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Mariano Bella e Paolo Refuto, Ufficio Studi Confcommercio, hanno appena pubblicato una critica tecnicamente ineccepibile (leggi qui) alla lettura che stampa e agenzie hanno dato dell’ultimo rapporto OCSE sull’occupazione: i salari reali italiani, si è scritto ovunque, restano sotto del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021, il divario peggiore tra le grandi economie. Bella e Refuto smontano il dato mostrando che il primo trimestre 2021 è un pessimo punto di partenza: Italia in zona gialla o arancione per gran parte del periodo, coprifuoco, blocco dei licenziamenti, cassa integrazione a pieno regime. Un mercato del lavoro congelato, non normale, con un effetto di composizione che gonfiava artificialmente il salario medio — chi restava occupato erano soprattutto i garantiti, mentre i contratti a termine non rinnovati uscivano dal computo. Spostando la base al primo trimestre 2019, l’anno prima della pandemia, la perdita si riduce dal 6,1% all’1,9%. Tre punti e mezzo di differenza che dipendono solo da dove si pianta il metro, non da salari o prezzi.

Fin qui, un buon lavoro di igiene statistica. Il problema è che si può accettare integralmente questa correzione metodologica e arrivare comunque a una conclusione opposta a quella che il titolo del paper lascia intendere. Perché la stessa base — 2019 — restituisce numeri molto diversi a seconda di cosa si misura. Il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat, uscito a pochi giorni di distanza dal paper di Bella e Refuto, dice che il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali è ancora inferiore dell’8,6% rispetto a gennaio 2019. Non è un dato OCSE, non è un dato costruito su un trimestre di lockdown: è Istat, è la stessa architettura “pre pandemia contro oggi” che il paper di Confcommercio propone come quella corretta, e restituisce una perdita più che quadrupla rispetto all’1,9% delle retribuzioni lorde per unità di lavoro dei Conti Nazionali.

La differenza tra le due cifre non è un errore, è una scelta di cosa guardare. Le retribuzioni per unità di lavoro dei Conti Nazionali sono un aggregato macro: dividono la massa salariale complessiva per le unità di lavoro standard, e quindi risentono di tutto quello che cambia nella composizione dell’occupazione — più part-time, più lavoro qualificato, più settori diversi che entrano ed escono dal computo. Le retribuzioni contrattuali Istat misurano invece l’andamento dei minimi tabellari fissati dai CCNL, cioè quello che succede davvero nella busta paga di chi lavora con lo stesso contratto, senza l’effetto di composizione che entrambi i team di ricerca — OCSE da un lato, Bella e Refuto dall’altro — riconoscono come un problema quando gioca contro la propria tesi. È singolare che la nota metodologica che smonta l’effetto di composizione nel trimestre 2021 non si applichi anche al confronto tra macro-aggregato e dato contrattuale sulla stessa base 2019.

E poi c’è il carrello. Se si accetta — come sembra corretto fare — che il 2019 sia il punto di partenza più corretto perché descrive un’economia in condizioni normali, allora bisogna guardare anche cosa è successo ai prezzi da lì in avanti, non solo ai salari. L’Istat, nella Nota sull’andamento dell’economia, certifica che i prezzi dei beni alimentari a luglio 2025 erano più alti del 30,1% rispetto alla media 2019. Non è un dato Federconsumatori rielaborato: è Istat, stessa fonte, stessa base temporale che Bella e Refuto usano per il denominatore salariale. Un carrello che costa un terzo in più non si compensa con un salario che, nella lettura più favorevole possibile, ha perso “solo” l’1,9% di potere d’acquisto generale: perché il paniere alimentare pesa proporzionalmente di più sui redditi bassi, ed è cresciuto quasi il doppio rispetto all’inflazione media Ue nello stesso periodo se confrontato con l’incremento delle retribuzioni contrattuali.

Qui sta l’effetto duplice a cui accennavo: non basta guardare la percentuale di perdita sul salario aggregato, bisogna guardarla insieme alla composizione della spesa reale delle famiglie. Un conto è perdere l’1,9% di un reddito che si spende in beni e servizi diversificati, con pesi stabili; un altro è perdere potere d’acquisto mentre la voce che pesa di più sul bilancio di una famiglia a basso reddito — il cibo — corre a un ritmo tre volte superiore rispetto al resto. La percentuale aggregata e la percentuale sul paniere reale raccontano due storie diverse, e chi fa la spesa vive nella seconda, non nella prima.

C’è un terzo elemento che la disputa sulla base di partenza rischia di far passare in secondo piano: il differenziale tra le stime OCSE per il 2026 e quello che l’Istat osserva mese per mese. L’OCSE prevede per l’Italia un calo del potere d’acquisto dello 0,9% nel 2026, dopo tre anni — 2023, 2024, 2025 — in cui i salari nominali avevano finalmente corso più dei prezzi. La ragione della nuova frenata non è nei contratti, è nell’energia: l’inflazione italiana è risalita a giugno al 3% su base annua, trainata dai rincari energetici legati alle tensioni in Medio Oriente, mentre il calendario dei rinnovi CCNL per il 2027 prevede poche scadenze. È lo stesso Istat, per bocca del direttore del dipartimento statistiche economiche, a parlare di rischio “sorpasso”: i prezzi che tornano a correre più veloci degli stipendi nominali, riaprendo un divario che sembrava in lenta chiusura. Se il 2026 conferma questa traiettoria, la fotografia di Bella e Refuto — corretta per il 2025 — rischia di essere già superata quando il paper viene letto: il problema del punto di partenza rischia di essere sostituito da un problema di punto di arrivo che si allontana di nuovo.

C’è poi un dettaglio che complica ulteriormente la lettura ottimistica: la crescita delle retribuzioni contrattuali nel primo trimestre 2026, pur positiva su base annua, è determinata quasi esclusivamente dal rientro dell’inflazione, non da un recupero strutturale. Lo status dei rinnovi resta il vero collo di bottiglia: a inizio 2021 lavorava con un contratto scaduto quasi l’80% dei dipendenti italiani, oggi la quota è scesa ma resta al 32%, con un tempo medio di attesa di quasi 15 mesi. Finché il meccanismo principale di recupero del potere d’acquisto — il rinnovo dei CCNL — resta strutturalmente in ritardo sui prezzi, la discussione su quale trimestre usare come base rischia di essere, appunto, solo una discussione sul metro, mentre la sostanza — un salario che rincorre un’inflazione già passata — resta la stessa qualunque sia l’anno da cui si parte a contare.

C’è infine un quarto piano di lettura, quello del lordo e del netto, che complica ulteriormente qualunque tentativo di sintetizzare la questione salariale in un solo numero. Il Rapporto Annuale INPS 2026 mostra che le retribuzioni medie lorde dei dipendenti iscritti sono cresciute del 10,8% tra il 2019 e il 2025, ma del 19,2% in termini netti — quasi il doppio — grazie agli interventi su contributi, aliquote e detrazioni che si sono succeduti in questi anni, dal taglio del cuneo fiscale in avanti. È un dato che racconta un’altra storia ancora: parte del recupero del potere d’acquisto delle famiglie non è passato dai contratti, ma dalla leva fiscale, che ha sostenuto soprattutto i redditi medio-bassi senza però intervenire sulla dinamica salariale lorda. Lo stesso Istituto, però, avverte che la crescita nominale — lorda o netta che sia — non ha comunque tenuto il passo dei prezzi, cresciuti tra il 18,2% e il 20,5% nello stesso periodo a seconda dell’indice utilizzato. Anche qui, dunque, la domanda su quale grandezza guardare — lorda, netta, o il differenziale tra le due — non è neutra: chi guarda solo il netto, sostenuto dalla fiscalità, rischia di scambiare per recupero salariale quella che è stata redistribuzione fiscale, per definizione non permanente e legata a decisioni di bilancio che possono essere riviste ogni anno.

Bella e Refuto hanno ragione a dire che il 2021 è una pessima base di partenza e che l’OCSE lo sa, visto che lo ammette in una nota a piè di pagina che poi non applica in modo coerente a tutti i paesi. Ma la correzione metodologica non chiude la questione salariale italiana: la sposta su un terreno dove Confcommercio, che rappresenta anche chi vende quei beni alimentari saliti del 30%, ha meno interesse a insistere. Se il metro si pianta nel 2019, va tenuto fermo per tutte le grandezze che si vogliono confrontare — salari contrattuali, non solo l’aggregato macro, e prezzi del paniere reale, non solo il deflatore generale. Fatto così, il conto non è più tra chi ha ragione sul trimestre giusto: è tra due modi di raccontare la stessa perdita, uno dei quali fa più notizia dell’altro. Quale dei due sceglieranno le parti sociali  la prossima tornata di rinnovi contrattuali per misurare se e quanto restituire?

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