La sera del 17 settembre Vladimir Putin ha firmato un decreto che mette sotto “amministrazione controllata temporanea” gli asset russi di Nestlé, Auchan e dell’ex Leroy Merlin, affidandoli tutti a un’unica società, la L.E.V. Management. Il testo, secondo le prime ricostruzioni, coinvolge in realtà tra 16 e 31 società di capitale straniero — tra cui anche il gruppo logistico francese FM Logistic — ma sono i tre marchi noti al grande pubblico a fare notizia, ed è facile leggerli come un blocco unico: tre multinazionali che negli anni hanno scelto di restare sul mercato russo continuando a pagare le tasse al regime, e che oggi ne pagano il conto sotto forma di sequestro. È una lettura che funziona bene su un post, meno bene se si guarda alla situazione reale delle tre aziende, che oggi sono esposte in modo molto diverso l’una dall’altra.
Nestlé è in Russia dal 1994, con sei stabilimenti produttivi dove si lavorano caffè, dolciumi, alimenti per l’infanzia e mangimi. Non ha mai lasciato il mercato dopo il 2022: ha bloccato nuovi investimenti, sospeso la pubblicità e alcuni marchi come KitKat e Nesquik, dichiarando di non voler più realizzare profitti nel paese, ma la struttura industriale è rimasta intatta e operativa. Auchan è presente dal 2002, con circa 230 punti vendita in un centinaio di città russe: dal 2022 la controllata locale opera in autonomia, dopo che il gruppo francese ne ha interrotto il finanziamento diretto, ma senza mai avviare un vero processo di cessione. Su entrambe, il decreto colpisce un’attività industriale e commerciale tuttora piena, mai messa in vendita, mai ridimensionata sul serio: è per questo che, tra le tre, sono i casi in cui il termine “sequestro” — per quanto tecnicamente impreciso, perché la proprietà formale resta agli azionisti stranieri, che perdono però ogni potere di gestione — coglie davvero qualcosa di sostanziale.
Il caso di Leroy Merlin è diverso, e la differenza conta più di quanto racconti la sintesi mediatica di questi giorni. Adeo, la holding della famiglia Mulliez che controlla l’insegna, aveva già annunciato il trasferimento della rete russa alla gestione locale nel marzo 2023, dopo 18 anni di presenza nel paese. A dicembre dello stesso anno, il 99,99% delle quote della controllata — ribattezzata “Le Monlid” — era già passato a Scenari Holding LP, una società registrata negli Emirati Arabi Uniti: i negozi, oggi circa 112 più undici dark store e sei centri di distribuzione, operano dal 2023 con il marchio “Lemana Pro” e senza più alcun legame operativo con la Francia.
Secondo alcune ricostruzioni, ciò che il decreto del 17 settembre colpisce di Adeo non è la rete nel suo complesso, ma una partecipazione residua nell’ordine dello 0,007%: una frazione simbolica, rimasta indietro nel passaggio di proprietà di due anni fa. Mettere Leroy Merlin nello stesso paragrafo di Nestlé e Auchan, come se le tre insegne stessero pagando oggi lo stesso prezzo per la stessa scelta di restare, racconta quindi una storia più netta e più vendicativa di quella reale: chi aveva davvero tagliato i ponti, per quanto tardi e a condizioni sfavorevoli, si trova oggi coinvolto solo di striscio.
Sul piano tecnico, il meccanismo non è nuovo: risale al decreto n. 302 del 25 aprile 2023, pensato come risposta simmetrica al congelamento degli asset russi nei paesi considerati “ostili” da Mosca, e consente al Cremlino di affidare a un amministratore temporaneo i pieni poteri gestionali su una società a capitale estero, senza trasferirne la proprietà formale. È lo stesso strumento già usato contro Danone e contro Carlsberg (attraverso la controllata russa Baltika), e la parola “temporanea” nel nome della misura si è già dimostrata, in entrambi quei casi, un eufemismo. L’amministratore designato questa volta è L.E.V. Management, una società registrata a Mosca nell’ottobre 2024, capitale sociale di 15.000 rubli — circa 155 euro — che dichiara come attività principale la consulenza commerciale e manageriale. Non è, come si potrebbe pensare da queste cifre, una scatola priva di volto: l’inchiesta di Novaya Gazeta Europa ha rilevato che nome e data di nascita del suo amministratore delegato, Andrei Krayushkin, coincidono con quelli di un generale maggiore del Ministero dell’Interno russo, ex vicecapo del dipartimento migrazioni. Non è un dettaglio da poco per chi si chiede chi finirà davvero a gestire fabbriche di alimenti per neonati e supermercati in un centinaio di città.
Se le prospettive interessano più della cronaca del singolo decreto, il precedente da guardare è quello di Danone. Il gruppo francese era finito sotto la stessa amministrazione controllata a luglio 2023, con la controllata affidata prima all’Agenzia federale per la proprietà statale e poi, di fatto, a un nipote del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Nel marzo 2024 Mosca ha revocato l’amministrazione statale proprio mentre si definivano i termini della cessione, e a maggio la vendita si è chiusa: il gruppo Vamin Tatarstan, riconducibile a un imprenditore vicino a Kadyrov, ha rilevato l’intera attività per 17,7 miliardi di rubli, circa 191 milioni di dollari, contro un valore di mercato stimato quasi doppio — uno sconto che rispecchia la regola non scritta, ma sistematicamente applicata dal 2022, secondo cui le aziende occidentali che vogliono cedere asset russi devono farlo con almeno il 50% di sconto e versare una commissione d’uscita pari almeno al 10% del valore della transazione.
Danone ha chiuso l’operazione con una perdita totale dichiarata di 1,2 miliardi di euro. Se lo schema si ripetesse — ed è esattamente lo schema che il Cremlino ha applicato finora ogni volta che ha attivato questo strumento — Nestlé e Auchan dovrebbero aspettarsi lo stesso percorso in due tempi: prima la perdita del controllo gestionale, sotto la copertura formale della “temporaneità”, poi la trattativa per una cessione forzata a un compratore gradito a Mosca, a condizioni economiche pesantemente sfavorevoli.
C’è un dettaglio in più che rende il caso attuale diverso da quello di Danone, ed è l’origine della richiesta. A metà agosto, secondo quanto riportato da Kommersant, era stata un’azienda russa, KS Logistika, a chiedere formalmente a Putin di sottoporre ad amministrazione controllata cinque entità russe di Nestlé, motivando la richiesta con la mancata espansione della capacità produttiva del gruppo e l’interruzione delle esportazioni di beni fabbricati in Russia. Una fonte vicina al dossier l’aveva definita “una possibile prima fase di un processo di trasferimento della proprietà” settimane prima che il decreto arrivasse. Il meccanismo, in altre parole, non nasce più solo da un’iniziativa del Cremlino: si sta strutturando come una procedura che soggetti russi possono attivare dal basso, segnalando alle autorità le multinazionali che a loro giudizio non stanno più “investendo abbastanza” nel paese — un incentivo perverso che rende ogni ulteriore riduzione delle attività, da parte di chi è rimasto, un possibile innesco per la prossima amministrazione controllata.
Le reazioni ufficiali delle due aziende ancora pienamente esposte confermano, per ora, la cautela imposta dalla situazione. Nestlé ha dichiarato di aver “preso atto” del decreto e di stare “valutando la situazione e le opzioni disponibili”, impegnandosi ad “adottare tutte le misure necessarie per tutelare i propri diritti e garantire la continuità delle attività nell’interesse di tutti gli stakeholder, in particolare dei propri dipendenti” — una formula che non esclude né conferma alcuno scenario, e che ricorda da vicino quella usata da Danone nei mesi precedenti alla propria cessione forzata. Il gruppo svizzero ricava dalla Russia circa il 2% del proprio fatturato globale: non abbastanza da giustificare, da solo, un braccio di ferro prolungato con il Cremlino, ma abbastanza da rendere la exit un’operazione contabile non trascurabile, soprattutto se dovesse chiudersi con lo sconto e la commissione d’uscita già visti nel caso Danone.
La domanda su cosa significhi tutto questo per chi, tra le grandi insegne occidentali, ha scelto la via opposta a Leroy Merlin: restare senza uscire, nella convinzione che presidiare il mercato valesse il rischio politico. Nestlé e Auchan scopriranno nei prossimi mesi se quella scommessa si chiuderà con una exit negoziata a sconto, sul modello Danone, o se l’amministrazione temporanea diventerà, come suggerisce il nome della società designata, meno temporanea del previsto.



