Sono le undici di sera. Il supermercato è chiuso da tre ore, il fruttivendolo da sei. Ma il minimarket all’angolo è aperto, illuminato, rifornito. Dietro il banco c’è un bangladese o un egiziano o un marocchino che lavora turni che nessun contratto collettivo della grande distribuzione prevede. Questa scena si ripete in ogni grande città italiana, in quartieri diversi, con nazionalità diverse, da almeno vent’anni. Ma solo di recente ha cominciato a produrre numeri abbastanza grandi da non poter essere ignorati.
A fine giugno 2025 si contano in Italia 678.000 imprese guidate da cittadini stranieri, con un incremento dell’1,7% rispetto allo stesso periodo del 2024 — crescita costante mentre le imprese italiane nello stesso comparto diminuiscono. Il commercio è il settore di gran lunga più rappresentativo: oltre 261.000 aziende. E dentro il commercio, la specializzazione nel food è marcata: il 68% degli imprenditori stranieri nel dettaglio alimentare gestisce un negozio di frutta e verdura o di carni e prodotti simili. I cittadini marocchini detengono il primato nel commercio alimentare; i bengalesi dominano il segmento dei minimarket nelle grandi città; gli egiziani presidiano le frutterie, soprattutto a Roma e al Sud.
I dati romani sono i più documentati. I minimarket gestiti da cittadini bengalesi nella capitale sono passati da 871 nel 2019 a 1.092 nel 2021, con una crescita che non si è arrestata. Le frutterie gestite da egiziani erano 874 nel 2016 e continuano a espandersi. Complessivamente, oltre 2.500 drogherie e fruttivendoli extracomunitari presidiano la capitale. Circa il 26,9% delle 172.000 imprese romane è oggi guidato da cittadini stranieri. Non è un fenomeno localizzato: a Milano, Bologna, Torino, Napoli la dinamica è analoga, con sfumature geografiche legate alle comunità prevalenti in ciascuna città.
La domanda che vale la pena fare non è “perché aprono” — la risposta è ovvia: c’è domanda, i margini sono accettabili, i costi di ingresso sono bassi. La domanda più interessante è su chi hanno sostituito e su quali vantaggi competitivi strutturali rendono questo modello sostenibile dove il commercio tradizionale non regge.
Il vantaggio più visibile è l’orario. Il minimarket etnico non compete con il supermercato sul formato o sulla superficie: compete sul fatto che è aperto alle ventitré, che il sabato non chiude, che durante le feste nazionali non abbassa la saracinesca. Nessun format organizzato della grande distribuzione può replicare questi orari a costi strutturali sostenibili. Il contratto collettivo della GDO prevede maggiorazioni per il lavoro notturno e festivo che rendono economicamente insostenibile ciò che per un’impresa familiare a gestione diretta è semplicemente la norma. È una differenza strutturale, non una distorsione temporanea.
Il secondo vantaggio è il prezzo. L’ortofrutta esposta fuori dai minimarket etnici costa sistematicamente meno di quella dello stesso supermercato di prossimità. Le ragioni sono molteplici: filiere di approvvigionamento dirette — spesso basate su reti comunitarie che bypassano i grossisti tradizionali — costo del lavoro compresso, struttura patrimoniale leggera, affitti nei quartieri periferici inferiori. Non sempre le regole sono rispettate: gli operatori italiani del settore segnalano da anni la difficoltà di competere con chi non emette scontrini, non dichiara l’origine della merce, acquista in contanti senza tracciabilità. Confesercenti ha parlato esplicitamente di “danno sociale” e di “concorrenza sleale”. Ma la risposta istituzionale è rimasta frammentata: controlli sporadici, norme difficili da applicare capillarmente, e una sostanziale assenza di politiche coordinate.
C’è però un terzo elemento che spesso sfugge all’analisi: l’assortimento. Il minimarket etnico non vende solo ortofrutta generica a basso prezzo. Vende prodotti che la GDO non ha mai inserito a scaffale, o li ha inseriti solo recentemente e in quantità limitate. La menta fresca, le spezie nordafricane, le verdure per le cucine asiatiche, i tagli di carne halal, i legumi secchi di varietà specifiche. Una domanda che è cresciuta non solo con le comunità immigrate, ma anche con il consumatore italiano curioso, giovane, urbano.
Il Rapporto Coop 2024 fotografa questa trasformazione con precisione: il 30% degli italiani apprezza il cibo etnico tra le “nuove identità” alimentari. Scorporando per fasce di età, la differenza diventa nettissima: tra gli over 55 il cibo etnico è scelto dal 19%, tra gli under 35 arriva al 38%. Non è più solo un mercato di servizio alle comunità immigrate: è diventato un mercato di tendenza che intercetta un consumatore italiano in transizione alimentare. La GDO lo ha capito e ha risposto con corsie etniche, referenze halal, prodotti esotici. Ma arriva da inseguitrice, non da leader.
La risposta della grande distribuzione a questo fenomeno è stata a due velocità. Sul fronte della convenienza notturna, alcune catene hanno sperimentato il format h24, ma con risultati discontinui: i costi fissi sono troppo alti per i volumi reali dei turni notturni. Sul fronte dell’assortimento, le insegne più avanzate hanno inserito linee etniche, ma senza la profondità e l’autenticità che il consumatore immigrato richiede. Sul fronte del prezzo, i discount hanno eroso la base ma non hanno la capillarità urbana del minimarket etnico.
Il risultato è che i due modelli coesistono senza veramente convergere. Il minimarket etnico non sta sostituendo il supermercato: sta servendo un bisogno diverso, in momenti diversi, con prodotti diversi. L’sovrapposizione è parziale e la competizione è reale soprattutto nel segmento del convenience di prossimità — dove il supermercato di vicinato e il minimarket etnico si contendono lo stesso cliente che vuole comprare tre cose sulla strada di casa alle sette di sera. Lì il vantaggio dell’orario e del prezzo del minimarket etnico è difficilmente colmabile con gli strumenti che la GDO ha oggi a disposizione.
A Torino, nel mercato di Porta Palazzo, la trasformazione è già avvenuta e è visibile. Nella parte aperta dedicata a frutta e verdura all’aria aperta, la presenza di lavoratori e imprenditori originari del Nord Africa — in particolare Marocco, Tunisia, Egitto — è molto alta. Sui banchi compaiono prodotti che vent’anni fa non c’erano: la menta marocchina per il tè, i peperoncini tunisini per il cous cous, le varietà di peperoni per le preparazioni nordafricane. Una quarta gamma etnica che non è mai passata per nessun ufficio marketing della grande distribuzione, ma che risponde a una domanda reale e crescente.
Il mercato rionale tradizionale è nel frattempo in crollo verticale. I dati CSO Italy del primo trimestre 2026 documentano una caduta del 21% in volume dei mercati ambulanti e rionali rispetto allo stesso periodo 2025, con una contrazione del 48% rispetto al 2022. La GDO avanza, il confezionato raggiunge il record storico del 45% dei volumi di ortofrutta. Il minimarket etnico cresce. Il bancone del fruttivendolo italiano nei mercati si svuota. Non è una crisi del consumo di ortofrutta: è una redistribuzione dei canali che premia chi è più vicino al consumatore, più flessibile negli orari, più competitivo nel prezzo.
La domanda che resta aperta è quella della governance. Il commercio etnico di prossimità ha colmato un vuoto reale — ha servito quartieri abbandonati dalla grande distribuzione, ha offerto orari impossibili per il commercio strutturato, ha portato prodotti che il mercato tradizionale non aveva. Ma ha anche operato in una zona grigia normativa che la politica non ha mai avuto il coraggio di affrontare seriamente: né con controlli sistematici sulle irregolarità, né con strumenti di integrazione che permettessero a questi operatori di normalizzare la propria posizione competitiva. Il risultato è un mercato che funziona nonostante le regole, non grazie a esse. E che continuerà a crescere con o senza politiche dedicate, perché risponde a bisogni che il sistema ufficiale non ha ancora deciso di soddisfare.



