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C’è da sperare che, passata l’euforia della presentazione della piattaforma e dopo i tanti incontri in cui i futuri negoziatori si sono studiati su resistenze, convinzioni e punti di caduta, i due lati del tavolo si siano resi conto che ragioni reciproche, contestazioni, appartenenze organizzative e orgogli di bandiera dovranno fare i conti con una delle stagioni contrattuali più complesse che si siano mai presentate. In passato, anche con alta inflazione, erano i rapporti di forza e la rincorsa salari-prezzi a fissare i punti di caduta. Oggi il contesto economico e sociale li rende inefficaci entrambi.

Il numero che ha aperto ottobre è quello dell’Istat: a settembre l’inflazione è salita al 4,2%, dal 3,3% di agosto, il livello più alto da tre anni. La trainano l’energia (+25,9% i prezzi regolamentati, +22,2% quelli liberi) e gli alimentari non lavorati (+5,5%). Ma il dettaglio che conta per chi siede al tavolo è un altro: l’inflazione di fondo, senza energia e freschi, è all’1,7%, e il carrello della spesa cresce anch’esso dell’1,7%. È un’inflazione che nasce fuori dai contratti e che sugli scaffali, per ora, pesa molto meno di quanto pesi sulle bollette. Intanto, per l’Istat, nel secondo trimestre le retribuzioni contrattuali orarie (+2,4% annuo) hanno smesso di battere i prezzi dopo dieci trimestri.

Il consumatore, nel frattempo, si stringe: secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio, nel 2026 le spese obbligate (casa, bollette, sanità, trasporti, assicurazioni) assorbono il 41,7% dei consumi, contro il 37% del 1995. E per Eumetra, tra chi prevede di tagliare, il 27% interverrà sulla spesa alimentare.

È in questo clima che il dibattito sui salari, sulla Voce, si è fatto interessante, perché le parti arrivano con due metri diversi. Marco Leonardi, Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi hanno guardato ai minimi tabellari: nel commercio, tra giugno 2019 e giugno 2026, deflazionati con l’Ipca-Nei, restano quasi dieci punti sotto il livello di partenza. Il 29 settembre Mariano Bella, responsabile del Centro Studi di Confcommercio, e Paolo Refuto hanno risposto con le retribuzioni effettivamente percepite dei conti nazionali: nell’area Confcommercio la retribuzione lorda per unità di lavoro standard cresce del 18,7% in termini nominali e perde l’1,2% in termini reali, contro lo zero della manifattura e il -2,2% dell’economia nel suo insieme.

La perdita più marcata, -5% tra 2019 e 2025, è nella pubblica amministrazione. Le due misure, scrivono, non si contraddicono: registrano oggetti diversi. Ed è vero. Ma quel -1,2% ha due limiti. Le unità di lavoro dipendente del terziario di mercato sono cresciute dell’11,4% (3,4% nella manifattura), e l’ingresso di lavoratori pagati meno comprime la media senza che i dati aggregati dicano quanto. Ce n’è un secondo, che gli stessi autori indicano sul Messaggero: un conto è quanto è pagata un’ora, un altro quanto si porta a casa in dodici mesi. In trent’anni i dipendenti part-time passano, secondo l’Upb, dal 4,4 al 31,5% del totale, e dal 1990 la retribuzione reale annua di chi lavora a tempo pieno tutto l’anno cresce del 14,3%, mentre la media di tutti i dipendenti cala del 6,6%. Una misura per unità di lavoro standard non può vederlo, ed è proprio il terreno della piattaforma: orario minimo più alto, clausole elastiche, ore supplementari consolidate.

La tesi di fondo è che il contratto non sia il colpevole: il vincolo ai salari italiani, scrivono gli autori, è nel prodotto. Tra il 1995 e il 2025, secondo Eurostat, la Germania guadagna 36,3 punti di produttività e 30,6 di salario reale orario; l’Italia 7,7 e 5,3, ultima su entrambi i fronti. Nel confronto 2019-2025 il valore aggiunto per unità di lavoro sale del 6,5% nella manifattura e scende del 3,1% nei servizi, dove il lavoro dipendente cresce del 9,2%: la debolezza della produttività è in parte il rovescio dell’occupazione creata dal terziario. Il recupero, invece, lo ha fatto soprattutto il fisco: alla mediana, tra 2019 e 2025, il lordo cresce del 10,8% e il netto del 19,2%, con il prelievo sceso dal 28,6 al 23,1%, e il conto, ammettono, l’ha pagato chi sta appena sopra.

Bella e Refuto concedono che nel commercio quattro anni di attesa sono stati troppi. Leonardi non contesta il legame di lungo periodo, «ma tra il 2019 (o il 2021) e il 2025 non sono andate per nulla insieme. Il calo dei salari reali è stato molto maggiore di quello della produttività». E aggiunge la frase che riguarda il tavolo di marzo: «quando contrattate il rinnovo del ccnl non prendete in considerazione l’andamento del valore aggiunto per ora lavorata, quella variabile non è parte della trattativa, sia che siate puntuali nel rinnovo sia che siate anni in ritardo».

La piattaforma di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, varata a Roma davanti a circa 1.500 delegati, chiede 220 euro mensili a regime. Per pesare la cifra bisogna guardare al contratto da rinnovare: il CCNL Terziario, firmato il 22 marzo 2024, quattro anni e otto mesi dopo la scadenza del precedente (31 luglio 2019), vale dal 1° aprile 2023 al 31 marzo 2027 e ha riconosciuto 240 euro al quarto livello in cinque tranche (70, 30, 35, 35 e 40), più 350 euro di una tantum. Le ultime due tranche, 35 euro a novembre e 40 a febbraio, non sono ancora state pagate: 75 euro su 240 arriveranno mentre si tratta.

I 220 euro chiesti valgono oltre il 90% dell’intero rinnovo precedente. Attorno ruotano scatti di anzianità, maggiorazioni per festivi e notturno, un tetto alle domeniche, il part-time involontario, la stabilizzazione dei precari, welfare e una clausola sull’intelligenza artificiale. E la revisione degli inquadramenti: la stessa che, come ho già scritto, la commissione paritetica del contratto della Distribuzione Moderna Organizzata non ha mai istruito.

Paolo Andreani, segretario generale della Uiltucs, ha rivendicato la dimensione: «I quattro contratti interessano quasi tre milioni di persone, il 19,4% dei dipendenti dei settori privati. Ma non vogliamo farne una battaglia simbolica». Di fronte ci saranno sei sigle datoriali (Confcommercio, Confesercenti, Federdistribuzione, Ancc-Coop, Confcooperative, Agci), e il sindacato vuole chiudere nel primo trimestre del 2027, per non subire i ritardi delle tornate precedenti.

Se, come chiede, la stagione verrà preceduta dall’accordo sulla rappresentanza, il contesto si semplificherà e per qualcuno si restringerà il campo d’azione. Avremo un contratto nazionale leader che stabilirà il Trattamento economico minimo (Tem) e un Trattamento economico complessivo (Tec), cioè i minimi più tutti i trattamenti, welfare compreso, comuni a tutti i lavoratori del settore. È la ragione per cui, da tempo, ho suggerito che Federdistribuzione otterrebbe molto di più condizionando Confcommercio dall’interno, come ha sempre fatto, sui contratti di lavoro, piuttosto che limitarsi a «convergere» tatticamente, come ha auspicato il suo presidente: scelta orgogliosa e legittima ma inefficace. Soprattutto quando i rapporti di forza, il contesto politico e sociale alla stretta finale  metteranno in crisi le certezze granitiche  tipiche di una federazione che deve negoziare di continuo la propria autorevolezza decisionale, proprio sul costo del lavoro, com insegne che hanno esigenze e aspettative diverse. Comunque, contenti loro…

È inoltre prevedibile una grande drammatizzazione con vista sulla prossima campagna elettorale, a destra come a sinistra  a caccia di consenso e di voti. L’intervista di Mauro Lusetti a Repubblica è, sotto questo aspetto, paradigmatica. Lusetti ha due cappelli: parla da vicepresidente di Confcommercio, la stessa organizzazione di cui Mariano Bella guida il Centro Studi, ma è anche presidente di Conad, primo gruppo della distribuzione italiana e quindi vive come e più di altri la contraddizione tra dover capire e guidare un negoziato sul piano politico strategico e la problematica costi/prezzi/retribuzioni che attraversano il suo sistema. “Con questo ultimo balzo dei prezzi, i consumi caleranno.  Finora hanno sostanzialmente tenuto anche se è cresciuta l’attenzione ai costi dell’energia. Ma quello che vale per i primi sei mesi dell’anno non vale per gli ultimi sei. Dobbiamo fare il possibile per evitare che la situazione peggiori, deve farlo anche il Governo: se non c’è afflato comune nel paese, si farà davvero fatica a trovare una soluzione all’impatto dell’inflazione”. L’inflazione, dice, viene da costi energetici e alimenti non lavorati, fattori straordinari che «non possono essere scaricati per intero sulla negoziazione contrattuale»; e con le parti sociali si discute di «come ridurre lo scalone oggi esistente tra tasso inflattivo e potere d’acquisto dei lavoratori». Poi la frase più rivelatrice: «Se non sosteniamo i consumi le nostre attività chiudono, quindi abbiamo tutto l’interesse perché questo non avvenga».

E la soluzione che propone, un «nuovo modello di contrattazione che consenta di tenere insieme produttività e potere d’acquisto», è la stessa parola: produttività, che la piattaforma sindacale affida al secondo livello. Potrebbe essere la prima convergenza vera tra i due lati del tavolo. O il primo equivoco: perché, come ricorda Leonardi, la produttività oraria non è parte della trattativa, e tra 2019 e 2025 non ha spiegato il calo dei salari. Se oggi entra al tavolo, a 4,2% di inflazione e con due tranche ancora da incassare, la domanda è chi la misurerà, su quale periodo, e chi pagherà la differenza tra ciò che si è perso e ciò che ciascuno è disposto a chiamare «straordinario».

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