Se non fosse che i cosiddetti nimby (non nel mio cortile) sono presenti ovunque vorrebbe da pensare che ce l’hanno con Conad. Ha da poco aperto, a Genova, in corso Aurelio Saffi 70, il nuovo Conad di Carignano: mille metri quadrati di vendita al piano superiore, un pet store al piano terra, centotrenta posti auto, un parco che passerà al Comune e, sotto vetro, i resti delle fortificazioni militari emersi durante gli scavi. È il trasferimento del negozio di via Corsica e arriva accompagnato da una petizione con 1.900 firme dal titolo spietato: «Era vista mare ora vista muro».
In queste stesse settimane, a Parma, si scopre che un prato di due ettari in zona Parma Mia sta per cedere il posto a un altro supermercato con la stessa insegna, con i lavori già avviati. E a Reggio Emilia (forse) si avvia alla conclusione, lasciando ferite aperte, la vicenda di Bosco Ospizio. Tre città, tre cantieri, un solo marchio, ma non una sola cooperativa: a Reggio Emilia e a Parma c’è Conad Centro Nord, a Genova, Conad Nord Ovest.
Conviene partire da Reggio, perché è lì che la storia ha preso la forma più nitida. L’area di via Emilia Ospizio misura circa quattro ettari e mezzo e ospitava un ospizio comunale poi demolito; negli anni vi era cresciuto una vegetazione spontanea, con 322 alberi. Conad Centro Nord, una delle cooperative del sistema, aveva acquistato il terreno nel 2015, ma le previsioni urbanistiche risalgono al 2006, ai tempi dell’amministrazione Delrio. I permessi di costruire sono arrivati nel febbraio 2026. Il progetto prevede un supermercato da 2.500 metri quadrati, un edificio con servizi di quartiere, una Casa della Salute, un parco pubblico di 23.000 metri quadrati e l’abbattimento di 98 alberi, a fronte di oltre 1.500 nuove piantumazioni.
Il 30 settembre le ruspe sono entrate, dopo lo sgombero del presidio permanente nato ad agosto e contrastato dalla maggioranza abitanti della zona che sono favorevoli all’investimento. Secondo quanto riportato, il 9 ottobre il Consiglio di Stato ha fermato l’abbattimento di nuovi alberi, che per altro Conad non aveva alcuna intenzione di tagliare, rinviando la questione al TAR.
Dal punto di vista di Conad, la vicenda ha una sua coerenza, ed è giusto riconoscerlo. Il progetto era conforme agli strumenti urbanistici, i titoli sono stati rilasciati, il Comune stesso, per bocca del sindaco Massari, ha ammesso che un sindaco non può cancellare lavori già autorizzati. L’azienda ha messo in campo perizie, un sito informativo, un pacchetto di servizi da donare alla città: la biblioteca, il polo sociale. In termini di legittimità, non si ravvisa nulla fuori posto. È pure il quartiere attende l’investimento.
A Parma la scena si ripete addirittura in anticipo. Enrico Ottolini, consigliere comunale di Europa Verde, ricorda che i terreni di Parma Mia furono coltivati fino a una ventina di anni fa, poi interessati da un intervento edilizio avviato nel 2007 e lasciati alla successione ecologica: oggi sono un grande prato con un giovane bosco di oltre tremila metri quadrati. Il punto, dice, è che questo è il primo intervento del genere dopo la protesta di Bosco Ospizio. Evidentemente ci hanno presto gusto. Secondo il consigliere comunale di Europa Verde “Come a Bosco Ospizio, anche il prato di Parma Mia verrà cancellato”. “Un prato, aggiunge, è un ecosistema che non vale meno di un bosco: mitiga le isole di calore, regola le acque, accoglie biodiversità, stocca carbonio”. Quindi un bosco che è tale per un gruppo di esagitati fa da detonatore ad un prato che era coltivato vent’anni fa.
A Genova, infine, la questione non è il verde ma lo sguardo. Le cronache dell’apertura parlano qui di Conad Nord Ovest, ma la sostanza non cambia. Italia Nostra e Circolo Nuova Ecologia parlano di un patrimonio paesaggistico umiliato e di reperti storici affogati nel cemento, chiedono che l’apertura sia subordinata al collaudo di tutti i lotti e al via libera sulla sicurezza delle aree a uso pubblico, e ricordano che il progetto viene dalla giunta precedente. Il negozio, dal canto suo, è stato rallentato proprio dai ritrovamenti archeologici, che hanno imposto modifiche al disegno, e propone un parco da cedere al Comune. Non c’è un cattivo, in questa storia: c’è un procedimento lunghissimo, in cui ogni passaggio è regolare, e un quartiere che si accorge dell’esito solo quando il muro è in piedi.
Se si mettono in fila le tre vicende, il dato che emerge non è l’arroganza di un’azienda. A mio parere è la pazienza. È un problema di tempi. A Reggio passano undici anni dall’acquisto del terreno e vent’anni dalla previsione urbanistica; a Parma, diciannove dall’intervento edilizio del 2007; a Genova, un progetto che attraversa due amministrazioni. Per l’insegna, il tempo della pratica è lunghissimo e sostenibile: la pazienza, lì, la si ha eccome. È nell’ultimo tratto, quando la comunità scopre e reagisce, che il tempo si contrae: le ruspe che entrano mentre il ricorso è atteso, un’inaugurazione che i residenti vorrebbero subordinata ai collaudi.
L’inversione strutturale sta tutta qui: Conad ha pazienza con gli uffici, superati i quali accelera tutto ciò che può lasciando gli oppositori in favore di telecamere che propinano le loro tesi unilaterali. Nessuno li ascolterebbe se non ci fosse di mezzo Conad o un’altra insegna nota. Fortunatamente, checché ne pensano i più esagitati, il danno reputazionale è minimo. Passato il momento caldo tutto ritorna al via. Il famoso “boicottaggio” più volte evocato è estraneo alla nostra cultura. Lanciato sui social si sgonfia in pochi giorni.
In Italia, le grandi conquiste sociali e sindacali del Novecento si sono strutturate attorno allo sciopero, alle manifestazioni di piazza e a i corpi intermedi. Il boicottaggio, agisce sul piano dei consumi individuali. La reazione istintiva dell’opinione pubblica democratica di fronte a logiche di esclusione è di disinteresse è spesso di rigetto.
C’è poi una questione che da anni attraversa la mia lettura del sistema Conad e che qui torna a farsi sentire: la natura federativa. Il marchio è nazionale, ma ogni decisione di insediamento è presa da una cooperativa locale, autonoma e con propri bilanci, come Conad Centro Nord a Reggio. Il fatto stesso che a Parma e a Genova il cittadino, e persino il cronista, fatichi a capire quale cooperativa stia decidendo è già un indizio: la comunità si trova di fronte a un’insegna, non a un interlocutore. Il claim è un impegno di insegna; il cantiere è una scelta di territorio. Mischiare i due piani, storpiare claim o incalzare l’azienda su presunte incoerenze denunciate da minoranze rumorose lascia il tempo che trova.
Un claim esprime un’inclinazione generale non può correre appresso a sortite estemporanee di minoranze se non per farsi carico di una dose supplementare di ascolto e di risposte compatibili con l’investimento. Altrimenti sarebbe inchiodata all’immobilismo più deleterio per un’impresa. È questo vale per chiunque in qualsiasi regione dove ci sono autorità proposte alle autorizzazioni.
«Pazienza con le persone» credo sia il claim messo in pratica dal sistema in questi casi perché obbliga a un indicatore concreto, il tempo dedicato ad ascoltare, e lo colloca nel punto in cui oggi il sistema è più fragile: tra il permesso e la ruspa. Cosa che Conad ha fatto pur sapendo che gli interlocutori non cercavano alcuna mediazione e pur sapendo che il costo della lentezza lo paga l’insegna e il quartiere. E nemmeno i contrari.
In italiano «pazienza» è anche l’esclamazione di chi si rassegna: detta da un’insegna a chi protesta, può suonare come un invito a mettersi l’anima in pace. Un periodo di ascolto può diventare una formalità, un modo di guadagnare tempo mentre il progetto resta uguale a se stesso. Così però non è stato. E c’è un’obiezione più seria: c’è chi, a Reggio, ha atteso per anni il supermercato e la Casa della Salute, e il circolo del Villaggio Sergio Stranieri ha consegnato al sindaco oltre quattrocento firme per definire l’avvio dei lavori «un traguardo atteso da anni». Anche questa è una comunità, e anche questa ha diritto alla pazienza. Il cosiddetto bosco, in questa storia, non era l’unico interesse in gioco.



