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Non giriamoci intorno. In Sicilia il blocco dei trasporti si è di fatto sciolto quando è intervenuto Giovanni Arena. Non un ministro, non il governatore, non un prefetto: l’amministratore del gruppo leader della grande distribuzione nell’isola, a nome dell’intera GDO, quindi sia per Federdistribuzione ma anche per la Confcommercio siciliana. In queste vicenda l’autorevolezza è data dalla rappresentatività. Non dalla ragione.

Il Comitato degli autotrasportatori siciliani, guidato da Salvatore Bella, lo ha ringraziato pubblicamente per la mediazione. Conviene soffermarsi sulla scena, perché è insolita: a ringraziare non è la parte che il blocco lo subiva, ma quella che lo aveva proclamato.

Il quadro era questo. Dalla Calabria alla Sicilia, passando per Puglia, Basilicata e Campania, gli autotrasportatori chiedevano al governo provvedimenti immediati contro il caro carburante. In Sicilia, dove il Comitato parlava di adesione totale, i camion restavano nei piazzali e i semirimorchi carichi non venivano ritirati dalle navi; il 19 ottobre L’Espresso descriveva il blocco di tutti i porti dell’isola, con la sola eccezione dell’ortofrutta in transito dallo Stretto di Messina. Sul continente i camionisti presidiavano i caselli di Nola, sull’A30, di Caianello, sull’A1, e di Caserta Sud. Fuori da una scuola superiore, studenti e autotrasportatori si ritrovavano sotto lo stesso slogan: i serbatoi sono vuoti, e la pazienza pure. Intanto, nei supermercati siciliani, gli scaffali di frutta e verdura si svuotavano, e le carenze si allargavano a Puglia e Campania.

Il conto del danno lo hanno presentato in molti, e con parole simili. Coldiretti Sicilia ha parlato di una vera e propria tragedia, perché i prodotti sono già raccolti e confezionati e, senza trasporto, marciscono. Il Codacons ha minacciato denunce in tutte le Procure siciliane per il reato di blocco stradale, pur dichiarando di condividere le ragioni dei camionisti. Federconsumatori ha avvertito che cinque giorni di fermo quasi totale avrebbero potuto lasciare senza rifornimenti gran parte della grande distribuzione alimentare e i negozi più piccoli. In queste ore ANCD-Conad, ha parlato di perdite di derrate deperibili per decine di milioni di euro. 

Ora, la cosa notevole è che nessuno, in questa lunga lista, negava le ragioni di chi protestava. Le condividevano le associazioni dei consumatori, le condivideva il Codacons, le riconosce lo stesso comunicato di Conad, che descrive un settore colpito, come l’intera filiera, dai rincari dei costi operativi ed energetici. Di ragioni, insomma, ce n’erano in abbondanza, e tutte riconosciute. Eppure non bastano a sbloccare nulla. Servono a promuovere un ulteriormente incontro.  Un blocco stradale non si scioglie perché chi lo fa ha ragione, e nemmeno perché ha torto: si scioglie quando qualcuno che entrambe le parti ascoltano riesce a dire una frase che l’altra parte può accettare. E la politica, se è in sintonia con che è sul campo, coglie la via d’ uscita.

Giovanni Arena aveva questo credito, e non lo aveva improvvisato in una settimana di crisi. Già il 14 aprile, quando la protesta dei trasportatori rallentava di almeno la metà l’ingresso delle merci nella grande distribuzione, aveva scelto un tono che pesava ogni parola: scaffali vuoti non erano un’ipotesi da escludere, ma al momento la mobilità delle merci dentro l’isola era garantita dai trasportatori dell’ultimo miglio, quelli che portano la merce dai centri di distribuzione ai punti vendita. Non gridava al panico e non minimizzava, e riconosceva ai camionisti proprio il ruolo che avevano nella catena. Chi parla così a una controparte che si sente ignorata viene ascoltato, perché ha dimostrato di vedere la sua posizione.

Poi c’è la storia dell’uomo e del gruppo. Sta dentro due circuiti diversi, quello dell’impresa di famiglia e quello della rete consortile, e un’autorevolezza così non si improvvisa e non si delega: è un credito accumulato in anni di rapporti, che in un giorno di crisi si può spendere.

Ci sono poi gli altri autorevoli protagonisti che sono scesi in campo. Il 20 ottobre, riferisce ANCD-Conad, governo e associazioni di rappresentanza degli operatori del trasporto avevano raggiunto delle ipotesi di accordo. Eppure, il giorno dopo, blocchi e presidi continuavano a paralizzare il trasporto merci in diverse aree del Paese, con particolare gravità al Sud. Chi aveva sottoscritto l’ipotesi, a quanto si vede, non è riuscito a far sciogliere chi stava ai caselli. È la distanza che separa la rappresentanza dall’autorevolezza: la prima si certifica con una sigla e un tavolo, la seconda si misura su chi, quando parla, viene davvero seguito. Nel vuoto che ne è nato, a muoversi sono stati soggetti che non erano parte formale della trattativa ma avevano abbastanza credito per metterla in moto.

Si capisce così il senso delle uscite di Conad e delle cooperative Coop di queste ore, che puntano lo stesso obiettivo. ANCD-Conad, per voce del presidente Maurizio Pelliconi, valuta positivamente l’ipotesi di intesa con il governo, ma chiede alle autorità di ripristinare la libera circolazione e la legalità, sostenendo che la sicurezza alimentare è un servizio pubblico essenziale e che la libertà di manifestare non può tradursi nella lesione del diritto dei cittadini a ricevere cibo fresco. 

È un appello che chiede ad altri, allo Stato e agli stessi trasportatori, di fare qualcosa. Ernesto Dalle Rive, presidente e direttore generale di Nova Coop, ha scelto un’altra strada. Insieme a Coop Italia e alle cooperative si è impegnato a non sostituire i prodotti mancanti con acquisti dall’estero e ha chiesto ai soci, se servirà, un piccolo sacrificio per dare un segnale alle categorie produttive più sotto pressione. Lo ha motivato con una formula che vale la pena riportare:«non piegarci alla logica del business ad ogni costo».

La differenza non è di stile. Un appello al ripristino della legalità, pronunciato quando un’ipotesi di accordo è già sul tavolo, pone il tema della rappresentatività  dei presenti  e dice agli altri, a cominciare dalla governo,  che cosa devono fare. Rinunciare a rimpiazzare con merce estera ciò che manca sugli scaffali ha un costo, in margini e in disponibilità di prodotto, che chi parla sostiene in prima persona. L’autorevolezza ha a che fare anche con questo. Ma rischia di non essere sufficiente per la tensione sociale prodotto da contesto.

Anche Giovanni Arena parlava a nome della parte che dal blocco subiva il danno più visibile, gli scaffali vuoti, ma non era un rappresentante dello Stato, e questo gli ha forse permesso di sedersi al tavolo con chi il blocco lo aveva proclamato.

Questo, lo voglio sottolineare, non toglie nulla ai numerosi interventi di autorevoli esponenti della GDO. Sono assolutamente necessari. Ma sono messaggi che auspicano interventi che spingano il Governo a farli smettere, mentre quello delle cooperative dice agli agricoltori di non essere soli. Quale di questi sposti di più è una domanda a cui la cronaca di questi giorni non dà ancora risposta.

Il governo troverà, con ogni probabilità, le risorse per chiudere la vicenda: l’ipotesi di accordo del 20 ottobre dice già in quale direzione si andrà. Lo scandalo non sta nella cifra che verrà messa sul tavolo. Sta nel tempo che ci si è messo ad arrivarci, e nei danni che il tempo ha prodotto: tonnellate di ortofrutta, latte e carne bloccate su mezzi e magazzini, derrate perse per decine di milioni, famiglie e quartieri dove, secondo Conad, le forniture di alimenti essenziali hanno cominciato a interrompersi. Sono costi che nessun provvedimento restituirà. Ed è difficile non vedere un legame tra questi giorni persi e l’assenza, fra i protagonisti della vicenda, di qualcuno che avesse insieme la legittimità per parlare e il credito per essere ascoltato.

Resta una domanda che riguarda il dopo. In Sicilia a sbloccare è stato un imprenditore che rappresenta un ponte tra associazioni che, avendo chiaro il cambio di contesto sociale, economico e internazionale, non si è baloccato tra “confluenza” e “convergenza” armeggiando lo specchietto retrovisore. Ha deciso di trovarsi per ruolo e per storia, nel posto giusto, assumendosene la responsabilità. Altrove, in Campania, in Puglia, in Calabria, dove i blocchi continuano, non si è vista, per ora, una determinazione equivalente.

È stato un caso fortunato, legato a un uomo e a un territorio, oppure è il segno di una traiettoria che va interpretata con un approccio nuovo? La grande distribuzione, ultimo anello di una filiera che sente il blocco prima di tutti, potrebbe essere l’unico soggetto con interesse e credibilità per ricucire quando la politica non ci riesce. Senza limitarsi al lamento inconcludente. E se è così, varrebbe la pena di lavorare per costruire questo raccordo, non necessariamente attraverso vecchi schemi, prima della prossima crisi o quando, costi e i salari, dovranno trovare un equilibrio soddisfacente nel  CCNL che deve essere rinnovato,  invece di scoprirlo e subirlo ogni volta..

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