Mi capita raramente di non essere d’accordo con Mariano Bella Direttore dell’ufficio studi di Confcommercio. Sul tema dei salari evidenziato dall’OCSE è successo. Ho scritto cosa non condivido dell’intervento fatto da Mariano con Paolo Refuto (leggi qui ) La replica non si è fatta attendere. Seria, puntuale, sopratutto finalizzata a tenere aperto il confronto sul tema. La ripropongo integralmente.
“L’ottimo pezzo di Mario Sassi merita qualche considerazione. Per scrupolo facciamo le «pulci» ad alcune affermazioni troppo sintetiche, ma il nostro intervento vuole avere un intento chiarificatore più generale, ispirato appunto dal famoso blogger e in parte scollegato dai contenuti del suo prezioso contributo”.
1. -8,6% e -3,5% non misurano la stessa cosa
Il Rapporto annuale Istat 2026 presenta nella stessa figura due indicatori distinti. Nel pannello dedicato alle retribuzioni contrattuali, tra gennaio 2019 e la fine del 2025 l’indice delle retribuzioni cresce del 13,2%, mentre l’IPCA aumenta del 23,0%; la perdita di potere d’acquisto dell’indice contrattuale è quindi indicata dall’Istat nell’8,6%. Nel pannello accanto, le retribuzioni lorde di fatto per dipendente, depurate dall’inflazione, risultano invece inferiori del 3,5% rispetto al 2019. Il blog prende il primo valore e lo presenta come una misura più aderente alla busta paga rispetto al secondo, ma lo stesso Rapporto Istat li tiene separati proprio perché descrivono oggetti diversi.
La formulazione del blog secondo cui l’indice delle retribuzioni contrattuali descriverebbe «quello che succede davvero nella busta paga di chi lavora con lo stesso contratto» non è precisa: l’indice misura come variano, nel tempo, i trattamenti economici stabiliti dai contratti collettivi nazionali, mantenendo fissa la struttura dell’occupazione del periodo base per contratti, livelli, qualifiche. È quindi un indice del prezzo contrattuale del lavoro: è particolarmente utile per valutare la capacità dei CCNL di reagire all’inflazione, ma non segue la somma media effettivamente versata ai lavoratori. Non incorpora gli effetti della contrattazione aziendale e individuale, dello straordinario, dei premi variabili, delle assenze, della diversa intensità lavorativa e dei cambiamenti nella composizione dell’occupazione.
Le retribuzioni di fatto, al contrario, derivano dalle erogazioni effettive e includono ciò che viene realmente corrisposto oltre ai minimi nazionali. Restano una media macroeconomica, non un panel che segue le stesse persone, e possono essere influenzate dalla composizione dei lavoratori e dei settori; tuttavia sono concettualmente molto più vicine ai soldi effettivamente pagati. Il significato corretto dei due numeri è dunque il seguente: il -8,6% misura quanto il prezzo fissato dalla contrattazione nazionale (esclusa quella aziendale e individuale), a struttura fissa, sia rimasto indietro rispetto ai prezzi; il -3,5% misura la variazione reale della retribuzione lorda media effettivamente corrisposta per dipendente. Entrambi sono utili, ma non possono essere trattati come stime alternative della stessa grandezza.
2. Il confronto con il nostro -1,9% cambia contemporaneamente variabile, denominatore, deflatore e periodo
Il blog oppone il -8,6% contrattuale al -1,9% dell’articolo sul Sole 24 Ore come se la sola differenza dipendesse dalla scelta di una misura «macro» più favorevole. In realtà cambiano almeno quattro elementi. Il -1,9% riguarda le retribuzioni lorde di fatto per unità di lavoro dipendente, non i minimi contrattuali; utilizza le ULA, cioè equivalenti a tempo pieno, e non il semplice numero di occupati; impiega il deflatore dei consumi delle famiglie invece dell’IPCA; confronta il primo trimestre 2019 con il primo trimestre 2026, non la media annua 2019 con il 2025. La distanza tra i risultati va quindi scomposta, non attribuita a un’unica scelta opportunistica.
È inoltre errata l’affermazione secondo cui la retribuzione per ULA risentirebbe direttamente della crescita del part-time. Le ULA servono precisamente a ricondurre le posizioni a equivalenti a tempo pieno: un part-time al 50% pesa circa mezzo e non una persona intera. Nelle elaborazioni già pubblicate su LaVoce, tra il 2019 e il 2025 la perdita reale basata su ULA e deflatore è del -3,0%.
3. Il +30,1% degli alimentari non è il rincaro del paniere complessivo
Il dato del +30,1% è corretto, ma viene usato in modo improprio. La Nota Istat richiamata dal blog afferma che a luglio 2025 i prezzi IPCA di cibo e bevande non alcoliche erano superiori del 30,1% alla media del 2019. Si tratta di una singola divisione di consumo, non dell’indice generale e neppure dell’intero «carrello della spesa», che comprende anche i beni per la cura della casa e della persona. La stessa fonte osserva inoltre che l’aumento italiano è stato inferiore alla media UE27 (+39,2%), alla Germania (+40,3%) e alla Spagna (+38,2%), e superiore soltanto alla Francia tra i principali Paesi considerati (+27,5%). La fonte, quindi, non sostiene la rappresentazione di un’anomalia italiana particolarmente sfavorevole.
È legittimo ricordare che gli alimentari pesano di più nel bilancio delle famiglie a basso reddito e che un indice medio non descrive perfettamente l’inflazione sperimentata da ogni gruppo sociale. Da questa osservazione, però, non segue che si possa deflazionare l’intero salario con il prezzo degli alimentari. Per farlo correttamente servirebbero indici completi differenziati per classi di reddito o di spesa, con tutti i beni e servizi ponderati secondo il paniere di ciascun gruppo. Se si prende una sola voce cresciuta più della media e la si presenta come il «paniere reale», si seleziona ex post il prezzo più sfavorevole senza considerare il resto dei consumi.
Il deflatore dei consumi delle famiglie non è, come suggerisce il blog, un indice generale astratto contrapposto alla spesa reale. È costruito sul valore e sui volumi dei consumi effettivi delle famiglie residenti e recepisce la ricomposizione della spesa attraverso pesi correnti; è inoltre l’indice usato dall’ISTAT per misurare il potere d’acquisto del reddito disponibile; è la misura aggregata più coerente quando al numeratore si utilizzano redditi e retribuzioni dei Conti nazionali. La critica distributiva è pertinente; la sostituzione del deflatore complessivo con l’indice degli alimentari non lo è. Sulla questione deflatore vs indici a base fissa ci sarebbe molto da dire ma non diremo (per non annoiare). Ci si consenta solo una valutazione: NON usare i deflatori vuol dire trattare le persone come pupazzetti, esposti e proni alle paturnie di produttori e venditori. Il deflatore è costruito con tutto ciò che le persone libere rispondono all’offerta: tu aumenti i prezzi e io del tuo prodotto ne consumo meno o lo sostituisco. Il deflatore di questo tiene conto. Un indice di tipo Laspeyres come il NIC o l’IPCA no. Se si parla di potere d’acquisto il deflatore dovrebbe essere lo standard (come fa l’Istat nei conti istituzionali, anche se poi in altri ambiti utilizza indici differenti).
4. L’adeguamento immediato dei salari non annulla uno shock di offerta
Nel blog emerge implicitamente l’idea che, se i salari rincorrono i prezzi con ritardo, il sistema contrattuale abbia necessariamente fallito. Lo shock del 2021-2022, tuttavia, è stato alimentato dalla crisi energetica e dalle strozzature dell’offerta globale: ha reso più costosi beni importati e input produttivi e ha ridotto il reddito reale disponibile dell’economia. Un adeguamento salariale immediato e integrale non avrebbe eliminato quella perdita reale; ne avrebbe modificato la distribuzione iniziale tra lavoratori, margini, prezzi finali e finanza pubblica. Se il maggiore costo del lavoro fosse stato trasferito sui prezzi, avrebbe potuto rendere più persistente lo shock. Questo non significa che ogni ritardo sia desiderabile o che il recupero possa essere indefinitamente rinviato: significa che il parametro corretto è la velocità e la sostenibilità del recupero, non la perfetta contemporaneità tra prezzi e salari.
I contratti pluriennali stabilizzano le relazioni salariali proprio perché non cambiano ogni mese. Durante uno shock improvviso l’inflazione corre subito, i rinnovi reagiscono con ritardo e lo Stato può intervenire nel frattempo attraverso il cuneo e le detrazioni. È la dinamica descritta anche dai dati più recenti: l’Istat colloca il forte arretramento reale nel 2022 e nel 2023 e l’avvio del recupero dalla fine del 2023; il vero biennio in cui gli aumenti contrattuali superano l’inflazione è soprattutto il 2024-2025. La frase del blog secondo cui ciò sarebbe avvenuto per tre anni, dal 2023 al 2025, è quindi imprecisa.
Conclusioni
Le utilissime considerazioni di Mario Sassi completano quelle offerte nell’ultimo anno da altri illustri esperti, accademici e non.
A nostro avviso, però, tutti sono accumunati da un errore di prospettiva che chiameremo «eccesso di intenti»: si vuole tentare con una sola evidenza empirica (i salari reali sono scesi) di ottenere troppi risultati e cioè tutti i seguenti:
1) sostenere che le imprese non soddisfano le legittime aspirazioni dei lavoratori e che, quindi, la quota distributiva che va al lavoro sia insufficiente
2) sostenere che la bassa dinamica dei consumi dipende dall’altrettanto bassa – e colpevole – dinamica dei salari
3) sostenere che la contrattazione collettiva in Italia funzioni poco e male (o maluccio a seconda dell’esperto considerato)
4) sostenere che se le cose non sono andate peggio è grazie all’intervento dello Stato
5) sostenere che in futuro la stampella pubblica non dev’esserci più e che le parti datoriali e i sindacati dei lavoratori se la devono sbrogliare senza sperare in aiuti esterni (pubblici).
Troppa roba per una sola evidenza. Smontare tuti questi punti è possibile e, in larga misura lo abbiamo già fatto. In modo sintetico rileviamo quanto segue:
* curiosamente da tutte le discussioni è scomparsa la variabile chiave che in economia e nella vita reale determina la dinamica dei salari: la produttività del lavoro; non ci piace vincere facile e quindi sorvoliamo completamente (come abbiamo sempre fatto).
* la contrattazione non funziona perché non ha adeguato i salari alla fiammata inflazionistica? Beh, qual è il suggerimento? Un tizio (potente) invade l’Ucraina, i futures sul TTF esplodono, l’energia costa sei volte tanto, l’inflazione al consumo supera il 10% (gennaio 2023) e io impresa incremento i salari del 10% (cioè i costi vivi correnti di circa il 6%)? Magari chiudo l’azienda, che faccio prima.
* le imprese dovrebbero generare ricchezza che poi il mercato e la contrattazione distribuiscono: immaginare che dalla generosità delle imprese dipenda il benessere dei lavoratori è sbagliato e irrealistico; anzi non deve proprio essere così: le imprese generose falliscono (e i lavoratori vanno in disoccupazione; se non falliscono sono truffaldine oppure operano in un regime di monopolio); ci sono i sindacati dei lavoratori per difendere i lavoratori, per fortuna (oltre al mercato del lavoro e, cioè, i lavoratori stessi)
* il ruolo dello stato è l’aspetto più spassoso del dibattito pubblico sull’argomento; nei giorni dispari si parla di stato che ha penalizzato i lavoratori (tutti, non solo i dipendenti) con il fiscal drag, mentre nei giorni pari, ricordando che ha ridotto la fiscalità, viene denunciato per avere aiutato i salariati; suggerimento: mettersi d’accordo con se stessi prima di avanzare critiche su quest’aspetto;
* che porta, infine, alla questione di sostanza che meriterebbe ben altri esperti, molto più colti e preparati di noi due: il ruolo della contrattazione collettiva come componente delle relazioni politiche, sociali ed economiche dentro una democrazia costituzionale ben funzionante; la nostra scelta è l’autonomia delle parti, con un ruolo di facilitatore dell’operatore pubblico; questo ruolo non deve necessariamente essere costituito dalla stampella della fiscalità (siamo perfettamente convinti di ciò); tuttavia, ragionare di contrattazione come se fosse una relazione astratta e scollegata dal resto della vita civile ci pare un errore grave.



