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Granze di Camin è una frazione di Padova con circa 800 abitanti. Diego Tono, che parla per il comitato dei cittadini, la descrive così: niente bar, niente negozi, resta «solo la merceria di Arianna» e intorno un mare di capannoni. Il 25 agosto 2025, un lunedì, Alì ha annunciato con una nota breve l’apertura del cantiere per il suo nuovo polo logistico proprio lì, in via Svezia, su un’area agricola di quindici ettari ai margini della zona industriale di Padova Est. Il progetto vale quasi 155mila metri quadrati: un terzo di edifici, un terzo di strade e parcheggi drenanti, un terzo di verde. La nota prometteva per almeno tre anni lavoro a più di venti ditte del territorio e a un centinaio dei loro dipendenti, poi oltre trecento collaboratori a regime, un beneficio economico stimato in più di cento milioni di euro, un bosco urbano di oltre 2.500 piante e nuovi invasi per le acque piovane. Sembrava la fine di una storia lunga. Non lo era.

Per capire quanto fosse lontana dalla fine basta rimettere le date in fila. L’idea del complesso nasce, secondo Il Fatto Quotidiano, una decina di anni fa; già nell’autunno 2022 Legambiente depositava osservazioni contro l’ampliamento. Il consiglio comunale lo approva nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2024, con quindici voti a favore e dodici contrari, e tra i contrari ci sono cinque consiglieri della maggioranza di centrosinistra del sindaco Sergio Giordani, che si spacca. Il comitato di Granze raccoglie fondi e ricorre al Tar. Il 15 aprile 2026 il Tar dichiara il ricorso inammissibile: il comitato ha uno statuto troppo generico, pensato per attività ricreative e sociali, soci residenti anche in altri Comuni, e il quartiere dista circa due chilometri dall’area. In mezzo il Consiglio di Stato ferma una parte dei lavori: le cronache parlano di uno stop a novembre 2025 e di una sospensiva accolta a giugno 2026. Il 16 luglio 2026, infine, arriva una nota firmata insieme da azienda, comitato e famiglie residenti: accordo raggiunto, contenzioso chiuso, i lavori riprendono. Dopo la sentenza di aprile Alì aveva già dichiarato che il cantiere non si era mai fermato; il comitato aveva parlato di grande senso di ingiustizia. Due frasi che stanno nella stessa storia senza toccarsi, come i due fronti di un campo.

Dieci anni, più o meno, per un magazzino. Ed è qui che mi ha colpito una frase di Gianni Canella, presidente di Alì, in un’intervista del febbraio 2025, quando il polo era già approvato e ancora contestato. «Il mercato ormai cambia ogni sei mesi.»  — Gianni Canella, febbraio 2025

Canella spiegava che la pianificazione dei punti vendita è passata da cinque anni a tre, e oggi è a uno, e che forse non basta. Citava Bernardo Caprotti, per il quale servono in media dodici anni dall’acquisto del terreno all’apertura, e ricordava Abano: supermercato aperto nel settembre 2024 su un terreno comprato nel 2003. Un’azienda che ragiona su orizzonti di dodici mesi ha dunque dovuto misurarsi con un’opera che di mesi ne ha chiesti circa centoventi.

Il 20 ottobre la stessa azienda ha annunciato 250 euro a ciascuno dei suoi circa 5.000 collaboratori, per la terza volta in sei anni la stessa cifra. Due decisioni, due tempi. La seconda dipende solo dalla famiglia che controlla l’azienda e si prende, per usare un’immagine, in una mattina; la prima dipendeva da un consiglio comunale, da una Regione, da un tribunale, da un comitato di quartiere. È la linea di faglia che ritrovo spesso nei temi che seguo: dove la proprietà è unitaria e personale, ciò che dipende da sé è immediato, ciò che richiede il consenso degli altri si misura in anni. Canella lo ha detto senza giri anche sul fronte opposto: ai fondi che vorrebbero comprare l’azienda non risponde nemmeno, perché «siamo un’azienda familiare e tale vogliamo rimanere». Il Fatto riferisce che c’è chi legge l’operazione di Granze come una valorizzazione in vista di una cessione a un grande gruppo nazionale, mentre i vertici parlano di sviluppo fino a quasi duecento punti vendita: sono letture, non fatti, e la dichiarazione dell’azienda va in direzione opposta.

A che cosa serve il polo lo dice la logica che Canella ripete: servire ogni punto vendita ogni giorno con prodotti freschi, e perciò non spingersi oltre i 150 chilometri dalla sede di Camin. Alì conta 118 supermercati tra Veneto ed Emilia-Romagna, circa 4.900 dipendenti e 1,4 miliardi di fatturato, e programma in media due aperture all’anno, tutte in proprietà. Il comitato, per bocca di Tono, sostiene che l’ampliamento sia sovradimensionato rispetto alle reali necessità dell’azienda e che porterà più traffico pesante verso il quartiere; l’azienda risponde che lo stoccaggio dei freschi ha bisogno di essere concentrato in via Svezia, e la stessa sentenza del Tar riprende questa ragione, la razionalizzazione per ridurre il transito dei mezzi. Due tesi opposte sulla stessa infrastruttura, e nessuna delle due è stata verificata in un’aula. Nel progetto, spiega l’azienda, il nuovo hub deve eliminare le «navette» di camion tra il magazzino di via Svezia, quello di via Olanda e quello di Noventana, che sarà eliminato, con 35mila chili di CO2 in meno ogni anno. Ed è qui che chi guarda al lavoro si ferma sui numeri. I posti: oltre trecento nel comunicato e nelle promesse con cui l’assessore Antonio Bressa presentò il progetto in consiglio; circa duecentocinquanta nel materiale aziendale, che aggiunge come alcuni siano già sotto contratto. Se il polo accorpa tre magazzini in uno, una parte di quegli addetti c’è già. Quanti siano i posti davvero nuovi, con le fonti che ho, non si può calcolare.

Poi c’è il suolo. «Nessun consumo di suolo», sostiene l’azienda; Legambiente, citata dal Fatto, ne conta dieci ettari agricoli, con edifici fino a 36 metri di altezza e fino a 500 mezzi al giorno. I conti tornano sulla carta grazie a un trasferimento: il Comune compensa con il recupero dell’ex caserma Romagnoli di Chiesanuova, dall’altra parte della città, di cui si promette la de-pavimentazione per otto ettari. Anche sui soldi le cifre non coincidono: nei materiali aziendali si parla di 4 milioni messi a disposizione del Comune per le compensazioni, più un milione di oneri; il Fatto riporta oneri di urbanizzazione saliti da 4 a 7,5 milioni dopo una perizia indipendente chiesta dal Comune, mentre il comitato ne rivendica 18. Quanto al diritto, Sergio Lironi, in un intervento sul progetto, aveva sostenuto che il procedimento avviato con lo Sportello unico, alla luce di una sentenza del Tar Veneto del 2023 sul caso di Zevio e della legge regionale 14/2017, fosse sostanzialmente illegittimo. È un’argomentazione, non una sentenza: il Tar si è fermato alla legittimazione del comitato e, a quanto risulta dalle cronache, nessun giudice è entrato nel merito prima dell’accordo. Una questione di consumo di suolo chiusa da una questione di statuto.

L’accordo di luglio prevede che Alì acquisti le abitazioni confinanti con l’area dell’ampliamento per trasformarle in residenze per i propri collaboratori, con servizi aggiuntivi per il personale; la nota congiunta parla di benessere dei residenti, degli abitanti di Granze e dei collaboratori. Prezzi, condizioni e criteri di assegnazione non sono pubblici. Si può leggere come una soluzione di buon senso: chi viveva accanto al cantiere è ricompensato e l’azienda affronta il problema abitativo di una parte del personale. Si può leggere anche come la chiusura di un conflitto in cui a decidere i termini è, ancora una volta, l’azienda. Possono essere vere entrambe.

Resta un’ultima cosa da dire sul metodo. Il polo logistico è un’infrastruttura necessaria per l’azienda che porta lavoro, indotto e, se i numeri reggono, meno camion sulle strade; il bonus è un gesto reale per chi lo riceve; l’acquisto delle case può risolvere un problema vero. Ciò che interessa a me è un’altra cosa: quali strumenti restano nelle mani di una sola persona e quali devono passare da tavoli dove si siede qualcun altro, e quanto tempo costa, a chi li usa, ciascuna delle due strade.

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