Il terziario è, dati alla mano, l’unico vero motore dell’economia italiana degli ultimi vent’anni: pesa oltre il 70% del PIL e dell’occupazione nazionale, ed è capace di generare oltre il 60% dei nuovi posti di lavoro, con una componente femminile particolarmente rilevante. È un comparto che ha trainato da solo la crescita del PIL mentre altri settori arretravano, ma che porta con sé un paradosso ormai strutturale: buona parte dei nuovi posti di lavoro si concentra nei segmenti a produttività più bassa. Più occupazione, non necessariamente più ricchezza distribuita — ed è proprio questa la contraddizione che nessuno può più permettersi di rinviare al giorno della scadenza contrattuale.
Ad aggravare il quadro arriva un dato appena pubblicato dall’OCSE, che colloca l’Italia all’ultimo posto tra le grandi economie dell’area per recupero del potere d’acquisto. Nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani sono cresciuti dell’1,3% su base annua grazie alla bassa inflazione, ma restano inferiori del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2021 — il divario più ampio tra le principali economie OCSE. La traiettoria non è rassicurante: l’organizzazione prevede un calo dello 0,9% dei salari reali italiani nel 2026, spinto dal nuovo rialzo dei prezzi dell’energia, con una risalita di appena lo 0,2% nel 2027, frenata anche dal “limitato numero di rinnovi contrattuali previsti”. Come ha sintetizzato l’economista OCSE Andrea Garnero, il problema non è tanto l’inflazione in sé, allineata a quella degli altri Paesi, quanto il fatto che in Italia i salari nominali partono già più bassi: appena l’inflazione sale, i salari finiscono sott’acqua.
È un dato che, letto insieme ai numeri del terziario, dice una cosa precisa: la riflessione su produttività, lavoro povero e salario non può attendere l’apertura formale del tavolo negoziale. Chi gestirà il rinnovo del CCNL, in scadenza nel 2027, dovrebbe cominciare a lavorarci adesso — ed è esattamente questa l’urgenza che la Fisascat Cisl ha portato all’assemblea nazionale delle delegate e dei delegati, riunita a Roma al Teatro all’aperto Ettore Scola della Casa del Cinema di Villa Borghese, sul filo conduttore “Rappresentatività sindacale e contrattazione di qualità per il lavoro dignitoso nel terziario privato” alla presenza di oltre 700 rappresentanti sindacali.
Il segretario generale Fisascat Cisl Vincenzo Dell’Orefice aveva già anticipato, nelle settimane precedenti l’assemblea, in occasione del Consiglio Generale della federazione riunito a Roma alla presenza della segretaria generale Cisl Daniela Fumarola, i nodi che considera prioritari e indifferibili. Il primo riguarda la misurazione stessa della rappresentatività: per Dell’Orefice il terziario di mercato richiede indici ad hoc, diversi da quelli di industria o pubblico impiego, e le relazioni sindacali non possono fondarsi sul semplice riconoscimento reciproco tra le parti ma su un livello di rappresentatività reale, verificabile anche attraverso la base applicativa dei contratti collettivi a livello nazionale, territoriale e aziendale.
«Questione salariale, lavoro povero, un delta eccessivo tra lordo e netto in busta paga, crescita stagnante, bassa produttività, redditi che non reggono di fronte a prezzi che rischiano di andare fuori controllo» e che costituiscono una miscela sociale esplosiva che va gestita con intelligenza e lungimiranza come ha sottolineato nel suo intervento.
Su questo terreno Dell’Orefice ha rilanciato le proposte già al centro del XXI Congresso di categoria: interventi strutturali nella contrattazione collettiva, ricambio generazionale, formazione continua come diritto individuale. Sul lavoro povero, ha indicato priorità già definite e pronte per il tavolo prima ancora dell’apertura formale del rinnovo: rafforzamento della contrattazione integrativa, territoriale e aziendale; contrasto al part-time involontario attraverso incremento delle ore e revisione delle clausole elastiche; copertura economica per i part-time ciclici; contrasto al lavoro precario; sviluppo della previdenza complementare. Sul lavoro disagiato, la proposta è un diritto a non lavorare quattro domeniche al mese, accompagnato da una campagna nazionale per orari meno frammentati e più prevedibili.
Sul dumping contrattuale Dell’Orefice non ha usato mezzi termini, pur ricordando che la copertura dei contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil raggiunge il 96,8% nel lavoro privato: il fenomeno esiste, si fonda su quella che definisce un’“aberrazione” che confligge con ogni valore sindacale — lo sfruttamento delle persone che lavorano — e i differenziali retributivi con i contratti pirata possono superare il 40%. Per il segretario generale la soluzione non sta nei proclami né in soluzioni tecniche, ma nella rappresentatività del sindacato vero; tanto meno, avverte, nel salario minimo legislativo, che rischierebbe di spingere le imprese fuori dai CCNL. Infine il richiamo al fisco: i salari italiani sono bassi anche per il peso dell’imposizione sui redditi da lavoro dipendente, e serve una riforma capace di ridurre il divario tra lordo e netto.
Sullo stesso terreno di analisi — rappresentanza, contrasto al dumping, lavoro povero — si è mossa anche la Uiltucs, che a fine maggio ha confermato Paolo Andreani alla sua guida; il loro congrssso che sul blog ho già affrontato.
Secondo Andreani, il settore continua a essere caratterizzato da un modello occupazionale che scarica il peso della flessibilità sulle persone. “Poche ore lavorate – spiega Andreani – rinnovi dei contratti collettivi nazionali in ritardo, retribuzioni insufficienti, flessibilità che si trasforma in precarietà e bassi salari. Questioni che portano con sé anche deboli posizioni previdenziali”.
Da qui la necessità, secondo il segretario generale della Uiltucs, di cambiare radicalmente approccio, rimettendo al centro la qualità del lavoro e la redistribuzione del valore prodotto. “Serve una rivoluzione copernicana” ha detto Andreani, rilanciando la proposta Uiltucs 25, 50, 100: incremento del part-time minimo a 25 ore per chi ne fa richiesta, maggiorazione del 50% per il lavoro domenicale e del 100% per quello festivo. “Più ore ai part time su base volontaria, maggiorazioni più alte per il lavoro festivo e domenicale, scatti di anzianità ma anche scatti di gioventù”, ha aggiunto, per poi essere ancora più esplicito su cosa intenda: automatismi annuali che compensino gli scostamenti dell’inflazione reale, aumento delle ore minime del part-time, maggiorazioni più robuste anche per il lavoro notturno e disagiato. E un avvertimento diretto al governo: se Roma non riequilibrerà il rapporto tra capitale e lavoro, sarà il tavolo negoziale a farlo.
Presto arriverà anche la posizione della Filcams Cgil.
Segnalo questi due interventi perché disegnano quello che sarà il campo da gioco per i sindacati alla scadenza del CCNL. Dati OCSE, lavoro povero e effetto inflazione sui salari. Per le insegne, altrettanto preoccupate per i consumi, serve costruire, nel nuovo CCNL un quadro di certezze e non solo di costi. questa scadenza è diversa da quelle passate. Dall’altra parte del tavolo quattro associazioni datoriali. Andranno in ordine sparso come al solito? Concorderanno un percorso comune? Bisognerebbe avere le idee chiare. I sindacati di categoria, realizzabili o meno, sembrano averle.



