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A Roma, più di 1.500 delegate e delegati di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs si riuniscono nell’Assemblea nazionale unitaria che apre ufficialmente la stagione dei rinnovi contrattuali nel terziario, nella distribuzione moderna organizzata e nella distribuzione cooperativa: quattro contratti, oltre tre milioni di lavoratrici e lavoratori coinvolti, e una sola scadenza, il 31 marzo 2027. L’Assemblea chiude un lungo percorso di consultazione nei luoghi di lavoro e approva la piattaforma rivendicativa che, entro il 30 settembre, verrà trasmessa alle associazioni datoriali del settore. Il dato di partenza, quindi, è l’unità: tre sigle, una sola piattaforma, un solo calendario.

Il primo segnale da leggere è politico prima che sindacale, ed è il tempo scelto per muoversi. Aprire il negoziato sei mesi prima della scadenza naturale non è prassi comune in questo settore. In passato, i periodi di mancata copertura tra la fine di un contratto e la firma del successivo sono stati una costante negativa, e proprio quei vuoti hanno alimentato negli anni il dibattito sulla necessità di introdurre un salario minimo e sul valore reale dell’indennità di vacanza contrattuale, sempre insufficiente a colmare quanto si perde nell’attesa. Che i tre sindacati scelgano di muoversi con questo anticipo è un segnale di consapevolezza, e non è isolato: il CCNL dirigenti del terziario, firmato da Confcommercio e Manageritalia il 5 novembre 2025, è stato anch’esso un rinnovo anticipato rispetto alla scadenza naturale. Per i tre sindacati, muoversi in anticipo non è solo prudenza: è la condizione politica che permette di chiedere una decorrenza degli aumenti dal 1° aprile 2027, senza il consueto scarto tra fine di un contratto e inizio del successivo. Ed è un’esigenza che, a leggere gli umori del settore, sentono anche le imprese più attente, che hanno bisogno di consumi interni che ripartano, non di ulteriore incertezza salariale.

Che cosa chiedono, in concreto, i sindacati? Temi centrali: Salario e difesa del potere d’acquisto, con l’idea che vada redistribuita non solo la produttività futura ma anche quella già incamerata dalle imprese negli anni di alta inflazione. Part-time e orari, dove i sindacati puntano a una revisione organica delle clausole elastiche e, sui contratti a termine oltre i dodici mesi, a un intervento sulle causali che oggi li giustificano. Su domeniche e festivi, la richiesta di limiti individuali all’uso del lavoro disagiato e una remunerazione più alta. Certificazione della rappresentanza e freno al dumping contrattuale,  il fenomeno che ha innescato i contratti pirata che ho raccontato in altri articoli. Franchising e clausola sociale, di cui  ho già scritto della differenza tra un contratto che resta formalmente identico al momento del passaggio e le condizioni che, dopo, possono divergere. E infine il welfare contrattuale, con la richiesta di renderlo più organico e integrato, sfruttando le economie di scala che oggi restano disperse tra fondi diversi.

Due di questi temi faranno da sfondo a tutto il negoziato, più degli altri. Il primo è l’aumento del costo della vita, e con esso la parte di produttività da destinare al lavoro: per i sindacati non si tratta solo di recuperare l’inflazione, ma di redistribuire anche quanto le imprese hanno già incamerato. Il secondo è il part-time, dove la richiesta di intervenire sulle ore lavorabili, sulle clausole elastiche e sulle causali dei contratti a termine tocca uno dei meccanismi più usati, nella grande distribuzione, per calibrare il costo del lavoro sulla domanda reale dei punti vendita.

Fin qui, un fronte per il momento compatto. Ma il vero ostacolo di questo rinnovo non è nella piattaforma: è nella pluralità delle controparti, in competizione tra loro, a cui va consegnata. I tre sindacati siedono uniti, mentre le controparti datoriali, pur parlando di convergenza, sono, per ora, quattro tavoli formalmente distinti, Confcommercio, Federdistribuzione, Confesercenti e il fronte cooperativo, ognuno con i propri iscritti, i confini da ribadire  e i propri margini di manovra. Si spera che si coordineranno tra loro,  attorno a Confcommercio, che nel terziario resta il contratto guida per storia e per numero di aziende applicanti. Se si arrivasse, in parallelo, a un accordo sulla rappresentanza tra le associazioni datoriali, il quadro si semplificherebbe ulteriormente: ma quell’accordo, per ora, non c’è, ed è questa  fragilità che rende ogni rinnovo di questo settore più lento e più esposto ai contratti pirata e alle interpretazioni del testo contrattuale nelle singole insegne che i sindacati vorrebbero portare a sintesi.

Su questa scacchiera, le due controparti principali (Confcommercio e Federdistribuzione) arrivano in condizioni molto diverse. Confcommercio si muove da una posizione di attesa quasi istituzionale: è la capofila del tavolo del terziario, e l’investitura che aspetta è quella che le arriva dal calendario stesso della trattativa appena aperta, ora che la piattaforma è a un passo dall’essere formalizzata. È una postura più comoda: chi aspetta la proposta non deve ancora elencare in anticipo le proprie priorità. Deve gestire un equilibrio nei punti di caduta per l’intero comparto del terziario.

Federdistribuzione arriva più agitata, e con un’ambizione precisa: riaprire, con questo rinnovo, il capitolo della cosiddetta distintività, l’idea che il lavoro nella grande distribuzione moderna abbia caratteristiche organizzative sufficientemente diverse dal commercio generalista da giustificare un proprio modello organizzativo, un impianto di classificazione costruito su misura, e attraverso questo equilibrio  un più tradizionale scambio tra salario e produttività. Il calcolo è preciso: se sui salari, con il costo della vita ancora alto, i margini di manovra sono simili  per tutti, l’unico modo per rendere attraente un rinnovo alle imprese è spostare la partita sul terreno organizzativo, dove un margine, almeno sulla carta, esiste ancora. Ed è esattamente il terreno su cui i sindacati, si preparano a essere più severi, non certo più accomodanti.

Al centro di questo terreno c’è la richiesta più antica di ogni tornata contrattuale, la revisione della classificazione, una vexata quaestio che ritorna a ogni rinnovo perché tocca il modo in cui i mansionari e i livelli retributivi sono scritti dentro il contratto ormai sostanzialmente diversi dalle realtà dei punti vendita. Qui Federdistribuzione, o meglio il comitato sindacale della stessa, porta un handicap  che si è costruito da solo. Alla firma del CCNL DMO oggi in scadenza, l’associazione si era impegnata con i sindacati a costituire una commissione tecnica dedicata proprio ad approfondire i limiti e le problematiche relative alla  classificazione. Da allora, per quanto mi risulta, di quella commissione non si è fatto nulla. È una colpa che ha un costo: riaprire un tema che avrebbe dovuto essere portato a sintesi in questi anni ma non è stato fatto ricade su chi ne aveva la responsabilità gestionale e non lo ha fatto. Confcommercio non si era presa alcun impegno sapendo, per esperienza, che quando le parti sociali non sono in grado di produrre risultati su un a determinata materia di solito concordano  una commissione.

Che l’attuale classificazione sia superata è un dato vero: il contratto porta ancora tracce di una distribuzione pensata per un negozio diverso da quello di oggi, fatto si mestieri che si sono evoluti, di assistenza al cliente, di reparti integrati, di logistica e canale online. Ma tre anni buttati da chi doveva costruire una proposta digeribile per i sindacati, e non lo ha fatto, sono un’altra cosa, e forniscono ai sindacati l’alibi perfetto per non discuterne nemmeno oggi, proprio mentre mettono il freno al dumping contrattuale nella loro piattaforma.

Attorno alla classificazione si muovono gli altri temi meno identitari ma non meno concreti per Federdistribuzione: affrontare  maggiorazioni per straordinari e festivi, che si scontrano frontalmente con la richiesta sindacale di limiti e di remunerazione al lavoro disagiato; la spinta datoriale a rendere ordinario il lavoro domenicale, opposta e speculare alla domanda sindacale sui festivi; la gestione dell’internalizzazione di alcune attività, la flessibilità organizzativa, il perimetro dei contratti a termine, che è lo stesso terreno su cui i sindacati chiedono di intervenire sulle causali oltre i dodici mesi ma dal lato opposto del tavolo. Sul welfare, dove i sindacati chiedono un impianto più organico e integrato, le imprese arrivano già con qualcosa da offrire: i fondi Est e Quas, rafforzati proprio nell’ultimo rinnovo del 23 aprile 2024, che ha speso su queste voci, più che sulla busta paga, buona parte del proprio capitolo economico.

Ai temi ricorrenti, sul lato datoriale, si aggiungono quelli nuovi ma che finiranno comunque sul tavolo: l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali, dalla logistica alla gestione degli scaffali; il sostegno alla genitorialità, ai caregiver e al lavoro femminile, in un settore che assume in prevalenza donne e fatica a trattenerle nei ruoli di responsabilità; gli incentivi alle aziende che adottano misure di equilibrio tra vita e lavoro. Nelle intenzioni datoriali, questo pacchetto dovrebbe compensare sul piano organizzativo quello che il piano salariale non può più permettersi di offrire per intero.

Il rischio, per Federdistribuzione, è che l’obiettivo dichiarato, valorizzare l’organizzazione perché sui salari lo spazio pur ritenuto scarso è inevitabile, si scontri con un problema di credibilità prima ancora che di merito. Un sindacato può accettare di discutere la distintività quando chi la chiede dimostra di aver fatto, nel frattempo, il lavoro tecnico necessario a renderla proponibile. Soprattutto in un contesto di scambio. Se quel lavoro non c’è stato, la richiesta suona come un goffo tentativo di riaprire ciclicamente un capitolo vecchio di  tre anni senza aver fatto la fatica di prepararlo, proprio nel momento in cui i sindacati arrivano al tavolo più uniti e più attenti all’impatto sul lavoro di quanto non lo fossero all’ultimo rinnovo.

Restano allora due domande aperte, e sono la stessa domanda vista dai due lati del tavolo. Per i sindacati: la piattaforma unitaria, pensata per tre contratti e trasmessa a quattro associazioni datoriali diverse, reggerà fino in fondo, o l’assenza di un accordo sulla rappresentanza tra le controparti finirà per restituire, tavolo per tavolo, proprio quella frammentazione che il punto sul dumping contrattuale vuole combattere? E per Federdistribuzione: userà i mesi che restano prima della scadenza per colmare, anche solo in parte, il ritardo sulla commissione promessa, così da rendere negoziabile la distintività invece che sospetta, o ripeterà la stessa strategia del braccino corto già vista in passato, alzando la posta sul piano organizzativo senza avere alle spalle un lavoro tecnico profondo che la renderebbe credibile?

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