Ad agosto l’inflazione italiana è salita al 3,3% su base annua, dal 2,9% di luglio, e la spinta è quasi interamente energetica: gli energetici non regolamentati sono passati da +11,4% a +17,0%, i regolamentati da +14,8% a +18,6%. Eppure il cosiddetto carrello della spesa — l’aggregato che l’Istat dedica specificamente ad alimentari, cura della casa e della persona — è sceso, non salito: dall’1,0% allo 0,9% tendenziale. L’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari freschi, si è mossa nella stessa direzione, da +1,6% a +1,5%. In Belgio il quadro è sorprendentemente sovrapponibile: l’inflazione generale è accelerata al 3,97% ad agosto, ancora una volta trainata dall’energia, balzata al 16,5% dal 10,6% di luglio, mentre il comparto alimentare è rimasto sostanzialmente fermo, con una crescita annua dello 0,26%.
Due paesi, due strutture di mercato diverse — una GDO italiana in larga parte federativa, una belga con player unitari come Colruyt e Delhaize accanto a cooperative come i marchi del gruppo Boni — e lo stesso risultato: l’energia sale a doppia cifra, il cibo resta quasi immobile. Non è un caso, ed è proprio qui che vale la pena fermarsi, perché la lettura più comoda — “la GDO sta proteggendo il consumatore” — è vera solo a metà, e la metà mancante è quella che un articolo di cronaca economica di solito lascia fuori.
Il meccanismo con cui un’insegna tiene fermo lo scaffale mentre l’energia le costa il 17% in più non è un atto di responsabilità sociale isolato: è la conseguenza di un negoziato che si combatte altrove, lungo la filiera, e i cui costi qualcuno comunque sostiene. Quando un discount o una centrale d’acquisto comunica che “non scarica gli aumenti sui clienti”, nella grande maggioranza dei casi sta descrivendo un accordo — spesso tacito, quasi sempre asimmetrico — con il fornitore a monte: la GDO trattiene i prezzi di listino, e chi produce assorbe l’aumento dei propri input energetici, logistici, di packaging, comprimendo il proprio margine invece di trasferirlo. È lo stesso schema che ho raccontato a proposito del taglio prezzi distribuito di Barilla qualche tempo fa: non un regalo al consumatore finanziato dal nulla, ma una redistribuzione di costo verso un anello della catena che ha meno potere contrattuale di chi sta all’ultimo miglio verso lo scaffale.
Questo spiega perché il fenomeno sia trasversale a strutture proprietarie tanto diverse quanto quella italiana e quella belga. In Italia le centrali d’acquisto — Conad, Selex, VéGé — negoziano condizioni collettive per conto di una rete di affiliati indipendenti: il potere di trattenere il prezzo al consumatore nasce dalla scala aggregata della centrale, non dalla proprietà unitaria del punto vendita. In Belgio, dove Colruyt o Delhaize possiedono direttamente gran parte della propria rete, lo stesso risultato si ottiene per una via opposta: il controllo end-to-end della catena permette di decidere dove assorbire il colpo, punto vendita per punto vendita, prodotto per prodotto. Sono due architetture agli antipodi — quella che ho già discusso a proposito delle scommesse che il Belgio può permettersi e l’Italia no — ma su questo terreno specifico producono lo stesso effetto di superficie: il prezzo alimentare resta calmo mentre l’indice generale corre.
La domanda che l’articolo di cronaca di solito non fa è quanto sia largo, e quanto duri, il margine che permette questa operazione. Ha tre componenti, e nessuna delle tre è illimitata. La prima è la marginalità del fornitore, che in molte categorie — specie quelle a marchio industriale con potere negoziale limitato rispetto alla grande distribuzione — è già stata compressa da due anni di rincari energetici precedenti; non tutti i fornitori hanno lo spazio di manovra di una Barilla. La seconda è la marginalità dell’insegna stessa, che può scegliere di sacrificare temporaneamente redditività su categorie sensibili — gli alimentari ad alta frequenza d’acquisto, quelli che i clienti notano e confrontano — per proteggere l’immagine di prezzo, ma lo fa attingendo a un conto economico che deve chiudere in equilibrio da qualche altra parte. La terza, meno visibile ma forse più rilevante nel medio periodo, è il costo del lavoro: se l’energia costa il 17% in più e il fornitore non può assorbire tutto, e l’insegna non vuole scaricarlo sul prezzo esposto, la variabile che resta più facilmente comprimibile è quella salariale — orari, turnazione, ricorso a formule contrattuali più flessibili, di cui il fenomeno del franchising in crescita anche in Italia è un sintomo strutturale più che un caso isolato.
È qui che i dati Istat offrono un indizio che l’articolo non può ignorare: i prodotti alimentari non lavorati accelerano, da +3,6% a +3,8%, e i prodotti ad alta frequenza d’acquisto — quelli che pesano di più sulla percezione quotidiana del carrello — salgono da +3,4% a +4,3%. Sono le categorie più vicine alla materia prima, quelle dove il margine di manovra del fornitore per assorbire i rincari è strutturalmente più stretto, perché il valore aggiunto lungo la filiera è minore. Il differenziale tra beni e servizi, nel frattempo, si allarga da -0,5 a -1,7 punti percentuali: i beni accelerano complessivamente al 4,1%. Il “carrello calmo” che i comunicati stampa raccontano è, in altre parole, una media che nasconde già una prima crepa nelle categorie più esposte.
Non è un fenomeno nuovo, ed è coerente con quanto emerso analizzando i costi nascosti di filiera segnalati da GS1: la distanza tra quello che un rincaro costa a monte e quello che arriva sullo scaffale si misura in mesi, non in settimane, ed è proprio in quell’intervallo che si gioca la partita di chi assorbe cosa. Il precedente dello shock Hormuz, quando Belgio e Italia risposero con tempistiche e intensità diverse allo stesso choc energetico, aveva già mostrato che la capacità di tenuta della GDO non è un dato fisso ma dipende da quanto margine residuo ciascun mercato porta con sé nel momento in cui arriva lo shock successivo. Ad agosto 2026, dopo due anni di rincari energetici quasi ininterrotti in entrambi i paesi, quel margine residuo è presumibilmente più sottile di quanto non fosse nel 2022 o nel 2023.
C’è poi una terza variabile che vale la pena nominare senza enfatizzarla oltre misura: la stagionalità. I mesi invernali portano tipicamente maggiori consumi energetici lungo tutta la filiera — refrigerazione, riscaldamento dei punti vendita, logistica — proprio mentre l’energia resta il principale motore dell’inflazione generale sia in Italia che in Belgio. Se il contenimento attuale del carrello è, come sembra, il risultato di un negoziato di filiera che si rinegozia periodicamente e non di una struttura di costo stabilmente più leggera, l’ingresso nella stagione dei consumi energetici più alti è il momento in cui quel negoziato verrà messo sotto pressione più seria.
Nessuno dei soggetti coinvolti ha interesse a raccontare pubblicamente questa dinamica nei suoi termini reali. L’insegna comunica il prezzo calmo come merito proprio, perché è merce di fiducia col consumatore. Il fornitore non comunica affatto la compressione del proprio margine, perché ammetterlo pubblicamente indebolirebbe la propria posizione nel negoziato successivo. E il lavoro, quando viene compresso, lo è quasi sempre per via indiretta — flessibilità contrattuale, esternalizzazione, ricorso al franchising — cioè attraverso canali che restano fuori dall’attenzione di chi guarda solo l’indice dei prezzi al consumo.
Il carrello della spesa, per ora, tiene. Ma tiene perché qualcun altro, lungo la catena, sta facendo da cuscinetto — e i cuscinetti, per definizione, si comprimono fino a un certo punto. La domanda aperta non è se l’aumento arriverà sullo scaffale, ma chi, tra fornitore, insegna e lavoro, avrà esaurito per primo il proprio margine di assorbimento quando arriverà davvero.



