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C’è voluto il congresso della Uiltucs (uno dei tre sindacati confederali di categoria) per riuscire a mettere intorno ad un tavolo insieme le principali associazioni datoriali (Confcommercio, Federdistribuzione, Confesercenti, Coop) ad ascoltare quella che sarà, di fatto,  la prossima piattaforma rivendicativa sindacale del CCNL in scadenza nel 2027. Sintetizzata, parafrasando un vecchio slogan sessantottino: più soldi e meno lavoro (precario). Intorno la classica liturgia congressuale fatta di umanità varia, partecipazione, entusiasmo. Numeri da record in termini di presenze, 1250 delegati e 105 ospiti. L’evento, intitolato “Vite che contano”, si tiene presso il Centro Congressi Lingotto. Un bel titolo. In un mondo di numeri, tutti in corsa sulla ruota come i criceti, qualcuno  che ogni tanto ricorda che ci sono “anche” le persone oltre al lavoro che fanno, è comunque di buon auspicio. Sullo sfondo la pesante situazione geopolitica, le preoccupazioni di chi fa impresa, le ricadute su salari e consumi e il ruolo delle parti sociali e del Governo. Comunque la si pensi un congresso sindacale è il punto di arrivo di una grande prova di partecipazione e di democrazia. Centinaia di assemblee congressuali  nelle aziende dove  sono stati coinvolti gli iscritti che consentono  di misurare la temperatura sociale. Almeno da una parte della barricata.

La relazione di Paolo Andreani, segretario generale della Uiltucs, al di là della retorica inevitabile in queste situazioni ha lanciato alcune provocazioni interessanti. La prima è un ritorno ai toni salarialisti ante 1993, anno dal quale intere generazioni di sindacalisti sono state formate alla “moderazione salariale”. “Alzare il potere di acquisto, non difenderlo” è la nuova parola d’ordine. La ripresa dell’inflazione ha colto tutti impreparati, sindacati compresi,  e con una strumentazione inefficace. Populismo, realismo, demagogia da congresso? Ciascuno può leggervi quello che gli pare. La novità è che la richiesta costituisce  una novità assoluta. “Adeguare i salari reali all’inflazione dell’anno precedente e distribuire una quota della produttività già generata non alimenta spirali inflattive al contrario sostiene la domanda interna migliora la redditività dell’imprese e produce effetti positivi sui bilanci pubblici. Per troppi anni i profitti non sono stati ridistribuiti e troppo produttività è stata ottenuta tagliando sia posti di lavoro che ore lavorate. Ora il terziario deve cambiare strada. Se il governo non riequilibra il rapporto tra capitale lavoro lo faremo noi al tavolo con le imprese. Vogliamo automatismi annuali per compensare gli scompensi e gli scostamenti dell’inflazione reale”. E ha aggiunto: “chiederemo anche l’aumento delle ore minime del part-time le maggiorazioni più robuste per lavoro domenicale, festivo, notturno e disagiato.

Il cosiddetto  25-50-100. Una proposta, secondo la Uiltucs  destinata a contrastare il lavoro povero, incentrata  su 3 richieste contrattuali: l’incremento del part time minimo a 25 ore (vedi accordo Lidl), la paga oraria incrementata la domenica del 50%, e nei festivi del 100%. La Uiltucs chiede, inoltre, per contrastare la pirateria contrattuale, che rende più povere le lavoratrici e i lavoratori, l’obbligo per le aziende di dichiarare il contratto applicato e una battaglia comune con le associazioni datoriali firmatarie dei CCNL principali.

La tavola rotonda, al di là dei normali convenevoli tra i partecipanti, ha consentito di comprendere il campo da gioco, la consistenza politica delle associazioni, le rispettive gelosie organizzative e infine la probabile durata (ben diversa dalle reciproche aspettative dichiarate) della partita.  L’impressione è che buona parte dei partecipanti   non abbia compreso la posta in gioco. Non tanto per l’evocazione di possibili riequilibri dei  rapporti di forza che non ci sono  più se non nell’immaginario dei sindacalisti meno giovani, quanto perché i tre temi evocati da Paolo Andreani: precarietà, bassi salari e dumping contrattuale disegnano più di mille parole e convegni il profilo futuro di un comparto che complessivamente raccoglie più di tre milioni di lavoratori e che rischia,  se non fa nulla,  di essere assunto come simbolo di una deriva economica e sociale dell’intero Paese. Corretto, a questo proposito, nell’intervento di saluto del Segretario Generale della Fisascat Cisl Vincenzo Dell’Orefice, il richiamo al lavoro non solo e non tanto in termini individuali, importante ma non sufficiente, ma il valore che assume la sua dimensione  collettiva che è poi quella che costituisce la ragion d’essere dell’iniziativa sindacale.

Per queste ragioni se non si capisce l’eccezionalità del contesto, del momento storico, la responsabilità  e lo sforzo a cui sono chiamati tutti coloro che da una parte e dall’altra rappresentano imprese e lavoro il risultato è già scritto: un inutile maratona oratoria che produce una serie di fotocopie del CCNL principale dopo lunghi mesi di  inutile contrapposizione. Per questo sarebbe necessario, proprio partendo dai contenuti delle proposte sindacali e delle esigenze delle imprese,  approfondire e valutare come inserirle e renderle compatibili con  il futuro prossimo dei comparti coinvolti, affrontando insieme priorità, richieste comuni da fare al Governo, e, sempre insieme, ridisegnare contenuti, ruoli, compiti e funzioni dei vari livelli della contrattazione.

Quattro contratti nazionali sostanzialmente identici sono un lusso che imprese e lavoratori non possono più permettersi. Non esiste solo la cosiddetta contrattazione pirata che crea dumping tra le imprese. Esiste un dumping potenziale creato dalla paralisi negoziale e associativa che la competitività tra imprese (notoriamente finalizzata a spendere il meno possibile a questo livello) consente a queste ultime di adottare il CCNL che, alla fine della corsa, si rivelerà più conveniente.  Ed questo renderà inutile qualsiasi distintività. Se non si capisce questo si condanna lo strumento CCNL all’obsolescenza definitiva. Andreani un po’ per convinzione personale un po’ per esigenze di platea ha escluso qualsiasi ipotesi di scambio. In realtà c’è molto da scambiare. Termine che ormai ha assunto una dimensione negativa  determinata dalla logica  “restitutiva” che l’ha caratterizzato ma che al contrario può avere ben altro spessore se le parti osservassero la realtà del mondo del lavoro oggi. “Caro carrello” e “lavoro povero” sono due semplificazioni che celano una realtà molto complessa che merita di essere approfondita. Dietro ci sono, da una parte, responsabilità e costi da redistribuire nella filiera. E dall’altra modelli organizzativi che possono essere corretti ma non superati. Che festività o lavoro domenicale possono  essere pagati meglio e strutturati in modo meno gravoso per i lavoratori, ma non possono essere aboliti. 

C’è un inquadramento da ricalibrare alla luce delle professionalità presenti oggi e non quelle di ieri. E c’è, infine,  il tema del secondo livello della contrattazione che, a mio parere, se l’obiettivo, è mettere lavoratori e imprese che competono nello stesso mercato, sullo stesso piano  personalmente vedo meglio più a livello territoriale e settoriale che aziendale. Insomma c’è tanto da mettere in fila se c’è la volontà di costruire insieme il nuovo CCNL. Soprattutto se si vuole raggiungere un risultato in linea con la scadenza prevista.

 

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