Contratto nazionale commercio, DMO e cooperazione. Ennesimo pasticcio a pochi giorni dallo sciopero…

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Si può dire, senza che nessuno si offenda, che c’è un evidente deficit  di capacità e di credibilità  politica che impediscono  la chiusura della trattativa  del più importante CCNL del nostro Paese?  Come si fa a non rendersene conto? Vista la fine dell’ultima trovata della “letterina di Natale” inviata al sindacato da Confcommercio (a cui si è accodata Confesercenti o viceversa) per riprendere il negoziato, senza però togliere le pregiudiziali che erano state poste proprio dalla stessa Confcommercio. Temo mi tocchi dare ragione alla Filcams CGIL quando afferma che è in atto “un  tentativo di svilire e derubricare la trattativa a una “parentesi comica”.  Un disastro reputazionale per  Confcommercio e per chi l’ha seguita su questa strada. Eppure era evidente che saremmo arrivati qui.

Nel 2011 così come nel 2015 ho partecipato in prima persona ai due ultimi rinnovi del CCNL. Il negoziato per Confcommercio era tenuto dall’allora Direttore Generale di Confcommercio, Francesco Rivolta delegato del Presidente Carlo Sangalli. Dopo, è bene sottolinearlo, non sono stati sottoscritti altri CCNL di questo livello. E già questo la dice lunga. C’erano, allora come oggi, molte resistenze nella delegazione datoriale,  come sempre avviene quando si arriva al momento di chiudere. Fu il Presidente di Confcommercio in prima persona a considerare maturi i tempi, pur sapendo di rischiare anche conseguenze traumatiche per la sua organizzazione. Che puntualmente ci sono state. Una di quelle firme contribuì alla rottura con Federdistribuzione. Oggi il Presidente è  in evidente difficoltà ad individuare possibili vie d’uscita da una situazione  che è stata creata innanzitutto dalla sua organizzazione.

Alcuni tra i resistenti politici più inconcludenti di allora, oggi sono addirittura titolari del negoziato  e seduti al tavolo. Non serve fare nomi. Difficile quindi, aspettarsi possibili risultati, oggi. È ormai una situazione kafkiana. Siamo di fronte ad un avvitamento che scuote alle fondamenta l’intero sistema delle relazioni sindacali del comparto. Il terziario di mercato sta rischiando di rivivere ciò che sta attraversando la logistica e le dinamiche sindacali che ne hanno inceppato il contesto. E questo grazie alla mancanza di una strategia politica e sindacale dell’intero associazionismo  di categoria che osserva il futuro con  lo specchietto retrovisore  e di un sindacato di categoria che vive esso stesso un paradosso. È rilevante e autorevole, per il peso associativo complessivo che  ha, nelle dinamiche interne delle rispettive confederazioni,  e contemporaneamente debole  per l’estrema frantumazione del comparto e nella maggior parte delle aziende. Quindi è costretto unitariamente a tenere alta la posta,   pur fuori tempo massimo, perché al punto in cui siamo, qualche sindacato rischia le critiche interne dei propri vertici confederali e contemporaneamente, tutte insieme, di perdere credibilità con le proprie basi più militanti.

Intanto cresce il malcontento. Il Governo non ha messo praticamente nulla sul tavolo a sostegno dei rinnovi contrattuali e l’opinione pubblica è molto più sensibile alla parte debole del mondo del lavoro. Le tensioni che attraversano la logistica e i suoi  addetti, le cooperative spurie, i rider, il lavoro povero nella sua accezione più ampia, la flessibilità e il part time involontario, il lavoro festivo,  la convinzione che la precarietà e i bassi salari siano elementi strutturali del comparto nel suo insieme.  E le pur importanti iniziative, portate avanti da diverse  insegne nazionali al loro interno, più sensibili alla gestione e allo sviluppo delle risorse umane, passano così  in secondo piano. C’è una tensione sotto traccia che cresce.

Al populismo sindacale così ben espresso dai documento della Flaica-CUB (https://bit.ly/4ab87Ch)  si è contrapposta, oltre alla banale competizione tra sigle datoriali, una sorta di populismo associativo-imprenditoriale corroborato da toni fuori misura nel quale Confcommercio sembra ritrovarsi a proprio agio. La Confederazione di Piazza Belli e le altre associazioni, da parte loro,  sono entrate in questo negoziato con l’atteggiamento di chi va dal dentista a togliersi un dente. Non con la volontà di volersi confrontare sulle priorità dei prossimi anni adeguando lo strumento e i suoi contenuti ad una strategia condivisa  e sulle traiettorie  imposte dalle trasformazioni in atto. Hanno pensato riproponibile la vecchia logica “restitutiva” dei rinnovi precedenti che ha ben funzionato quando c’era ancora qualcosa da “restituire” da parte dei sindacati.. E così si sono ritrovati al muro contro muro. Trovare una via d’uscita oggi non sarà per nulla facile.

Il 22 dicembre, quindi, non ci saranno in piazza solo i sindacati di categoria. Una giornata di sciopero con un picchetto di protesta proprio davanti al nuovo centro commerciale di Milano non è cosa da poco. La sola minaccia è da bollino rosso. Il rischio che la protesta degeneri è molto alto. È però quello che ha organizzato il sindacato Flaica-CUB per il prossimo 22 dicembre davanti a Merlata Bloom a sostegno di una piattaforma sbagliata e scorretta che mira solo a mettere in difficoltà i sindacati confederali, non certo a riaprire  il negoziato su quelle basi.

Non aver messo in conto la possibile degenerazione della situazione  è uno dei tanti errori di chi ha costruito una trattativa inconcludente come quella che ha caratterizzato la vicenda del CCNL del commercio,  della DMO e delle cooperative. L’obiettivo delle formazioni sindacali più estreme sia  chiaro, è impedire la chiusura del negoziato a condizioni equilibrate. Atteggiamento speculare a chi, tra le imprese, pensa che, non avendo problemi in casa propria, si possa rimandare sine die qualsiasi conclusione del negoziato. Sono due facce della stessa medaglia.

Che occorra fare i conti con chi lavora contro qualsiasi intesa è normale in ogni negoziato. È però compito delle  associazioni presentare scenari con rischi e opportunità di breve e di lungo periodo collegati alle decisioni da prendere. Un contratto nazionale non è un contratto aziendale un po’ più grande, che si rinnova o meno, in base ai banali rapporti di forza. È tutt’altra  cosa.  Tiene conto degli equilibri complessivi di sistema. Le associazioni non possono limitarsi a vellicare gli istinti meno nobili. Cercare l’applauso facile. O la comunicazione in favore di telecamera per rimbalzare le proprie responsabilità sulle controparti. Oppure rilanciare quando il negoziato andrebbe chiuso.  Questo lavoro di coinvolgimento sui rischi del contesto  non è stato fatto. Anzi. È adesso, per colpa di quella superficialità originaria,  il principale contratto nazionale del Paese, per il numero di addetti coinvolti, è ancora  fermo al palo. 

 

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