anche questa è disponibilità e convergenza. Confcommercio Confesercenti e ANCC Coop sono tra le quattordici associazioni datoriali che hanno partecipato e sottoscritto l’accordo sulla rappresentanza. Federdistribuzione non è pervenuta. Capisco il “far da sé” ma credo che ci siano limiti che più che indicare una auto conservazione sottolineino una scarsa visione. Ma stiamo sul merito e andiamo oltre.
Il problema vero è che Federdistribuzione nel contesto attuale non è in grado di fare alcun CCNL. Può copiare quello di Confcommercio cambiando la copertina come ha fatto finora ma da sola non è in grado di modificarne i contenuti. A parte i negoziatori su cui non voglio infierire è il problema del rapporto tra singole aziende (determinanti) e interessi complessivi del comparto che entra puntualmente in conflitto. Alcuni esempi per comprendere la posta in gioco. Solo ritardare la firma per mesi, comporta un beneficio notevole sul budget per molte insegne. Per altre è inaccettabile. Ed è questa tecnica del rilancio continuo che ha spinto alcune realtà importanti ad uscire dall’associazione. Nel 2027 questo modo di agire sarà messo all’indice dal contesto: “caro carrello” e “lavoro povero” saranno sotto i riflettori. Tra l’altro definirlo comparto omogeneo lo è solo sulla carta. Basti pensare alle differenze tra discount e resto del comparto.
Alcune realtà poi applicano il CCNL, diciamo in modo “dinamico” altre, in modo letterale. Ai primi non interessa modificarne i vincoli. Lo hanno già fatto in azienda. Per i secondi, al contrario, la rigidità incide sulla produttività individuale e collettiva. L’inquadramento, l’organizzazione del lavoro, i passaggi di categoria, ecc. sono materie declinate diversamente nelle aziende. Per questo i tentativi di Federdistribuzione di cercare di tradurre in un testo la cosiddetta “distintività” sono falliti miseramente. Chi ha già i direttori di PDV demansionati, le maggiorazioni e i livelli ridimensionati, la mobilità tra reparti, i part time che vanno e vengono, ecc., non ha alcuna voglia di farlo emergere. La stragrande maggioranza delle insegne della GDO parla di centralità delle risorse umane ma la popolazione a cui si riferisce rappresenta una minoranza sul totale degli occupati. Per la maggioranza c’è solo il CCNL o la contrattazione aziendale laddove esiste. Agli stessi sindacati e alle realtà che hanno già modificato il CCNL in chiave aziendale conviene non toccare nulla piuttosto che impelagarsi in uno scontro esplicito e pubblico su diritti negati e doveri. Il comparto si troverebbe schiacciato alla stregua della logistica.
Solo una vera convergenza tra i datoriali può puntare a realizzare uno scambio di reciproco interesse. E su questo le Direzioni Risorse Umane (almeno le più strutturate) potrebbero dire molto nel merito anziché limitarsi a marcarsi a vicenda. Altrimenti la storia è già scritta: Confcommercio siglerà il suo CCNL e poi arriverà il CCNL con la copertina di Federdistribuzione. Una sorta di MDD (Marca del Distributore) sindacale. È stato così il primo CCNL e così il secondo. Nell’ultimo rinnovo, andrebbe sempre ricordato, solo l’entrata in campo di Buttarelli ha impedito che deragliasse l’intero percorso negoziale di Federdistribuzione provocando ulteriori uscite illustri.
Andiamo però al merito.
Il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio pubblicato a fine luglio fotografa una stagnazione di lungo periodo che non ha nulla a che fare con l’inflazione recente: dal 1990 al 2026 le retribuzioni lorde reali nel settore privato sono scese in media del 6,6%, con una contrazione concentrata quasi tutta nella parte bassa della distribuzione — il 10° percentile ha perso il 40,8% di potere d’acquisto, il 90° ha guadagnato il 3,3%. L’Irpef, con le riforme del 2014 e del 2025, ha attenuato l’effetto per i redditi medio-bassi, ma l’Upb è netta: “il modello redistributivo potrebbe aver raggiunto i propri limiti”. La leva fiscale da sola non basta più; servono, scrive l’Ufficio, politiche strutturali su salari, produttività e lavoro.
È qui che la grande distribuzione diventa un caso utile, perché mostra in scala ridotta tutti i meccanismi che il rapporto Upb cita in astratto: diffusione del part-time involontario, segmentazione contrattuale, dispersione salariale crescente. E permette di rispondere a una domanda che il rapporto lascia aperta — come si aumenta davvero la produttività, e come si trasforma quell’aumento in salario più alto, non solo in margine aziendale. E anche su questo il ruolo di Federdistribuzione potrebbe essere importante.
Per evitare lo scontro politico sì/no sul salario minimo legale, l’alternativa è un’architettura contrattuale a più livelli: un comparto di riferimento (il terziario) che fissa il pavimento comune, un livello di settore specifico — nel caso della Gdo, la distribuzione moderna organizzata — che declina quel pavimento sulle caratteristiche economiche del comparto, e una contrattazione decentrata, aziendale o territoriale, che premia la produttività di singolo sito. Sul piano teorico è la via più elegante per far convivere un pavimento nazionale con la variabilità reale della produttività settoriale.
Il problema è che questa cascata, in Italia, è da costruire ex novo. In Confcommercio le competenze di sistema ci sono, in Federdistribuzione quelle di comparto pur tenute fuori gioco dai protagonismi e per i veti incrociati.
Federdistribuzione si è separata da Confcommercio nel 2011 anche per negoziare un proprio contratto — il Ccnl della Distribuzione Moderna Organizzata, firmato la prima volta nel 2018 e rinnovato in grande ritardo a settembre 2025 — ma non come specificazione subordinata del Terziario: come contratto parallelo e concorrente. E il risultato, nella pratica, come ho scritto è una fotocopia quasi perfetta: le stesse sigle sindacali — Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil — negoziano entrambi i contratti, e non hanno interesse a lasciare che uno dei due offra condizioni economiche sistematicamente diverse, perché aprirebbe una corsa al ribasso delle imprese verso l’associazione datoriale più conveniente con alle porte la contrattazione pirata. A questo si aggiunga la giurisprudenza sul “contratto comparativamente più rappresentativo”, che scoraggia entrambe le parti datoriali dallo scostarsi troppo dai parametri economici standard. Il recente accordo tra associazioni datoriali poi fissa l’inevitabile gerarchia contrattuale per ora accettata da Coop e Confesercenti e negata, di fatto, nei suoi effetti concreti da Federdistribuzione.
Per far funzionare davvero la cascata servirebbe rovesciarne la logica attuale: non due contratti pieni che convergono per evitare la concorrenza al ribasso, ma un unico accordo di comparto che fissa il pavimento, seguito da un contratto di settore obbligatorio e ancorato per formula a un indicatore misurabile di produttività Gdo — fatturato per addetto, valore aggiunto per ora lavorata, i dati che Mediobanca e Istat già pubblicano ogni anno — invece di essere negoziato a parte come oggi. Solo un meccanismo che si muove esclusivamente quando si muove la produttività reale del settore può impedire che la cascata torni a collassare in una fotocopia. È un cambio di architettura, non di importi: la domanda aperta è se ci sia, tra le parti sociali della Gdo, la volontà politica di rinunciare a una convergenza che oggi conviene a entrambe, sindacati e datoriali, pur non producendo nulla di specifico nell’interesse per il settore che dovrebbe rappresentare.



