Il 16 ottobre Federdistribuzione ha diffuso una nota di poche righe, ripresa quasi per intero dalle agenzie. Esprime «forte preoccupazione» per i blocchi dell’autotrasporto in Sicilia e Puglia, riconosce il diritto a manifestare, chiede di garantire l’ordine pubblico perché le merci continuino a circolare e aggiunge che «è urgente che il confronto tra istituzioni e le parti interessate porti a soluzioni concrete» sui costi energetici. Nessun numero, nessuna insegna citata, nessun accenno a scaffali vuoti. Vale la pena notarlo, perché nelle stesse ore i titoli parlavano di supermercati a secco. La nota è molto più prudente di quei titoli: parla di rischio. Da allora qualcosa si è mosso.
Il fermo è nato al Sud e si regge su una geografia a macchia. In Sicilia il Comitato trasportatori siciliani, guidato da Salvatore Bella e forte, secondo Avvenire, di circa settemila imprese; in Calabria Fedralog, con una quindicina di presidi tra Lamezia Terme, Gioia Tauro e Cosenza; tra Campania e Puglia caselli, tangenziali e colonne lente. In Sicilia e Calabria il fermo è di centoventi ore, dal 16 al 20 ottobre. Il motivo è il gasolio: oltre cinquanta centesimi in più al litro dall’inizio della guerra, secondo il presidente di Conftrasporto Pasquale Russo, con 2,30 euro al litro secondo Bella e 2,50 in Calabria. In un Paese dove oltre l’80% delle merci viaggia su gomma, sono numeri che non restano dentro il perimetro di una categoria.
I segnali dai punti vendita, all’inizio, erano pochi e localizzati. A San Severo, nel Foggiano, secondo una ricostruzione di Lifestyleblog un supermercato è rimasto quasi senza carne, pane e prodotti da forno perché un camion atteso per il martedì è rimasto fermo circa tre giorni; e Confesercenti Puglia ammette di non avere ancora dati dettagliati. Poi, sabato 17, il primo caso con un nome in Sicilia: a Castelvetrano, nel Trapanese, la cronaca di un sito locale riferisce una carenza di prodotti freschi «particolarmente evidente» nei supermercati, con diversi espositori vuoti o scarsamente riforniti. Per giorni nessuna fonte ha indicato un’insegna. Domenica 18 compare la prima: scaffali vuoti all’Eurospin di via Tasca Lanza, a Palermo, in una foto di Igor Petyx per Repubblica Palermo (un banco frigo, a giudicare dall’immagine); a Messina si parla di scaffali «parzialmente vuoti» ma senza particolari criticità; BlogSicilia segnala, senza nominare l’operatore, pomodori, insalate e finocchi spariti e un pomodoro che sfiorerebbe i dieci euro al chilo, notizia da verificare.
Nello stesso articolo di Castelvetrano c’è il dato forse più interessante. A Palermo, nelle ultime ore, è aumentata l’affluenza nei supermercati e nei distributori di carburante, con cittadini che fanno scorte per timore di ulteriori difficoltà; e subito dopo, la precisazione che non si segnalano emergenze generalizzate. Quando una città fa la spesa per paura, la domanda di un giorno si sposta sul giorno prima, e le scorte del punto vendita durano meno di quanto avrebbe fatto il fermo da solo. È un’interpretazione, non un dato: nessuno quantifica quanto del vuoto di uno scaffale dipenda dal camion che non arriva e quanto dal cliente che anticipa l’acquisto.
Domenica 18, terzo giorno di fermo, le cronache dicono cose diverse. Today parla di magazzini e banchi «semivuoti», specialmente nei reparti di frutta, verdura, latte e carne, e di distributori a secco con lunghe code. Quadro Chiaro scrive invece che in Sicilia gli scaffali non sono vuoti ovunque: a Palermo si compra in anticipo, il fresco (ortofrutta, latticini, carne e pesce) è il più esposto. In alcuni supermercati di Gela, questa mattina, era evidente la presenza di scaffali quasi del tutto vuoti. Generi alimentari come la pasta ma anche l’acqua iniziano a scarseggiare. La situazione attuale non è comunque uguale per tutti i supermarket locali. Le testate, lo stesso giorno, hanno toni lontani, e quasi nessuna porta un numero.
Ed è qui che il quadro cambia. Il Comitato trasportatori siciliani ha deciso di allentare il fermo: da lunedì via libera ai viaggi dell’ortofrutta, in una prima fase solo via terra attraverso lo Stretto, per svuotare le celle frigorifere e non far deperire il raccolto; la logistica intermodale resta in attesa finché il ministro non firma il protocollo. A mediare è l’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino. Lo scaffale vuoto è dunque entrato nella trattativa: la categoria che lo usava come leva lo gestisce come costo, e lo scambio (freschi sì, il resto no) mostra che il blocco si può calibrare. Il via libera però parte solo lunedì e riguarda l’ortofrutta, non il resto del carrello. E il pomodoro a dieci euro, se verificato, parlerebbe di un’altra partita, quella della speculazione, contro cui il viceministro Rixi ha detto di voler agire.
Il quadro, a ben vedere, è meno nitido di quanto l’urgenza lasci intendere, e il vuoto di informazione lo riempie la politica: la senatrice Ketty Damante denuncia scaffali con «buchi» in alcuni supermercati del Sud, senza dire quali. E la distribuzione non è sola nell’elenco delle preoccupate: l’Anav Sicilia avverte per i servizi di trasporto pubblico, e sabato un lungo corteo di trattori ha rallentato la statale 624 Palermo-Sciacca.
Su chi stia bloccando le strade, e con quale titolo, si è aperto anche un fronte giuridico. Russo è il primo a dire che si tratta di «proteste spontanee, non governate e non proclamate dalle associazioni di categoria»; Bella non capisce perché il ministro Salvini abbia convocato le sigle che non scioperano. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha scritto il 16 ottobre che «manifestare è lecito e degno di rispetto», ma che «bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato», giudicando «grave e intollerabile» che «milioni di italiani rischino di vedere negozi privi di merce». Né lui né il viceministro Rixi («è sacrosanto manifestare. Ma non si blocca un Paese») citano una norma.
Quella che oggi punisce il blocco stradale è stata riscritta dal decreto sicurezza del 2025: l’articolo 1-bis del decreto legislativo 66 del 1948 prevede, secondo il testo riportato da Sicurauto, la reclusione fino a un mese o la multa fino a 300 euro per chi impedisce la circolazione «ostruendo la strada con il proprio corpo», e da sei mesi a due anni se il fatto è commesso da più persone riunite. Se questa formula si applichi a una fila di camion lo diranno i magistrati: nelle fonti consultate non risultano denunce. Il punto da notare è come lo scaffale vuoto entri nel ragionamento: il rischio di negozi senza merce è l’argomento con cui si qualifica il blocco come illecito, ed è lo stesso con cui Federdistribuzione chiede l’ordine pubblico. Ministro e insegne dicono, con parole diverse, la stessa cosa, e per questo conta che quell’immagine resti un rischio documentato e non una suggestione.
La vertenza intanto si sposta sul piano istituzionale. Sabato il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha sentito Salvini. Dopo la telefonata ha annunciato che martedì 20 ottobre a Milano si terrà un tavolo al quale, per la prima volta, parteciperanno anche gli autotrasportatori siciliani. La Regione garantirà «risorse certe contro il caro-carburante» con le variazioni di bilancio all’Assemblea regionale, senza indicare importi. Il Comitato non si accontenta. Bella: «Se il ministro Salvini accetta di firmare il protocollo d’impegni e incontrarci il 20 ottobre revochiamo il fermo. Diversamente rimane fino al 27 ottobre». Le richieste sono precise: circa 104 milioni di contributi arretrati, 70 milioni per la terza annualità, 430 milioni di crediti d’imposta sul gasolio legati a domande già presentate, altri 400 milioni per quattro mesi oggi senza tutele. Non sono, in larga parte, sconti nuovi: è denaro che il comitato considera già previsto e non arrivato. È una vertenza sull’esigibilità delle promesse, e spiega perché una dichiarazione d’intenti non basti.
Qui sta l’asimmetria che il calendario rende evidente. La trattativa ragiona per date: il tavolo di Milano il 20, la scadenza dell’ultimatum il 27, dodici giorni complessivi dal 16 se nulla si sblocca. Lo scaffale ragiona per giorni, e quello dell’ortofrutta è il primo a registrare la differenza. Da domenica a martedì ci sono due giorni in cui il sistema deve reggere comunque, con una domanda già anticipata e con l’ortofrutta che riparte solo da lunedì, mentre il governo, scrive Today, vuole accelerare per disinnescare la protesta prima che si estenda, e il rischio è che proposte giudicate troppo «povere» la facciano proseguire. Federdistribuzione chiedeva un confronto urgente; il confronto c’è, ma la sua data non coincide con quella della merce.
Resta una domanda di metodo. Le cronache dicono che «non si segnalano emergenze generalizzate»: una formula che si legge facilmente come rassicurazione. Ma da cosa si capisce che una carenza localizzata sta diventando generalizzata? Con quale soglia, misurata da chi, comunicata quando? Finché a stabilirlo saranno un sito locale, una senatrice e i titoli dei giornali, e non chi possiede davvero i dati di vendita e di scorta, la differenza tra un disagio e una crisi la farà la narrazione. E la narrazione, come mostra Palermo, ha già cominciato a muovere i carrelli.



