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Iniziamo da un punto fermo. La maggioranza delle imprese della GDO e del terziario in generale applica i CCNL in modo corretto. Restando nel mio settore prevalente  di interesse, questo vale per le aziende che adottano i due CCNL principali, quello firmato da Confcommercio e quello da Federdistribuzione, ma anche per quello firmato da Confesercenti e, infine dalla Cooperazione. A parte quest’ultimo che ha il suo specifico perimetro applicativo, le aziende, pur potendo scegliere quale CCNL applicare, sono corrette e coerenti nel riconoscere sostanzialmente quanto previsto. Purtroppo, essendo uno strumento, usurato dal tempo, andrebbe rivisitato in profondità con più coraggio, attualizzandolo, partendo dalla salvaguardia dell’importante welfare che ne discende e dal ruolo di autorità salariale delle parti firmatarie che lo siglano.

È però ritenuto un confine insuperabile che aziende e sindacati rispettano sostanzialmente nel reciproco interesse. Qualcuno però ha voluto andare oltre. Ed è superando questa soglia  che la situazione diventa intollerabile per tutti. Per i lavoratori, per i sindacati e per le aziende stesse. Ottima quindi la fotografia presentata da Confcommercio che viene subito dopo l’incontro con i vertici di CGIL, CISL e UIL.  È quindi ora di affrontare, insieme ai sindacati di categoria, sia il tema della rappresentatività complessiva, dell’importante  welfare già condiviso, ad esempio,  con Federdistribuzione e affrontare per tempo, insieme,  i temi che dovranno caratterizzare in futuro il CCNL e quindi fare chiarezza sulla presenza dei “contratti pirata” nel settore del terziario, e su ciò che occorrerebbe fare per impedire che si diffondano.

Lo stesso sindacato rilancia. “Confcommercio affronta nel migliore dei modi il tema della pirateria contrattuale” sottolinea  Paolo Andreani, segretario generale Uiltucs, commentando la presentazione dell’indagine da Bari per un’iniziativa del suo sindacato sullo stesso tema. “È inaccettabile – ha sottolineato Andreani – che mentre le imprese corrette cercano di resistere in un mercato difficile, vengano legittimati contratti che sottraggono diritti. Contratti sottoscritti da sindacati grigi che alimentano il lavoro povero, con basse retribuzioni e povertà previdenziale a scandire un presente e un futuro inaccettabili”. La Fisascat CISL ribadisce che “solo la contrattazione collettiva siglata dalle organizzazioni comparativamente maggiormente  rappresentative può garantire dignità e tutele normative, salariali e previdenziali alle lavoratrici e ai lavoratori del commercio, del turismo e dei servizi”. Le aziende che ricorrono a questi contratti lo fanno per scaricare sulle spalle del singolo lavoratore parte del rischio di impresa.  Contano sull’ignoranza del singolo, sul suo bisogno di lavorare. E, già oggi,  molti che potrebbero intervenire, per contenere il fenomeno, si girano dall’altra parte. Ne  avevo già scritto a gennaio (leggi qui).

Dall’indagine emerge che ci sono oltre 200 accordi sottoscritti da sigle minori che tagliano salari e tutele. Rispetto al contratto Confcommercio, un dipendente può arrivare a perdere oltre 12.000 euro lordi l’anno. Inoltre, indennità e welfare integrativo sono quasi inesistenti, gli orari sono più lunghi e meno regolamentati, e le coperture per malattia o infortunio si fermano al 20-25% contro il 100% garantito dai contratti di maggior peso e, già oggi, coinvolgono circa 160mila dipendenti e 21mila aziende del terziario nel suo complesso. Tra i più diffusi figurano quelli ANPIT (con oltre 90mila lavoratori coinvolti) e il contratto CNAI. Un fenomeno che si concentra soprattutto tra microimprese e cooperative e che trova terreno fertile nel Mezzogiorno, nelle aree più fragili dal punto di vista economico.

La logica dei contratti pirata è chiara: tagliare i costi riducendo i diritti. Il confronto con Germania e Francia è drammatico. A Berlino vige la “Tarifautonomie”, con criteri stringenti di rappresentatività e meccanismi di estensione erga omnes dei contratti, che impediscono il ribasso competitivo. A Parigi il sistema è ancora più centralizzato: solo i contratti firmati da organizzazioni che rappresentano almeno il 50% dei lavoratori hanno validità, sotto il controllo del ministero, e possono essere estesi a tutto il settore tramite decreto. In Italia, invece, manca una regola per misurare la rappresentatività e un meccanismo che renda i contratti validi per tutti.

Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha sottolineato che “come Confcommercio teniamo al benessere e alla qualità del lavoro e della vita dei lavoratori delle nostre imprese, perché questi sono il nostro vero patrimonio di competenze e professionalità e una risorsa fondamentale per innovazione e produttività nel terziario di mercato. Per questo siamo costantemente impegnati a garantire regole eque, tutele solide e prospettive di crescita per chi ogni giorno contribuisce allo sviluppo dei nostri settori. Da sempre, infatti, sottoscriviamo contratti innovativi e moderni che anticipano le esigenze dei lavoratori coniugandole con quelle delle imprese”.  C’è, dunque, bisogno di rafforzare la collaborazione con i sindacati, ma soprattutto di una maggiore attenzione da parte del Governo a cui chiediamo un impegno concreto per impedire l’applicazione di contratti sottocosto”.

Il Segretario Generale di Confcommercio, Marco Barbieri ha rilanciato “Il Ccnl che noi sottoscriviamo e altri contratti come quello del turismo sono contratti che riguardano cinque milioni di lavoratori. Contratti che hanno sviluppato tematiche importanti sulla bilateralità e del quale beneficiano imprese e lavoratori”. Secondo Barbieri, “mettere in difficoltà una contrattazione collettiva come questa significa mettere in difficoltà il Paese e la sua colonna portante che sono le piccole e medie imprese e più in generale si penalizzano i consumatori che non riescono a rilanciare la domanda”. Per Confcommercio il problema non può più essere rinviato. L’associazione indica alcune priorità:

  • Rafforzare il criterio del contratto più protettivo, superando la logica della soglia minima, soprattutto nel nuovo Codice degli Appalti.
  • Introdurre un sistema di misurazione della rappresentatività di sindacati e associazioni datoriali, certificato da enti terzi come CNEL e INPS.
  • Delimitare i perimetri contrattuali attraverso un dialogo strutturato, legando il CCNL al codice Ateco dell’impresa.
  • Potenziare la vigilanza con un “indice di qualità contrattuale” e strumenti comparativi per supportare gli ispettori del lavoro.
  • Rendere obbligatoria l’indicazione del codice unico alfanumerico del CCNL in tutti i contratti individuali e nelle banche dati pubbliche, per garantire tracciabilità.
  • Rafforzare la bilateralità come certificazione di qualità, valorizzando gli enti che offrono welfare contrattuale aggiuntivo.

Nell’ultima parte della conferenza stampa, il direttore dell’Ufficio Studi, Mariano Bella, ha presentato un’indagine sulle Differenze monetarie e non monetarie tra il CCNL Confcommercio e i contratti meno tutelanti. Nel commercio e nei servizi i contratti-pirata, «costano» ben 1,3 miliardi di euro ai lavoratori in termini di minori stipendi percepiti ed al tempo stesso privano lo Stato di oltre mezzo miliardo di euro di entrate, tra tasse e contributi. 

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