La Fisascat Cisl ha dedicato due giornate di riflessione, con la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, invitando anche le naturali controparti datoriali del settore, mossa, credo, da un timore preciso: trovarsi schiacciata tra due pressioni opposte in vista del prossimo rinnovo del contratto collettivo del terziario, della distribuzione moderna organizzata e della distribuzione cooperativa, che a marzo 2027 arriveranno a scadenza per una platea di oltre tre milioni di lavoratrici e lavoratori. Il rinnovo più ampio del settore privato italiano.
Da un lato (non solo) le imprese della grande distribuzione e le loro associazioni, che si presenteranno al tavolo negoziale preannunciando già oggi margini già risicati e una produttività in costante affanno seppure diversificata tra le insegne. Dall’altro l’esigenza, più politica che aziendale, di non lasciare che il rinnovo si traduca in un ulteriore rincaro dei prezzi al consumo, in un paese dove il potere d’acquisto resta il tema con cui ogni sigla sindacale, da Fumarola in giù, apre ogni intervento pubblico da almeno due anni. In mezzo quindi rischiano, come in passato, di finirci i lavoratori del comparto.
È una descrizione che suona familiare a chi segue le trattative del settore da più di un ciclo contrattuale. Nel 2022, quando l’inflazione energetica spingeva Confcommercio a rallentare sul rinnovo del CCNL commercio scaduto dal 2019, la vicepresidente Donatella Prampolini rispondeva alle pressioni sindacali evocando gli stessi identici margini esigui che la GDO si predispone a portare al prossimo tavolo negoziale. Tra il 2022 e il 2026 sono cambiati sia il livello dei prezzi che il potere d’acquisto delle retribuzioni. Non certo in meglio. E la prossima piattaforma sindacale non potrà non risentirne. Dall’altro lato del tavolo le stesse associazioni datoriali dell’ultimo rinnovo che marceranno formalmente divise, per orgoglio di bottega, pur consce che quello che otterranno/concederanno sarà esattamente lo stesso. Ma tant’è.
È ovviamente lecito che i lavoratori del comparto e i loro sindacati si chiedano se i margini scarsi siano una condizione contingente che si ripresenta per caso a ogni scadenza, oppure una costante strutturale del modello distributivo italiano che nessun ciclo contrattuale, per definizione, potrà mai trovarsi nel momento giusto per le insegne.
Vincenzo Dell’Orefice, Segretario Generale della Fisascat Cisl lo ha sottolineato in apertura dell’iniziativa: “la Fisascat è chiamata a fare gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori del Terziario privato. In tal senso, ricomporre il quadro settoriale nel quale operiamo è una strada obbligata”. È un approccio serio.
La memoria più recente di cosa succede quando questa cornice si irrigidisce risale al rinnovo precedente, quello della distribuzione moderna organizzata firmato nell’aprile 2024: prima dell’intesa c’è stata una rottura delle trattative e uno sciopero unitario, il 30 marzo 2024, e solo dopo Federdistribuzione che aveva gestito con evidente superficialità le fasi concitate che precedono la chiusura di qualsiasi negoziato, è tornata al tavolo riponendo nel cassetto la più volte citata richiesta di distintività. Non è un dettaglio d’archivio: è la prova che, quando margini e prezzi vengono presentati come vincoli rigidi e non negoziabili, il conflitto non si dissolve, si sposta semplicemente altrove, per poi tornare al tavolo con condizioni quasi identiche a quelle di partenza. Se la cornice del 2027 sarà la stessa del 2024, anche l’esito rischia di ripercorrere la stessa sequenza.
I numeri più aggiornati disponibili, quelli dell’Osservatorio sulla Gdo dell’Area Studi Mediobanca su bilanci 2024, pubblicato nel marzo 2026, raccontano una dinamica più mossa di quanto la fotografia del 2022 lasciasse intendere, ma non ne contraddicono la sostanza. Nel 2022, sotto la stretta di un’inflazione energetica che correva più veloce dei listini, l’Ebit margin di Selex si fermava all’1,7% e Agorà Network, il più profittevole del campione, non superava il 4,1%. Nei due anni successivi i margini si sono ricostituiti quasi ovunque: nel 2024 Agorà tocca il 5,2% (Roi 14,3%), Selex il 3,3%, C3 il 3,9%, mentre VéGé resta sotto la media di comparto al 2,9% e i fanalini di coda, Crai e Despar, non arrivano all’1,5%. È già un primo indizio che margine e prezzo si muovano insieme e non uno contro l’altro: quando tra 2022 e 2023 i costi salivano più in fretta di quanto le insegne osassero scaricare sullo scaffale, il margine si è compresso; quando i listini hanno recuperato terreno, il margine è tornato a respirare.
C’è però un dettaglio che complica, in modo utile, la cornice del “sindacato tra due fuochi”: nel 2024 l’Ebit margin medio del comparto discount, il segmento che compete più duramente sui prezzi bassi, è del 5,1%, più del doppio del 2,1% degli altri operatori, con Eurospin al 5,9% e Lidl al 5%. Le insegne che tagliano di più sul prezzo non sono, nella media, quelle con i margini più sottili: sono quelle più profittevoli, perché competono anche sulla leva dell’efficienza di formato, non solo su quella del prezzo. La marginalità del food retail resta comunque modesta in prospettiva storica ed estremamente sensibile al ciclo dei costi: non è la scusa buona per non rinnovare un contratto, ma è la cornice dentro cui ogni rinnovo, da vent’anni, si è sempre dovuto muovere.
Ed è proprio questa doppia fisiologia, margini bassi ma reattivi al ciclo dei costi, a rendere fragile la cornice con cui Fisascat descrive il proprio dilemma. Presentare margini e prezzi come due fronti distinti, tra cui il sindacato rischierebbe di restare in mezzo, presuppone che siano due variabili indipendenti, negoziabili separatamente: si potrebbe, in teoria, ottenere aumenti salariali senza toccare i prezzi, o contenere i prezzi senza intaccare i margini. Ma nel conto economico di un’insegna della GDO, a parità di modello ed efficienza, margine e prezzo sono la stessa grandezza vista da due lati opposti dello stesso rigo di bilancio: ogni euro tolto al prezzo di scaffale per restare competitivi, la leva su cui Esselunga, Aldi, Lidl ed Eurospin si sono rincorse per tutto il 2025 e il 2026 in quella che ho già raccontato come una guerra dei prezzi strutturale e non ciclica, è un euro sottratto al margine prima ancora che al costo del lavoro.
Non ci sono quindi due fuochi tra cui stare in mezzo: c’è un solo fuoco, alimentato dalla stessa scelta competitiva che le insegne hanno preso autonomamente negli ultimi anni, ed è quel fuoco a restringere insieme lo spazio per il prezzo e lo spazio per il salario, a meno che non si intervenga sulla terza variabile, l’efficienza di formato, che è l’unica delle tre a non essere già stata spremuta.
Fumarola, nel partecipare alla parte conclusiva del confronto, ha ripetuto già in altre occasioni che commercio, turismo e servizi non sono settori a margine, e ha rivendicato per la Cisl un metodo fondato sul dialogo con le controparti datoriali piuttosto che sullo scontro. È una posizione comprensibile per chi deve negoziare con interlocutori, Federdistribuzione da una parte e Confcommercio dall’altra, storicamente riluttanti ad accettarsi come giocatori della stessa partita e muoversi in sincronia sugli stessi parametri, come ho già ricostruito a proposito del rinnovo del contratto della distribuzione moderna organizzata firmato nel 2024.
Ma il metodo del dialogo rischia di restare ostaggio della cornice sbagliata se il problema viene descritto come un compromesso da trovare tra due vincoli esterni, invece che come la gestione di un’unica risorsa in contrazione che il settore stesso, con le proprie scelte di posizionamento competitivo, ha deciso di rendere più scarsa. La sfida che lancia la Fisascat Cisl cerca di essere più ambiziosa e si inserisce in uno schema di maggiore coinvolgimento e quindi di partecipazione del lavoro dove il tema non è il rifiuto a priori di uno scambio sulla produttività ma la definizione di regole condivise su come crearla e ripartirla sia a livello di comparto che di insegna. Al di là del recupero del costo della vita.
Resta da vedere se la piattaforma che Fisascat Cisl presenterà per il rinnovo del 2027, insieme a Filcams Cgil e Uiltucs, secondo lo schema unitario già adottato per i rinnovi precedenti, sceglierà di affrontare esplicitamente questo nodo, chiedendo alle insegne di rendere conto di quanto della propria compressione di margine sia dettata da necessità di mercato e quanto da una scelta strategica reversibile, oppure se si limiterà a negoziare, come sempre, sull’entità dell’aumento e sulla sua distribuzione in tranche depotenziando il ruolo regolatore del CCNL e gli altri importanti temi che lo compongono.
La differenza tra le due strade non è solo tattica: è la differenza tra un sindacato che accetta la cornice datoriale del margine scarso come dato di natura, e un sindacato che la tratta per quello che i numeri suggeriscono che sia, l’esito di una guerra dei prezzi che la GDO ha scelto di combattere, e di cui il costo del lavoro rischia di restare, ancora una volta, la variabile più facile da comprimere.
Vale la pena ricordare le proporzioni in gioco. Il contratto della distribuzione moderna organizzata riguarda circa 220mila addetti delle catene solo in parte uscite da Confcommercio nel 2011; quello del terziario, distribuzione e servizi ne copre diversi milioni tra commercio tradizionale e parte della stessa GDO; quello della distribuzione cooperativa aggiunge un terzo perimetro. Pur essendo tre contratti negoziati formalmente su tavoli separati, dalle stesse sigle sindacali sedute a tavoli diversi con controparti datoriali diverse, sono destinati a muoversi su parametri economici comparabili per non innescare una corsa al ribasso tra associazioni datoriali.
È un ulteriore motivo per cui la cornice con cui si aprirà la trattativa conta più del solito. Sul piano del lavoro la disputa tra Carlo Alberto Buttarelli e Mauro Lusetti (tra convergenza o confluenza) è superata dalla realtà. Senza un CCNL unico (che non comporta necessariamente la confluenza associativa) definito con il contributo di tutti, come nella fattoria degli animali di Orwell ce ne saranno tre ma uno, per il suo peso, sarà inevitabilmente più uguale degli altri.



