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A pochi mesi dall’apertura della stagione contrattuale che nel 2027 porterà al rinnovo del CCNL del terziario distributivo e dei servizi, le due principali fonti di analisi sul lavoro nel settore — lo studio Filcams Cgil sul lavoro povero e la ricerca Federdistribuzione-PwC presentata a Roma il 16 giugno — sembrano prodotte per pubblici diversi, con metodologie diverse, e soprattutto per arrivare a conclusioni che non si incrociano mai. Il problema non è che dicano cose false. È che parlano di cose diverse fingendo di parlare della stessa.

Lo studio della Filcams Cgil analizza circa 6,3 milioni di lavoratori del terziario — commercio, turismo, servizi — e misura la quota di dipendenti la cui retribuzione annua è pari o inferiore al 60% della mediana nazionale. La soglia è 13.950 euro per chi ha lavorato almeno una settimana, 14.800 euro per chi ne ha lavorate almeno dodici. Su questa base, quasi un lavoratore su due nel terziario è un working poor: il 47,51% considerando chi ha almeno una settimana lavorata, il 41,71% restringendo al campione più stabile. Nel turismo il dato è devastante: il 71,22% dei dipendenti con almeno una settimana lavorata guadagna meno di 14.800 euro annui, e tra le donne si sale al 75,32%. Nel Sud e nelle Isole si raggiunge l’81,14%.

Federdistribuzione propone un’analisi  di un campione dei circa 450.000 lavoratori delle grandi insegne della distribuzione moderna organizzata — e misura altro: l’86,3% dei contratti è a tempo indeterminato, il tasso di occupazione femminile è al 62,1%, la quota di over 50 è salita al 30,2%. Nessun dato sui redditi assoluti. Nessuna misurazione della retribuzione effettiva annua. La ricerca è una fotografia della stabilità contrattuale, non del reddito disponibile.

La contraddizione apparente si dissolve appena si guarda da vicino il meccanismo che la genera. Il CCNL della Distribuzione Moderna Organizzata, rinnovato nell’aprile 2024 con scadenza al 31 marzo 2027, ha fissato a 20 ore settimanali il part-time minimo per le aziende con più di 30 dipendenti — soglia innalzata rispetto alle 18 precedenti, ma ancora lontana da un orario che garantisca un reddito annuo non povero. Un contratto a tempo indeterminato di  20 ore settimanali è, nei dati Federdistribuzione, lavoro stabile. Nei dati Filcams, è working poor. Entrambe le classificazioni sono corrette. Il part-time involontario — definito da Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams, come «una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante» — è esattamente il punto di sovrapposizione tra le due fotografie che nessuno vuole mettere a fuoco. Non perché sia invisibile, ma perché è conveniente tenerlo nell’ombra: conviene alle imprese, che vi leggono flessibilità organizzativa; conviene alle sigle sindacali, che vi leggono un terreno negoziale da preservare; conviene ai comunicatori di entrambe le parti, che costruiscono narrative incomparabili.

Il paradosso più acuto è economico, non sindacale. Le imprese della distribuzione moderna siedono al tavolo contrattuale difendendo un modello organizzativo basato sul part-time diffuso, e nello stesso tempo registrano una crescita dei volumi di vendita che in termini reali, al netto dell’inflazione, rimane stagnante. I dati NielsenIQ sul 2024 mostrano una crescita del fatturato GDO del +1,8% a valore — ma la spesa reale delle famiglie italiane è aumentata di appena lo 0,4%, con il 31% dei nuclei che ha dichiarato di aver ridotto quantità o qualità degli acquisti alimentari. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane ha perso il 7,2% in termini reali dal 2018 al 2024, una compressione che colpisce in modo sproporzionato le fasce di reddito basso — esattamente quelle in cui si concentrano i lavoratori del terziario classificati come poveri dalla Filcams. La compressione del costo del lavoro che le imprese leggono come efficienza si trasforma, sul lato della domanda, in una contrazione dei consumi che erode i fatturati. È il cane che si morde la coda: i dipendenti con reddito annuo sotto i 15.000 euro non riescono a sostenere una spesa normale, e una parte rilevante di quei dipendenti lavora nelle stesse insegne i cui manager si presentano al convegno di Palazzo Wedekind a parlare di transizione demografica e intelligenza artificiale. Buttare la palla in tribuna è sempre stato la scorciatoia  per non affrontare un problema. 

Il tema della produttività aggiunge un terzo livello di complessità che né la ricerca Filcams né quella Federdistribuzione affrontano. Secondo i dati Istat, nel 2024 la produttività del lavoro è calata dello 0,8% proprio nei settori del commercio, della logistica e delle attività ricettive — quelli ad alta concentrazione di part-time e lavoro intermittente, cresciuto del 6% nello stesso anno. Il nesso è strutturale: salari bassi riducono gli incentivi delle imprese a investire in tecnologia e innovazione, perché la manodopera a basso costo è conveniente nel breve termine. L’economista Claudia Fontanari ha documentato questo meccanismo su quattordici paesi europei nel periodo 1995-2018: quando i salari ristagnano a lungo, anche la produttività smette di crescere, perché vengono meno le ragioni per sostituire il lavoro a basso costo con processi più efficienti. Il risultato è un circolo vizioso che la GDO conosce bene in teoria ma fatica ad applicare a se stessa: bassa produttività genera salari bassi, salari bassi scoraggiano gli investimenti necessari per aumentare la produttività. Nel frattempo, Federdistribuzione presenta all’evento romano aziende associate che sperimentano «reverse mentoring» e «active ageing», interventi che sono rispettabilissimi ma che non toccano il meccanismo di fondo. 

Il rapporto ILO sui salari 2024-2025 mette l’Italia in una posizione scomoda: dal 2008 a oggi i salari reali hanno perso l’8,7% del potere d’acquisto, la performance peggiore tra tutti i paesi del G20. La produttività, osserva lo stesso rapporto, è cresciuta più dei salari reali — il che significa che lo spazio per retribuzioni più alte esiste, ma il sistema contrattuale non riesce a redistribuirlo. Il CCNL del commercio Confcommercio ha garantito al settore un aumento a regime di circa 240 euro al IV livello sull’arco 2024-2027, distribuiti in sei tranche. Un lavoratore del commercio che nel 2019 percepiva circa 22.000 euro lordi arriverà al 2025 a circa 24.700 euro — nove punti percentuali sotto l’inflazione cumulata del periodo. Il gap è reale, documentato, e noto a tutte le parti. Eppure, ci si arriva al tavolo del 2027 senza avere ancora risposto alla domanda più elementare: quante ore lavora chi è classificato come working poor, e qual è la sua retribuzione oraria effettiva? Se il problema è il numero di ore — cioè il part-time involontario — la leva contrattuale è diversa rispetto al caso in cui il problema sia la tariffa oraria. Le due cose non si escludono, ma hanno pesi e implicazioni diverse. Senza quella disaggregazione, il tavolo si apre con le parti che negoziano su proxy invece che sui dati rilevanti.

Il CCNL del terziario 2027 sarà il primo rinnovo rilevante dopo una stagione in cui l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori a basso reddito in misura sproporzionata, in cui la crescita reale dei consumi è rimasta vicina allo zero, e in cui la produttività del settore è andata nella direzione sbagliata. Arrivare a quel tavolo con due ricerche che si ignorano a vicenda, costruite per non doversi confrontare sulla stessa realtà, non è una debolezza negoziale casuale. È una scelta. La domanda è se qualcuno, prima dell’apertura formale della trattativa, avrà interesse a metterla in discussione.

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