Il primo ottobre scrivevo che per Tesco in Cechia e Slovacchia i pretendenti erano tre, e che la parte più interessante della storia non era chi avrebbe vinto, ma il fatto che Tesco avesse deciso di vendere l’Ungheria separatamente. Oggi la prima metà di quella domanda ha una risposta. Tesco ha concordato la cessione delle attività ceche e slovacche ad Ahold Delhaize, per un valore d’impresa di 1,7 miliardi di euro, circa 1,5 miliardi di sterline. Non ha vinto Schwarz, che con Lidl e Kaufland è già presente in entrambi i paesi. Non ha vinto Biedronka, la più veloce ma la meno radicata. Ha vinto il pretendente che in Cechia ha già una rete in diretta concorrenza con quella di Tesco: Albert la più grande catena di supermercati della Repubblica Ceca per numero di punti vendita (335) di proprietà della multinazionale olandese-britannica Ahold Delhaize.
Il perimetro è quello descritto a settembre, con qualche precisazione. Entrano tutti i negozi e gli uffici nei due paesi e i centri di distribuzione di Kralupy, Prešov e Beckov: più di 360 punti vendita diretti tra supermercati, ipermercati e prossimità, più di cento negozi in franchising. Tesco ha confermato all’agenzia ceca ČTK che nell’accordo c’è anche Žabka. Ahold parla di circa 3,5 miliardi di euro di vendite e di oltre 14.000 dipendenti, Tesco di 2,9 miliardi di sterline: la stessa azienda raccontata in due valute e, probabilmente, con due criteri di calcolo. Il prezzo, in ogni caso, vale circa mezzo euro per ogni euro di vendite. La stampa ceca precisa che il valore d’impresa comprende le passività da leasing, e questo aiuta a capire perché a Tesco, prima di imposte e costi dell’operazione, resteranno circa 1,2 miliardi, in gran parte destinati a un nuovo riacquisto di azioni proprie. Non finiscono in nuovi negozi, né in Europa né altrove: tornano agli azionisti. L’amministratore delegato Ken Murphy parla di un gruppo più semplice e di un’attenzione più concentrata su Regno Unito e Irlanda, e ringrazia i colleghi per trent’anni di lavoro. Vale la pena notare che Tesco vende a conti appena rimessi in ordine: Tesco Stores ČR ha chiuso l’esercizio a febbraio con un utile di 387 milioni di corone.
Nel pezzo di ottobre avevo descritto Ahold come il pretendente con la rete più complementare e, nello stesso momento, con la governance meno stabile. Claude Sarrailh, alla guida della divisione europea dal 2024, aveva annunciato a maggio il passaggio a Esselunga, con uscita effettiva a novembre. Margaret Versteden-van Duijn, la sua successora, era entrata come Executive Vice President il primo ottobre, ma la nomina piena nel management board dipendeva ancora da un’assemblea straordinaria degli azionisti. Petr Pavlik aveva lasciato il vertice di Albert in Cechia già ad aprile. Due transizioni sovrapposte, scrivevo, proprio nel paese al centro del dossier.
Il comunicato di oggi dice altro: a commentare l’accordo, accanto al CEO del gruppo Frans Muller, c’è proprio Versteden-van Duijn, con il titolo di CEO Europe & Indonesia. La lettura più semplice è che un’operazione di questa taglia non la decida una divisione, e nemmeno chi la guida da poche settimane: la decide il gruppo, e la fragilità che vedevo era delle persone, non della macchina. Il dato che mi sembrava un ostacolo, insomma, non lo è stato. Resta una coincidenza di calendario: la firma arriva a poche settimane dall’addio di Sarrailh, che lascia Ahold per guidare Esselunga.
Ma la parola «complementare» appartiene ai banchieri d’affari. Per un’autorità antitrust si chiama sovrapposizione. Lo dice la versione internazionale del comunicato di Ahold, senza giri di parole: a integrazione completata e dopo la rimodellazione del portafoglio negozi, Albert e Tesco Cechia insieme diventeranno la prima insegna del paese per quota di mercato. Insegna, non gruppo. Nella versione ceca dello stesso comunicato, invece, la parola «prima» non compare: si parla di «significativo ampliamento della rete» e di due retailer che «si completano a vicenda». Può essere solo una scelta di tono in attesa dell’ÚOHS. Lo stesso testo ricorda che Albert ha esperienza nel trasformare i negozi acquisiti sotto la propria insegna, e per molti Tesco cechi questo può voler dire un nome nuovo sull’ingresso.
Per le stime di Morgan Stanley che citavo a ottobre, Schwarz è già quattro volte e mezzo più grande di Tesco in Cechia, ma ripartisce le vendite tra due marchi, Lidl e Kaufland. Ahold non sarà necessariamente il gruppo più grande, ma l’insegna più grande, e la differenza è il tipo di sfumatura su cui si costruisce una notifica antitrust. L’ufficio ceco per la concorrenza, l’ÚOHS, ha fatto sapere alla ČTK di non aver ancora ricevuto alcuna notifica. In casi simili le autorità guardano alla densità dei punti vendita nelle singole aree, non solo alle quote nazionali, e possono imporre la cessione di negozi a terzi. Il comunicato non dice quali negozi né quanti; dice solo che il portafoglio verrà rimodellato, formula che ha un destinatario preciso: è probabile che in diverse zone Albert e Tesco abbiano un punto vendita a poca distanza l’uno dall’altro, e qualcuno dovrà scegliere quale tenere. Tesco prevede la chiusura nella seconda metà del 2027, Ahold nel quarto trimestre: più di dodici mesi in cui un prezzo già scritto convive con un perimetro non ancora garantito.
La Slovacchia racconta un’altra storia. Lì Ahold non ha alcuna presenza: compra circa 180 punti vendita e vendite attorno a 1,5 miliardi di sterline, e per la prima volta entra in un mercato nuovo, con l’ambizione dichiarata di una posizione di primo piano. Qui la sovrapposizione non è il problema; il problema è che a Bratislava e dintorni Biedronka, che apre negozi dal marzo 2025, vede arrivare un concorrente di scala proprio dove sperava di crescere da sola. Sui 14.000 dipendenti dei due paesi, poi, il comunicato non prende impegni espliciti: parla di squadre locali che conoscono clienti e comunità, non di numeri su occupazione e rete. È una di quelle frasi che chi ha fatto relazioni industriali impara a leggere due volte, e che le sedi e i centri di distribuzione di Kralupy, Prešov e Beckov leggeranno con particolare attenzione.
Poi c’è l’Ungheria, che nel comunicato è una riga e nella sostanza è il punto. Resta a Tesco, che continuerà a valutare tutte le opzioni sul suo futuro: circa duecento negozi, 1,6 miliardi di sterline di vendite, quasi 9.000 dipendenti. A ottobre scrivevo che la separazione decisa da Tesco prima ancora di ricevere un’offerta era già un verdetto di mercato sul rischio regolatorio ungherese, e che nessuno dei tre pretendenti aveva lasciato circolare il proprio nome su Budapest; Kaufland aveva anzi escluso piani di ingresso.
Oggi quel verdetto ha una forma contabile: il vincitore ha preso due paesi su tre e il terzo è rimasto dov’era. «Valutare tutte le opzioni» è la formula con cui, in genere, si fa capire che un compratore ancora non c’è. Quanto al quadro ungherese, per quanto risulta alle fonti che ho consultato il governo di Péter Magyar ha dichiarato il price cap sotto revisione, ma non lo ha abolito, e le tasse speciali sui retailer a capitale estero sono al loro posto. Finché il quadro resta così, nessun compratore ha motivo di scommettere su una regola che ha già superato un cambio di governo.
C’è poi la cornice, che il mercato conosce a memoria. Nel 2007 Terry Leahy prometteva che Tesco sarebbe stata uno dei pochi retailer internazionali di successo. Negli anni sono arrivati l’uscita dalla Corea del Sud nel 2015 per 4,2 miliardi di sterline, quella da Thailandia e Malesia nel 2020 per 8 miliardi, la chiusura di Fresh & Easy negli Stati Uniti, l’addio alla Cina. L’incasso di oggi, un miliardo e mezzo di sterline di valore d’impresa, è una frazione di quanto Tesco ottenne in Asia: è la misura di ciò che resta quando si è già venduto quasi tutto, in un mercato dove la concorrenza dei discount comprime i margini. La stampa britannica lo racconta come l’ultimo capitolo di una ritirata, e in mattinata il titolo guadagnava oltre un punto percentuale. Per gli investitori, a quanto pare, la semplificazione vale più della dimensione.
La domanda aperta, adesso, cambia. Non è più chi compra, ma che cosa. Ahold ha pagato un prezzo definito per un perimetro che non lo è ancora: se le autorità imporranno cessioni nelle zone dove Albert e Tesco si toccano, l’insegna che oggi si annuncia come numero uno in Cechia potrebbe uscirne con una quota più piccola di quella scritta nel comunicato. Dall’altra parte c’è Tesco, che ha venduto il perimetro più facile e si è tenuta il più difficile, o forse è stata semplicemente costretta a quell’ordine. Se sia stato un buon affare per chi vende o per chi compra lo si capirà solo quando le autorità si saranno pronunciate, nel corso del 2027. E se il vero ostacolo ungherese resta il price cap, la domanda è chi, tra Budapest e Tesco, avrà più fretta di muoversi.



