Contratto commercio e DMO. Come trovarsi con il salario minimo pur dichiarando di non volerlo….

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È chiaro che aziende e lavoratori, del commercio, del terziario e della DMO vorrebbero arrivare ad una conclusione positiva del rinnovo del loro contratto di lavoro. La situazione delle retribuzioni nel comparto è assolutamente prioritaria. L’ultima firma vera è del 2015 per un CCNL che avrebbe dovuto scadere nel 2019 e che invece è tuttora aperto. Tre milioni di persone che si sommano a tutte le altre categorie che nel Paese sono sprovviste di rinnovo.  I segnali sono evidenti.

L’ultima, in ordine di tempo, è la proposta che sta prendendo piede di concedere, da parte delle aziende, un anticipo unilaterale sui futuri aumenti contrattuali (AFAC). Servirebbe a neutralizzare lo sciopero e, posta a vicino al Natale, dove tutti dovrebbero diventare più buoni, assumerebbe pure un significato particolare. Decisione possibile che però costituirebbe  la delegittimazione finale  di un tavolo negoziale che non è mai decollato per manifesta insufficienza di chi ne ha la responsabilità politica e non riesce ad esercitarla.

Con questa mossa il più grande contratto nazionale del Paese imboccherebbe con decisione  la strada che porta, di fatto,  ad una forma “innovativa” di salario minimo seppure unilaterale. Infatti come potrebbe essere definito un contratto nazionale che non viene rinnovato da 4 anni e che viene sostituito da erogazioni salariali extra negoziato? Si arriverebbe così all’ammissione di ciò che molti vanno sostenendo da tempo. I contratti nazionali così come sono stati costruiti nel novecento con il loro carico di norme, diritti, doveri, profili professionali, minimi contrattuali e con tutto ciò che da essi deriva, a cominciare dall’importante welfare previdenziale e sanitario, non vengono messi in discussione dall’adozione dal basso di altre normative auto prodotte localmente più snelle come i cosiddetti “contratti pirata” ma vengono messi in soffitta degli stessi stipulanti per manifesta incapacità di rinnovarne i contenuti.

Il passaggio, di fatto al salario minimo, non è necessario che avvenga per forza attraverso una legge o come risultato di un confronto tra le parti sociali ma può avvenire per semplice esaurimento di un ciclo storico o per incapacità di rilanciare lo strumento, nei suoi contenuti, condannandolo all’obsolescenza. In fondo molte aziende, soprattutto medio piccole, che sono la maggioranza,  vorrebbero proprio questo. Stabilire alcune regole del gioco universali sui diritti e sui doveri, riferimenti laschi al l’inquadramento professionale, un minimo economico di riferimento della categoria che lasci spazio a forme di corresponsabilizzazione sul reale andamento aziendale, che premi il merito individuale e che metta definitivamente in soffitta i costi del welfare contrattuale. Lasciando spazio e maggiore libertà di azione nelle singole realtà e il decollo, anche sul lavoro, di una competitività tra insegne che, in tempi di difficile reperimento delle risorse umane necessarie, potrebbe dimostrarsi decisivo.

Non è un caso che alle imprese del comparto DMO l’adozione di un salario minimo sarebbe assolutamente preferibile al “ferraginoso e costoso” meccanismo messo in piedi dall’associazionismo di categoria con il CCNL. L’idea di corrispondere unilateralmente l’AFAC (Anticipo sui Futuri Aumenti Contrattuali) non è nuova. È stata adottata spesso nel corso della storia sindacale. Serviva a scavallare momenti di incomprensione e difficoltà tra le parti. Se però dovesse essere confermata l’intenzione in questo contesto di delegittimazione reciproca, il metodo si trasformerebbe in contenuto. Così come la firma di accordi separati tesi ad escludere qualche soggetto dal tavolo. Altro modo per evitare le rigidità del negoziato. Anche quest’ultima è oggi impossibile. Mancano leadership forti da entrambe le parti per praticarla. Soprattutto i nuovi equilibri sindacali confederali che assegnano a CGIL e UIL, insieme, un ruolo politico oltreché sindacale, di fatto  in alternativa a quello della CISL, impediscono strade che in altri tempi sono state percorse. Oggi la polarizzazione tra le posizioni in campo vince sul dialogo possibile.

Per Federdistribuzione superare il CCNL con l’adozione di quello che assomiglia sempre più ad un  salario minimo  non è un passaggio sconvolgente. Come associazione, in tema di lavoro non ha mai avuto una sua identità negoziale riconosciuta perché resta una semplice sommatoria di aziende con un portavoce. Nonostante sia ormai passato molto tempo dall’ultimo rinnovo del CCNL la Federazione e la sua  “commissione lavoro” non sono mai riuscite a impostare una traiettoria  collettiva, originale e innovativa di riferimento per le imprese e metterla a terra. Il contratto resta una sostanziale ricopiatura di quello di Confcommercio. Salvo proprio sul salario dove, nel 2019, hanno ottenuto uno sconto le cui conseguenze, seppure sotto traccia,  sono alla base delle tensioni di oggi.  Le aziende che aderiscono a Federdistribuzione godono di uno “sconto” rispetto al contratto nazionale di rifermento. E questa ambiguità riesploderebbe in caso  certificazione della rappresentanza elemento indispensabile per superare i contratti “pirata”. 

Federdistribuzione non riesce ad individuare su cosa potrebbe essere possibile costruire uno scambio credibile che guardi al futuro del comparto e condividerlo con il sindacato di categoria. Non può portare a fattor comune  ciò che di buono viene fatto nelle singole insegne e quindi non ha nulla da scambiare. I contratti nazionali, però, si fanno così. E soprattutto si fanno in due. Altrimenti resta solo il negoziato sul salario. Oppure, come si profila di questi tempi, concessioni unilaterali. Ma il contratto nazionale ha un’altra funzione.

L’assunzione oggi di un ruolo di interlocutore politico  vero sul fronte dell’inflazione,  renderebbe  però indispensabile costruire una leadership anche sul versante sindacale da parte di Federdistribuzione. Come ha fatto Buttarelli ridisegnando un profilo più “combattivo e identitario”. Le aziende principali dovrebbero  esporsi molto di più senza nascondersi dietro un “portavoce” anche lui ormai un po’ usurato. L’autorevolezza delle federazioni di Confindustria passa anche dalla loro capacità di innovare i contratti e di convincere l’interlocutore sindacale a condividerne le traiettorie. In tutti questi anni la competitività tra le insegne e tra i formati distributivi è aumentata anche perché gli insediamenti commerciali si sono moltiplicati su tutto il territorio nazionale fino a sfiorarsi. Oggi è sempre più difficile non sapere cosa fa il vicino. Nel bene  e nel male. Per questo  il CCNL oltre a non essere rinnovato, viene smontato quotidianamente nei territori ridefinendo il profilo del cosiddetto “lavoro povero”. 

Per Confcommercio, al contrario, la partita è più complessa. Accompagnare la fine dell’unico vero contratto nazionale  confederale per manifesta incapacità a rinnovarlo è un segnale che getta un ombra pesante sul futuro della bilateralità e del welfare derivato dal contratto nazionale. Non è un caso che tra i più fieri avversari del salario minimo ci sia proprio la confederazione di piazza Belli. Il CCNL, è, per Confcommercio, fondamentale per due ragioni.

Innanzitutto è l’unico strumento con cui si mantiene sotto un unico tetto aziende e settori che altrimenti prenderebbero altre strade. Aziende che pagano i contributi associativi nei territori. In Confcommercio pesano molto di più questi ultimi  che le categorie. E questa è la sua vera forza. In secondo luogo perché le varie forme di welfare derivanti dai diversi  CCNL finanziano direttamente sia Confcommercio che i sindacati. Risorse che, di questi tempi, sono fondamentali. L’adozione del salario minimo minerebbe alla base l’intero sistema.

A differenza di Federdistribuzione, Confcommercio gioca con il fuoco se il CCNL dovesse perdere la  sua ragion d’essere. Per questo la pantomima sullo scambio “innovativo” sollevata da chi ha la delega politica alla trattativa è stata un autogol. È evidente che se la partita si sposta sul salario, unilaterale o meno,  la leadership del negoziato passa di mano. È non la condurrà più Confcommercio che è “costretta”  a puntare  ad una conclusione rapida del Contratto nazionale. Da qui il mio richiamo al ruolo e al peso del Presidente di Confcommercio. Sempre esercitato in passato.

Anche per i sindacati è però un passaggio delicato. Certo l’anticipo sui futuri aumenti suona come uno schiaffo  e, di fatto, un attacco al loro sciopero e alla loro credibilità. Un altro elemento su cui riflettere prima che dalla intenzioni si passi ai fatti. Anche a loro converrebbe chiudere. Altrimenti l’intera vicenda rischia di lasciare tutti con il cerino in mano.  

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3 risposte a “Contratto commercio e DMO. Come trovarsi con il salario minimo pur dichiarando di non volerlo….”

  1. Buongiorno Mario, da un po’ la seguo e mi rendo conto che i suoi commenti non sono mai fuori luogo, tutt’altro.
    Siamo ora giunti ad una svolta,la carenza a reclutare nuove risorse deriva sicuramente da una mancanza di appetibilità del settore,dettato soprattutto da condizioni contrattuali ferme ormai da quasi un decennio,ultima firma veritiera del 2015.
    Se nessuno si prenderà la briga di fare qualcosa di costruttivo,oltre a non fare entrare i giovani, perderemo anche i pochi combattivi,come me,che credono in una ‘resurrezione’ della GDO.
    Buona giornata

  2. Ottimo post. Segnalo anche che la decisione di procedere unilateralmente con 50€ di superminimo assorbibile è già stata presa da Federpanificatori (https://www.fippa.it/da-ottobre-50-e-in-piu-in-busta-paga-ai-nostri-dipendenti-ecco-il-perche/) e messa in atto a partire dalla retribuzione di ottobre . È uno dei motivi è l’incapacità e il rifiuto dei sindacati ad avviare una trattativa che tenga conto che le attuali strutture contrattuali non rispondono più alle necessità delle aziende e probabilmente neppure agli interessi dei lavoratori.

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