Sono 72.240 i lavoratori ai quali, in Sicilia, viene applicato un contratto collettivo non sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil o dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. Il dato emerge dalla fotografia elaborata dall’Osservatorio regionale dei contratti collettivi nazionali della Cgil Sicilia sulla base dei rapporti di lavoro analizzati nel 2025, e rappresenta l’8,3% degli 869.900 dipendenti del settore privato presi in esame, con pubblico impiego e agricoltura esclusi dal perimetro.
Il dato non nasce dal nulla. L’Osservatorio regionale prende spunto esplicitamente dall’esperienza della Camera del Lavoro di Ragusa, che da tempo pubblica un proprio report provinciale sul dumping contrattuale e ha lanciato uno strumento digitale, “Occhio al Contratto”, pensato per restituire ai lavoratori il potere di verificare quale contratto viene loro applicato. La Cgil Sicilia ha semplicemente allargato quello sguardo provinciale a tutta l’isola, con approfondimenti che scendono di nuovo a livello di singola provincia e di macrosettore economico. È lo schema che si ritrova spesso in questo tipo di osservatori sindacali: un pilota locale, nato dove il fenomeno è più visibile o più contrastato sul territorio, che diventa cornice regionale solo dopo essersi consolidato.
Gli effetti che l’Osservatorio attribuisce all’applicazione dei contratti pirata sono quantificati con una certa precisione. Questi contratti prevedono generalmente minimi tabellari inferiori rispetto ai Ccnl sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, inquadramenti professionali meno favorevoli, minori maggiorazioni per lavoro straordinario, festivo e notturno, trattamenti economici ridotti in caso di malattia, minori prestazioni di welfare contrattuale e minori contribuzioni previdenziali e assistenziali. Le differenze retributive possono raggiungere il 15-20% rispetto ai contratti leader di settore, con un ammanco economico medio stimato in circa 5.000 euro annui per lavoratore, a cui si somma un ulteriore 30% di contributi previdenziali non versati alle casse dell’Inps.
Il numero, preso da solo, colpisce per la sua entità: quasi un dipendente privato su dodici in Sicilia lavora sotto un contratto che i sindacati confederali non hanno firmato. Ma è proprio confrontandolo con come il fenomeno viene normalmente raccontato a livello nazionale che il dato diventa più interessante di una semplice fotografia allarmata.
Il dibattito pubblico sui contratti pirata si è mosso finora quasi sempre per numero di contratti depositati, non per lavoratori effettivamente coperti, e questa scelta di metrica ha prodotto cifre che suonano più drammatiche di quanto i dati sottostanti giustifichino. Quando il segretario della Cgil Maurizio Landini ha dichiarato, in un’intervista di luglio, che l’Italia è passata in pochi anni da 200 a mille contratti collettivi nazionali, 800 dei quali “pirata”, stava descrivendo un fenomeno reale ma con un’unità di misura che ne amplifica la portata percepita. Il dato più affidabile, raccolto dal Cnel, parla di 946 Ccnl registrati in archivio a novembre 2022, di cui solo 208, il 22% del totale, sottoscritti dalle tre sigle confederali. È una fotografia sul numero di tipologie contrattuali depositate agli atti, non sul numero di lavoratori effettivamente inquadrati con quei contratti: un Ccnl può esistere sulla carta e applicarsi a poche decine di persone, oppure a decine di migliaia, e le due situazioni pesano allo stesso modo se si contano i contratti invece delle persone.
Quando la misura si sposta sui lavoratori coperti, il quadro nazionale più recente e più circoscritto, quello elaborato da Confcommercio sui settori del terziario e del turismo, restituisce numeri più contenuti e insieme più utilizzabili: oltre 200 contratti pirata firmati da sigle minori, che riguardano circa 160mila dipendenti e oltre 21mila aziende, a fronte dei circa 2,5 milioni di addetti coperti dal solo Ccnl Terziario, Distribuzione e Servizi firmato da Confcommercio, il più applicato in Italia.
Tra i contratti pirata, i più rilevanti per numero di addetti sono quelli Anpit, che pesano per 56.743 dipendenti nel codice H024 e altri 35.870 nel codice H05K. È la stessa logica di fondo che ha attraversato, sempre nel comparto della distribuzione moderna, il caso della migrazione di una grande catena di elettronica pugliese dal Ccnl pirata Anpit-Cisal al Ccnl Confcommercio, concordata solo pochi mesi fa e destinata a completarsi in modo graduale entro il 2030: anche lì la vera domanda non era quanti contratti esistessero sulla carta, ma quante persone restassero effettivamente inquadrate con condizioni diverse durante la transizione.
Il dato Cgil Sicilia fa esattamente l’operazione di metodo giusta: misura lavoratori coperti, non contratti depositati. Ma lo fa su un perimetro diverso da quello della stima Confcommercio, quello dell’intero settore privato regionale esaminato, non del solo terziario e turismo dove il fenomeno è tradizionalmente più concentrato. Questo rende i due numeri difficili da sovrapporre senza una correzione settoriale: non è possibile dire, sulla sola base di questi dati, se in Sicilia il dumping contrattuale sia più diffuso che nella media nazionale del comparto dove storicamente attecchisce di più, o se il confronto tra un 8,3% regionale su base ampia e un dato nazionale circoscritto al terziario stia semplicemente misurando due cose diverse con la stessa etichetta.
Che una misurazione per lavoratori coperti, invece che per contratti depositati, sia possibile e affidabile lo dimostra un altro pezzo di contrattazione collettiva, questa volta dal lato opposto della rappresentanza: il settore Confindustria. Lì, secondo il Testo Unico sulla Rappresentanza del 2014 e il successivo accordo del 2017, Inps e Ispettorato nazionale del lavoro misurano ogni anno, ponderando dato associativo ed elettorale, quanto pesano davvero le confederazioni nei singoli Ccnl di categoria. L’ultima rilevazione, riferita al 2024, ha riguardato 27 Ccnl dell’area Confindustria per circa 4 milioni di lavoratori, e ha certificato che Cgil, Cisl e Uil coprono in media oltre il 91% della rappresentanza sindacale complessiva in quei contratti.
È un impianto di misurazione istituzionale, validato e ripetuto ogni anno, che nel settore industriale esiste da più di un decennio. Nel terziario, nel commercio e nei servizi, dove il dumping contrattuale attecchisce quasi per definizione più facilmente per la maggiore frammentazione datoriale e la minore sindacalizzazione, un impianto equivalente semplicemente non c’è: si procede per stime, per osservatori regionali o provinciali costruiti da chi ha i dati amministrativi a disposizione, per report che nascono da una singola Camera del Lavoro e si allargano quando trovano capienza. L’Osservatorio siciliano non inventa un metodo nuovo, importa nel comparto che ne ha più bisogno una logica di misura che nel settore industriale è già routine da anni.
È una domanda che vale la pena lasciare aperta, perché la sua risposta cambierebbe il modo in cui questo dato dovrebbe essere usato nel dibattito pubblico. Se il fenomeno siciliano risultasse, una volta corretto per settore, in linea con la media nazionale del terziario e turismo, il valore del dato starebbe soprattutto nel metodo: un Osservatorio regionale che, nato da un pilota provinciale, dimostra che si può misurare il dumping contrattuale contando le persone invece delle sigle, ed è pronto a farlo su scala più ampia di quanto abbia fatto finora chiunque altro in Italia. Se invece risultasse superiore, la Sicilia diventerebbe un caso a sé, da spiegare con le caratteristiche proprie del mercato del lavoro regionale, come la quota elevata di rapporti a termine reiterati che la stessa Cgil di Ragusa ha documentato a livello provinciale.
Resta comunque il punto di metodo, che precede qualunque risposta a quella domanda: la proposta di un Durc contrattuale, avanzata proprio dalla Cgil di Ragusa come strumento per certificare le imprese sulla base della contrattazione applicata, avrebbe senso solo se costruita sulla stessa unità di misura che l’Osservatorio siciliano ha già scelto di usare, i lavoratori coperti, non i contratti depositati al Cnel. È la differenza tra uno strumento che certifica la carta e uno che certifica le persone, e la Sicilia, con questo dato, ha già indicato quale delle due strade considera quella giusta. Resta da vedere se il resto del dibattito nazionale la seguirà, o se continuerà a contare le sigle finché non sarà costretto a fare altrimenti.



