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Otto ore di sciopero, un hub logistico, quasi seicento addetti alla lavorazione del pesce. Venerdì 16 ottobre molti di loro, dicono i delegati sindacali, hanno incrociato le braccia nel reparto pescheria dell’hub Esselunga. L’appello all’astensione è arrivato firmato da tre nomi, uno per ciascuna sigla confederale: Cristina Ronco per la Filcams Cgil, Mattia Rago per la Fisascat Cisl, Lucia Di Iorio per la Uiltucs. Che i tre firmassero insieme è già una notizia, perché l’ultima volta che questo fronte si era incrinato, nell’estate del 2025, era accaduto attorno a un rinnovo contrattuale e con parole pesanti. Il giorno prima, il 15 ottobre, c’era stato l’incontro con la direzione aziendale. Secondo i sindacati non ha portato concessioni all’altezza delle richieste degli addetti: le risposte alle istanze avanzate da tempo, sostengono, sono rimaste senza seguito.

Le richieste sono due, e sono piccole solo in apparenza. La prima è l’indennità per il lavoro in cella frigorifera: l’azienda, dicono i delegati, non intende riconoscerla a tutti coloro che lavorano in quegli ambienti. La seconda è il buono pasto, che il datore di lavoro non vuole rinnovare a tempo indeterminato e che, sempre secondo i sindacati, non ha intenzione di riattivare almeno fino all’ultimo trimestre del 2027. Va detto con chiarezza che la fonte è sindacale: la replica di Esselunga non compare nel testo da cui parto, quindi quello che segue è una lettura della vertenza così come la raccontano i delegati, non un verdetto sulle ragioni dell’una o dell’altra parte. Ma anche così, quell’orizzonte temporale merita di essere guardato da vicino, perché è lontano più di un anno e cade in prossimità del rinnovo del contratto nazionale della distribuzione moderna, atteso nel 2027.

Per capire perché queste due voci pesino tanto bisogna tornare indietro. Dal giugno 2024 gli addetti alla lavorazione del pesce non sono più lavoratori di cooperative e consorzi che si davano il cambio nell’appalto: sono dipendenti diretti di Esselunga, passati con specifici accordi sindacali che hanno chiuso la lunga stagione dell’avvicendamento continuo di società esterne. Non era un caso isolato. Già a febbraio 2024 l’azienda aveva assunto, senza periodo di prova, il personale di nove società appaltatrici dell’e-commerce, circa duemila persone, applicando il contratto nazionale della distribuzione moderna e l’integrativo aziendale; i sindacati parlano di oltre tremila assunzioni a tempo indeterminato complessive grazie ai protocolli firmati nel 2024. La Fisascat Cisl definì l’intesa senza precedenti nella grande distribuzione. E tutto questo è maturato sullo sfondo delle inchieste della Procura di Milano sui cosiddetti serbatoi di manodopera, che in quegli anni hanno attraversato la logistica del settore.

Qui sta il punto che mi interessa. L’internalizzazione è stata raccontata, giustamente, come la fine di un modello: quello in cui la vertenza aveva sempre due controparti, e ciascuna poteva indicare l’altra. L’appaltatore diceva che le condizioni dipendevano dal committente, il committente che dipendevano dal contratto d’appalto. Era un sistema che produceva conflitto, ma lo produceva in modo diffuso, e soprattutto lontano dal marchio. Con l’internalizzazione tutto questo scompare. La controparte è una sola, e porta il nome sull’insegna. È la conseguenza diretta di ciò che Esselunga è: un gruppo a proprietà unitaria, una famiglia, una sola cabina di regia, nessun consorzio di imprenditori indipendenti da mettere d’accordo. È la stessa struttura che permette di decidere da soli, e in fretta, un’internalizzazione da migliaia di persone. Ma è anche la struttura che toglie ogni schermo quando il conflitto arriva: al tavolo del 15 ottobre non c’era nessun altro a cui girare la richiesta.

La storia recente di questa vertenza dice che il tavolo aziendale non è mai stato semplice. Il rinnovo contrattuale del luglio 2025 aveva aperto una crepa nel fronte sindacale, con la Fisascat Cisl che era arrivata a ipotizzare una condotta antisindacale da parte di Esselunga. Era stato previsto uno sciopero per l’11 novembre, poi revocato con la convocazione di un tavolo di raffreddamento. Le trattative sono proseguite per tutto il primo semestre del 2026, per poi complicarsi di nuovo fino all’astensione di venerdì. Il raffreddamento, in altre parole, ha comprato tempo, non un accordo. E quando un conflitto viene congelato anziché risolto, ogni data in calendario assume un peso: è la domanda che qualunque delegato si pone, soprattutto davanti a un buono pasto che tornerebbe, nella migliore delle ipotesi, tra un anno.

C’è un altro elemento che rende queste otto ore meno simboliche di quanto sembri, ed è la merce. Il pesce è tra i prodotti più deperibili che passano da un hub, e Esselunga lo sa meglio di chiunque. Lo scrisse l’azienda stessa nell’aprile 2025, durante lo sciopero dei driver della consegna a domicilio: denunciò gravi disservizi e significativi sprechi di prodotti freschi, tra cui pane, carne, pesce, frutta e verdura, rimasti bloccati nei magazzini, e annunciò che avrebbe valutato la cassa integrazione per circa 750 persone nei centri coinvolti. Allora a fermarsi erano lavoratori esterni, e a pagare con la cassa integrazione furono i dipendenti interni del deposito milanese di via Dione Cassio. Oggi a fermarsi sono i dipendenti diretti, nel cuore della filiera del fresco: la catena del freddo, per sua natura, non concede molte finestre in cui il conflitto possa aspettare.

C’è poi una questione che riguarda la natura stessa dell’indennità di cella frigorifera. Se non viene riconosciuta a tutti, dentro una platea di quasi seicento persone con lo stesso datore, lo stesso contratto e lo stesso reparto si crea una distinzione tra chi la percepisce e chi no, e quella distinzione non passa più per l’appalto di provenienza ma per un criterio interno all’azienda. È il vecchio nodo della clausola sociale e dell’articolo 2112 del codice civile, che nei pezzi sul lavoro nel retail ritorna sempre: garantire il posto di chi passa da un appalto all’altro, o da un appalto al datore finale, non significa garantire in automatico la somma delle piccole voci, indennità, buoni, turni, che rendevano quel lavoro sostenibile. La tutela dell’occupazione arriva per prima, quella del contorno richiede una seconda partita, e spesso è quella che si gioca dopo, negli hub dove il lavoro si svolge in ambienti a temperatura controllata.

Il confronto con i conflitti che abbiamo raccontato nei mesi scorsi nella logistica della GDO è istruttivo. A Somaglia, a Tortona, a Piacenza le rivendicazioni erano in larga parte le stesse, sicurezza, ticket mensa, parità di trattamento, ma l’interlocutore restava sempre un passo più in là: il tavolo locale rimandava al nazionale, l’appaltatore alla committenza. Alla pescheria dell’hub Esselunga accade l’opposto: il tavolo è quello giusto, l’interlocutore è quello giusto, nessuno rimanda a nessuno, e il tavolo non produce risultati. Nello stesso sistema logistico, poi, convivono due mondi. Gli addetti alla pescheria sono dentro. I driver delle consegne a domicilio, almeno secondo gli accordi dell’autunno 2025, lavorano ancora per società appaltatrici: diciotto euro al giorno di trasferta fissati nell’intesa regionale di filiera, dopo mesi di scioperi. Due modi di organizzare il lavoro, due livelli di tutela, e un solo marchio sulla divisa e sul furgone.

Resta una domanda, ed è quella che questo sciopero lascia aperta. L’internalizzazione del 2024 è stata il gesto grande, quello che ha fatto titolo, dopo anni di inchieste e di avvicendamenti. Ma un gesto grande si consuma in un giorno, mentre il lavoro quotidiano si misura in voci minuscole: un’indennità, un buono pasto, una data nel calendario. Il problema qui di non era solo l’appalto, oppure l’appalto, uscendo dalla porta, ha lasciato in casa il suo modo di contare i costi. E ultimo ma non meno preoccupante,  i Cobas si stanno infilando nella vicenda in corso e rilanciano con la richiesta di riunire le rivendicazioni di 1.800 addetti di Biandrate con i 3.300 degli altri poli.  Si punta a un adeguamento salariale di 500 euro, comprensivo anche del maggiore costo del carburante.

 

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