Giovedì primo ottobre il Wall Street Journal e il Financial Times hanno raccontato la stessa scena: Sycamore Partners, il fondo di private equity che un anno fa ha rilevato Walgreens Boots Alliance, è in trattative avanzate per cedere Boots al ramo canadese della famiglia Weston. L’acquirente sarebbe Wittington Investments, la holding che controlla Loblaw e la catena di farmacie Shoppers Drug Mart. La cifra circolata è di circa nove miliardi di dollari, ovvero sette miliardi di sterline, e un accordo potrebbe arrivare già la prossima settimana. Potrebbe, appunto: nessuna delle parti ha commentato e le stesse fonti avvertono che una decisione finale non c’è. Tutto, in questa storia, è ancora al condizionale. Compresa la domanda su cosa si stia davvero comprando.
Si comincia dai numeri, perché sono quelli a dire quanto pesa il prezzo. Boots conta circa 1.800 negozi nel Regno Unito. Nell’esercizio chiuso il 31 agosto 2025 i ricavi del gruppo sono saliti del 3,2% a 7,55 miliardi di sterline, pur con meno punti vendita dell’anno precedente, e l’utile ante imposte è cresciuto del 25,3% a 337 milioni. La divisione Retail ha segnato un +4,8% a 5,27 miliardi, con un comparabile al +5,8% sostenuto dalla bellezza e, sempre più, dalla domanda di trattamenti per la perdita di peso. Un racconto di risanamento: chiusura dei negozi che non rendevano, assortimento rivisto, prezzi riposizionati.
Qui conviene fermarsi su una frase che nei comunicati scorre via. L’utile è salito di un quarto anche grazie al rientro di svalutazioni contabilizzate in precedenza, oltre che alla domanda di bellezza e servizi sanitari e all’ottimizzazione della rete. Una svalutazione che rientra è una scrittura di bilancio, non un cliente in più alla cassa. Il conto è presto fatto: sette miliardi su 337 milioni sono circa ventuno volte l’utile ante imposte, e quell’utile contiene una componente che non si ripeterà. Sul fatturato, invece, il prezzo vale poco meno di una volta (7 su 7,55), e secondo alcune ricostruzioni la cifra include anche il debito. Un’azienda che costa meno di quanto incassa, dunque, ma che ha dimostrato di saper guadagnare in modo pulito solo per una parte di quel risultato. Ecco perché, come annotavo a margine della notizia, a quel prezzo Boots dovrà guadagnarsi il posto.
C’è poi la questione del tempo. Sycamore ha comprato Walgreens Boots Alliance per 23,7 miliardi di dollari nel 2025 e da allora ha spezzato il gruppo in cinque attività autonome, ciascuna pensata per un’uscita separata. Boots, staccata dalle operazioni americane ad agosto dell’anno scorso, comprende Boots UK e Irlanda, gli ottici, il marchio di bellezza No7 e le farmacie in Thailandia, Messico e Germania. La vendita ai Weston sarebbe la prima grande uscita dallo smembramento: dodici mesi, o poco più, tra l’ingresso e il primo incasso. È il ritmo di chi tratta un’azienda come un portafoglio di pezzi, e non c’è nulla di scandaloso nel dirlo: è esattamente il mestiere del fondo. Ma è un ritmo che con un retailer da 1.800 negozi, abituato a ragionare per stagioni e per formati, fa a pugni.
Il prezzo, peraltro, è già sceso una volta. In estate l’australiana Sigma Healthcare aveva discusso un’operazione che valutava Boots circa dieci miliardi di dollari, poi abbandonata. I Weston, che erano stati legati a Boots fin dall’inizio dell’anno, avevano allora abbassato la loro offerta; Sycamore l’aveva respinta, e ad agosto le trattative si erano fermate. Sono riprese, e il numero su cui si ragiona oggi è nove. Sullo sfondo, l’alternativa della Borsa: a maggio Boots aveva nominato amministratore delegato Alex Baldock, già alla guida di Currys, una scelta letta quasi unanimemente come la preparazione di un ritorno a Londra. Una quotazione resta un’opzione che il venditore ha tenuto sul tavolo, ma che un compratore industriale con i soldi pronti rende, per un fondo, meno urgente da inseguire. Chi ha nominato un amministratore delegato pensando alla Borsa potrebbe vederlo lavorare per un altro padrone.
In questo quadro c’è un personaggio che merita una riga in più. Stefano Pessina, l’architetto dell’operazione che nel 2012 unì Boots e Walgreens, ha mantenuto una partecipazione nell’attività accanto a Sycamore. È l’uomo che ha costruito l’insieme e che oggi ne osserva lo smontaggio, con una quota in mano e nessuna certezza, dalle ricostruzioni, su cosa accadrà a quella quota se l’operazione si chiude. Non è un dettaglio da gossip finanziario: dice che dentro Boots convivono, da anni, almeno tre idee di futuro, quella dell’imprenditore che aveva immaginato un colosso sanitario transatlantico, quella del fondo che lo scompone, quella del compratore che vorrebbe tenersi il pezzo più britannico.
Resta da capire chi siano i Weston, e qui la storia diventa più interessante della cifra. La famiglia ha due rami. Quello britannico controlla Primark attraverso Associated British Foods e possiede Fortnum & Mason. Quello canadese, che sarebbe l’acquirente, tiene sotto Wittington Investments Loblaw, Shoppers Drug Mart e Holt Renfrew, e fino al 2022 possedeva anche Selfridges, venduta per quattro miliardi di sterline (accordo annunciato a fine 2021, chiuso nell’agosto 2022) insieme ai grandi magazzini irlandesi Brown Thomas e Arnotts. Per i Weston canadesi, dunque, Boots non sarebbe un debutto ma un ritorno: nel retail britannico sono già stati, hanno incassato e se ne sono andati nel momento che hanno scelto loro. Non quando lo imponeva un ciclo di fondo. È un copione che la famiglia conosce da tempo. In Irlanda Galen Weston aveva rilevato nel 1972 Quinnsworth e l’aveva portata, nel 1981, al 14% del mercato alimentare, davanti a Dunnes Stores; nel 1997 l’ha ceduta a Tesco. La pazienza dei Weston, insomma, non coincide con la permanenza: tengono finché conviene a loro, poi vendono. E in Irlanda Boots c’è dal 1996, con più di 80 negozi e circa 2.000 addetti: un perimetro occupazionale che nelle cronache dell’affare resta sullo sfondo.
Ed è qui, a mio giudizio, la vera inversione della notizia. Il titolo dice che Boots cambia proprietario. La sostanza è che cambia il tipo di proprietario. Dopo anni di incertezza, con Walgreens Boots Alliance che nel 2022 aveva già esplorato la cessione e poi il fondo arrivato nel 2025 con un orizzonte per definizione limitato, l’azienda passerebbe a una holding di famiglia che non ha una scadenza scritta nel regolamento. Chi legge da anni queste pagine sa che è una delle linee su cui insisto: la proprietà unitaria, quella che risponde a un solo centro decisionale, è l’unica in grado di fare scommesse a lungo orizzonte, mentre le strutture federative o a scadenza faticano a sostenerle. Che si parli di Esselunga, di una grande cooperativa o di una famiglia canadese, il meccanismo è lo stesso: la pazienza ha un titolare.
Aggiungo un aspetto che interessa chi guarda la distribuzione dall’Italia. Loblaw nasce come supermercato, e con Shoppers Drug Mart ha costruito negli anni un’integrazione tra alimentare, farmacia e bellezza che oggi è uno dei modelli di riferimento nel Nord America. Portare quell’esperienza dentro Boots significa mettere un gruppo con competenze di grande distribuzione alla guida di una catena nata come farmacia. In Italia, dove le regole di proprietà della farmacia sono molto diverse da quelle britanniche e canadesi, quel modello resta in gran parte un oggetto da studiare più che da copiare. Ma l’idea di fondo, che salute e bellezza siano traffico ricorrente, il motivo per cui un cliente torna in negozio più volte al mese, è la stessa che muove da anni le insegne alimentari europee verso i servizi, la parafarmacia, il benessere. E la crescita dei trattamenti per il dimagrimento, citata tra i motori dei conti di Boots, dice che questo traffico può essere strutturale oppure una moda con un picco.
Se l’accordo verrà firmato, i Weston avranno comprato un’azienda che ha rimesso in ordine i negozi e i prezzi, che ha un nuovo amministratore delegato e che ha attraversato anni di incertezza proprietaria, con azionisti più impegnati a discuterne il valore che a farne il mestiere. Pagheranno circa ventuno volte un utile che contiene una scrittura contabile. Sulla carta è un prezzo alto; nella logica di chi non deve uscire entro cinque anni potrebbe essere un prezzo ragionevole. Tutto dipende da quanta parte di quel +25,3% sia davvero mestiere e quanta sia ordine ritrovato nei conti.
La domanda, allora, è questa. Boots ha bisogno di un proprietario che abbia pazienza, e i Weston sanno averla, finché conviene a loro. Ma la pazienza, da sola, non trasforma uno sconto negoziato in valore: serve che i trattamenti per il peso e la bellezza che hanno trainato gli ultimi conti non siano un’onda. Sette miliardi comprano il tempo. Resta da vedere se compreranno anche la risposta.



