A febbraio 2026 Carrefour ha presentato il suo terzo piano strategico dall’arrivo di Alexandre Bompard, e per la prima volta lo ha fatto restringendo, non allargando, la lista dei mercati core: Francia, Spagna, Brasile, punto. L’Italia era già stata ceduta a NewPrinces l’anno prima. La Romania è appena stata venduta per 823 milioni di euro a Paval Holding, il conglomerato romeno che controlla la catena di bricolage Dedeman e che con questa operazione entra per la prima volta nella grande distribuzione alimentare. Un miliardo di euro l’anno di tagli, investimenti concentrati sui tre mercati superstiti, utile operativo ricorrente al 3,5% come obiettivo 2030: è la logica della riconcentrazione applicata senza ambiguità, un gruppo che rinuncia esplicitamente a essere presente ovunque per essere più forte in meno posti.
Nello stesso periodo, in Francia, Auchan ha annunciato che 294 dei suoi supermercati — 261 di proprietà diretta, 33 già in franchising — passeranno entro fine 2026 sotto le insegne Intermarché o Netto. Non è una vendita: Auchan mantiene la proprietà degli immobili e il personale resta formalmente suo, ma smette di gestire direttamente l’attività commerciale, cedendola in franchising al gruppo Les Mousquetaires attraverso un accordo che dovrebbe evitare ulteriori esuberi dopo i 2.500 già annunciati l’anno precedente. Il reparto ipermercati, 117 punti vendita, resta fuori da questa operazione e continua sotto gestione diretta. Due comunicati, la stessa settimana di un anno di bilanci in rosso — Auchan ha chiuso il 2024 con 1,2 miliardi di perdita — ma due meccanismi radicalmente diversi: Carrefour vende la proprietà e incassa; Auchan tiene la proprietà e affitta il mestiere di venderla a qualcun altro.
È proprio questa distinzione, tra chi lascia un paese e chi lascia un formato restando nello stesso paese, che la lettura giornalistica corrente tende a comprimere in un’unica narrazione di “ritiro della GDO dall’Europa”. Sono due fenomeni diversi, spesso simultanei nello stesso gruppo, e capirli separatamente cambia la risposta alla domanda più interessante: chi eredita cosa, e perché proprio loro.
Quando un gruppo lascia un paese, a raccoglierne l’eredità è quasi sempre capitale industriale domestico che non veniva dal retail. NewPrinces, che ha rilevato Carrefour Italia rinominandola GS S.p.A. dal 1° agosto 2026, nasce dall’industria alimentare di Angelo Mastrolia, non dalla distribuzione. Paval Holding, che ora acquisisce Carrefour Romania, è un gruppo edile e di bricolage che con questa mossa fa il suo primo ingresso nel food retail, e lo fa esplicitamente per crescere fuori dai confini romeni — la stessa logica di espansione via acquisizione a scala che sta guidando anche i pretendenti al pacchetto ceco-slovacco di Tesco, dove però il quadro è diverso: lì i tre nomi in corsa — Schwarz Group, Ahold Delhaize, Biedronka — sono tutti già operatori paneuropei con infrastruttura locale pregressa, non capitale industriale che entra per la prima volta nel settore. Il paese lasciato da chi si ritira, insomma, non torna quasi mai vuoto: viene rilevato o da un player continentale che consolida la propria presenza regionale, o da capitale domestico che si diversifica nel retail alimentare proprio mentre un gruppo estero se ne va — una forma di re-internalizzazione della proprietà che accompagna, quasi sistematicamente, l’uscita degli operatori paneuropei dai mercati periferici.
Quando invece un gruppo lascia un formato restando nello stesso paese, il meccanismo che emerge è diverso e più prevedibile: chi eredita è quasi sempre un concorrente federativo con un modello di adesione già collaudato — un gruppo capace di assorbire negozi uno per uno, insegna per insegna, senza dover integrare un’intera country organization. Les Mousquetaires, che nel 2024-2025 aveva già assorbito una parte dei negozi Casino lasciati orfani dal crac del gruppo di Jean-Charles Naouri, ripete ora lo stesso schema con Auchan: assorbe quello che un concorrente in difficoltà lascia sul terreno, punto vendita per punto vendita, attraverso la stessa formula di adesione — franchising, insegna Intermarché per i supermercati più grandi, Netto per il discount — che ha già usato con successo altrove. Ed è qui che il 2024 e il 2026 si toccano in un modo che la cronaca ha in gran parte lasciato passare inosservato: quando Casino si è disgregato, Auchan fu tra i tre acquirenti che si spartirono i suoi negozi, insieme a Intermarché e Carrefour, rilevando allora 98 punti vendita alimentari con l’autorizzazione dell’Autorité de la concurrence francese. Diciotto mesi dopo, lo stesso Auchan cede oltre duecento dei propri supermercati esattamente al concorrente con cui aveva condiviso quella spartizione — Les Mousquetaires — attraverso lo stesso meccanismo di assorbimento federativo che aveva contribuito a innescare sul cadavere di Casino. Il compratore di ieri diventa il venditore di oggi, verso lo stesso acquirente.
Vale la pena notare che nessuno di questi tre compratori paneuropei in corsa per Cechia e Slovacchia arriva senza una storia pregressa di ritiro. Ahold, che oggi punta a rilevare i negozi Tesco in Repubblica Ceca e Slovacchia, aveva già venduto i propri ipermercati polacchi vent’anni fa, uscendo da quel mercato dopo un tentativo di espansione fallito e restringendo la propria presenza centro-europea al solo marchio Albert in Repubblica Ceca. Il gruppo che oggi torna ad allargarsi nella regione è lo stesso che, una generazione fa, ne aveva già tratto la lezione opposta. La riconcentrazione, vista su un arco temporale più lungo, non è mai un movimento a senso unico: è più spesso un respiro — espansione, ritiro, nuova espansione su un perimetro diverso — di cui ogni singolo annuncio coglie solo un fotogramma.
C’è un terzo filo, meno visibile perché non comporta un cambio di chi gestisce il negozio, che riguarda solo l’immobiliare: a gennaio 2026 Auchan Polska ha ceduto in sale-and-leaseback otto grandi centri commerciali al fondo ungherese Adventum, restando inquilino per i prossimi quindici anni con opzione di rinnovo. Non è un ritiro dal mercato polacco — Auchan continua a operare quei punti vendita esattamente come prima — ma è la stessa logica di estrazione di capitale dal mattone che ho già raccontato per Carrefour e Decathlon in Francia, applicata qui a un gruppo che contemporaneamente lascia formati (le supermercati francesi) e libera capitale dall’immobiliare (gli ipermercati polacchi) senza mai davvero abbandonare un paese. Tre mosse diverse dello stesso gruppo, nella stessa finestra di dodici mesi, che rispondono a tre logiche distinte: vendere la proprietà e uscire (Carrefour in Italia e Romania), tenere la proprietà e affittare la gestione (Auchan in Francia), vendere l’immobile e restare inquilino-gestore (Auchan in Polonia).
La domanda che la stampa di settore continua a porre — “chi si ritira dall’Europa” — presuppone che esista un’unica direzione di marcia. I dati raccontano piuttosto tre eredità diverse a seconda di cosa viene ceduto: un paese va quasi sempre a capitale domestico che non veniva dal retail o a un concorrente paneuropeo che vi era già presente; un formato va quasi sempre a un rivale federativo capace di assorbirlo insegna per insegna; un immobile va a un fondo che non ha alcuna intenzione di gestire un supermercato. Nessuna di queste tre eredità assomiglia a un vuoto lasciato dal mercato: sono trasferimenti precisi, verso compratori che sapevano esattamente cosa acquistare e perché. La domanda aperta, allora, non è se la GDO europea si stia ritirando, ma se questa tripla segmentazione — proprietà, gestione, immobiliare — venduta separatamente a compratori diversi sia il segno di un settore che ha imparato a spacchettare il rischio con precisione chirurgica, o solo il sintomo di quanto sia diventato difficile, per un unico gruppo, tenere insieme tutte e tre le cose contemporaneamente.



