Amazon ha appena annunciato che porterà Kiro, il suo agente AI per lo sviluppo software, gratis per un anno a milioni di studenti in 132 università di 18 paesi, con 1.000 credit al mese e accesso alla versione web senza installazione. Il programma era partito in sordina nel marzo 2026, un pilota su 11 università in due paesi; oggi la scala si moltiplica per dodici e si estende dal Nord America ad Asia-Pacifico, Europa e America Latina. Nel comunicato, Deepak Singh, vicepresidente Agentic AI di AWS, parla di studenti che hanno già costruito un’app di accessibilità per ipovedenti e una piattaforma sanitaria attivata vocalmente, e insiste sul fatto che Kiro insegna lo stesso metodo di “spec-driven development” che usano già Mondelez International, Siemens e Amazon stessa. La cornice è quella della responsabilità formativa: preparare la prossima generazione di “builder” prima che entrino nel mercato del lavoro.
È una cornice plausibile, ma vale la pena guardare l’elenco delle università partecipanti prima di accettarla per intero. Compaiono nomi come ETH Zurigo, EPFL, Imperial College London, Technical University Munich, Seoul National University, l’intero blocco delle politecniche svizzere (otto istituti, il numero più alto in Europa), quattro università rumene, tre spagnole. L’Italia non c’è. Non in questo giro, non nel pilota di marzo.
Il fatto in sé potrebbe essere solo un dettaglio contrattuale — un round successivo, un accordo non ancora firmato. Ma è un fatto che si presta a un rovesciamento più interessante di quello proposto dal comunicato stampa. Amazon non sta semplicemente “investendo” nella formazione: sta acquistando, a costo quasi nullo per sé, la mente degli sviluppatori di domani prima che possano scegliere altrimenti. Chi impara a programmare dentro Kiro, dentro il flusso spec-driven che AWS ha progettato, entrerà nel mercato del lavoro già abituato a quello stack, già capace di parlarne il linguaggio, già portatore — anche inconsapevole — di una preferenza.
Non è generosità: è la versione più efficiente possibile di un lock-in, applicata a monte, prima ancora che esista un cliente da fidelizzare. Non serve nemmeno convincere un’azienda a comprare AWS: basta che i suoi futuri ingegneri l’abbiano già scelta da studenti, per abitudine, prima di sapere che esisteva un’alternativa.
Questo meccanismo non è nuovo, ed è impossibile non riconoscerlo perché è lo stesso che ho raccontato più volte parlando di GDO. Lidl Italia forma i propri responsabili di filiale attraverso “Lidl 2 your career”, un percorso duale con la Camera di Commercio tedesca in Italia (AHK Italien) che produce personale già modellato sui processi Lidl prima ancora di una prima assunzione stabile. Esselunga fa lo stesso da venticinque anni con la Scuola dei Mestieri. Coop lo fa con Coop Next e con le Academy territoriali di Coop Alleanza 3.0 e Unicoop Firenze. In tutti questi casi la retorica pubblica è la stessa di Amazon: formazione, crescita interna, ascensore sociale. La funzione economica sottostante, però, è identica a quella di Kiro: chi si forma dentro il sistema costa meno da trattenere, perché il capitale che ha accumulato — competenze, procedure, linguaggio — vale meno altrove. È lock-in per abitudine, non per contratto, e funziona meglio proprio perché non lo chiami mai con quel nome.
Vale la pena fermarsi anche sul metodo che Amazon dice di insegnare, perché chi ha lavorato per anni nella formazione manageriale del terziario — è il mio caso, tra CFMT e Confcommercio — riconosce lo schema. Lo “spec-driven development” descritto nel comunicato — mappare requisiti, decisioni di design, passi di implementazione, poi verificare che l’output corrisponda alla specifica — non è altro che la traduzione in linguaggio informatico di un principio antico della formazione al lavoro strutturato: prima si definisce cosa deve esistere, poi si delega l’esecuzione, poi si controlla la corrispondenza. Quello che cambia rispetto a un qualsiasi corso di project management è che qui l’esecutore delegato è un agente AI, e chi controlla l’ambiente in cui quell’agente lavora — modelli, credit, infrastruttura — è la stessa azienda che sta insegnando il metodo. Non è formazione neutra trasmessa da un ente terzo: è formazione proprietaria erogata dal fornitore dello strumento su cui quella formazione stessa si esercita, un’integrazione verticale completa tra chi insegna, cosa insegna e su quale piattaforma lo insegna.
C’è una seconda cornice interna al comunicato Amazon che merita di essere aperta, perché nello stesso pezzo compaiono altri due tasselli dello stesso disegno: la Amazon Future Engineer, che negli Stati Uniti ha erogato oltre 70 milioni di dollari in borse di studio dal 2019, e Amazon Career Choice, il programma di formazione per i lavoratori del magazzino. Messi in fila — borse di studio ai liceali, Kiro alle università, Career Choice ai dipendenti già in forza — formano una filiera formativa completa che accompagna una persona dal liceo al magazzino passando per l’università, sempre dentro l’ecosistema Amazon. Nessun passaggio è obbligatorio, ma ogni passaggio rende il successivo più probabile. È lo stesso principio dietro l'”ascensore sociale” che ho raccontato a proposito della GDO italiana — i percorsi di crescita interna di Femia, Hoggett, Latini — solo che qui la scala è pianificata da un’unica regia globale invece di emergere carriera per carriera.
E qui il rovesciamento incontra un tema che ho già affrontato scrivendo del perché nessuna insegna italiana della grande distribuzione compaia oggi tra i partner di ChatGPT, Gemini o degli assistenti d’acquisto AI che Instacart, Albertsons, Carrefour Francia e Belgio, Loblaw e Glovo hanno già integrato. In quel pezzo la spiegazione non era il ritardo culturale, ma la struttura: la GDO italiana funziona per centrali d’acquisto federative — Selex, Conad, VéGé — consorzi di imprenditori indipendenti senza un singolo soggetto capace di firmare un accordo di piattaforma a nome di tutti, mentre i grandi retailer che hanno integrato l’AI sono soggetti unitari con un centro decisionale unico.
La stessa logica sembra ripetersi qui, un piano più a monte: chi negozia, a nome di quale sistema universitario italiano, un accordo di questo tipo con AWS? Non esiste un interlocutore unico paragonabile a quello che la Svizzera — con la sua tradizione di politecniche federali forti e centralizzate — può mettere sul tavolo con un solo interlocutore, otto atenei coordinati. La Romania, un sistema universitario più piccolo e meno centralizzato di quello italiano, ne ha già portati quattro. Difficile quindi liquidare l’assenza italiana come semplice distrazione: sembra la stessa fragilità istituzionale, applicata a un dominio diverso.
Un ultimo tassello merita di essere segnalato, perché compare letteralmente a fianco della notizia Kiro sul sito Amazon: tra le storie correlate, in evidenza, ci sono gli annunci sulla disponibilità dei modelli Claude di Anthropic — inclusa la generazione Fable — su Amazon Bedrock. Nello stesso giorno in cui AWS regala l’agente di sviluppo agli studenti, rafforza anche l’offerta di modelli su cui quell’agente può girare. È una strategia integrata su più livelli — infrastruttura di calcolo, modelli, strumento di sviluppo, e ora pipeline di talento — che nessuna insegna della grande distribuzione italiana, per quanto ambiziosa, ha le risorse o la struttura proprietaria per replicare su scala comparabile. Anche Migros o Esselunga, i casi più vicini a un investimento tecnologico unitario che ho raccontato, restano investimenti in un solo livello — logistica, e-commerce — non in uno stack completo dal chip al cluster universitario.
Resta allora una domanda aperta, e non è solo se e quando un’università italiana firmerà con AWS. È se l’assenza dall’elenco Kiro sia un ritardo recuperabile in uno dei prossimi round di allargamento, oppure il sintomo di una condizione strutturale più ampia — la stessa incapacità di presentarsi come blocco negoziale unico che ho già osservato nella distribuzione organizzata italiana di fronte agli assistenti AI globali.
E se è vero che chi forma lo sviluppatore oggi decide, per abitudine accumulata, quale stack tecnologico vincerà domani nelle aziende in cui quello sviluppatore andrà a lavorare, allora le battaglie sull’integrazione AI nella GDO che sto raccontando pezzo dopo pezzo — chi adotta un assistente AI, chi resta fuori, chi può permettersi la propria infrastruttura proprietaria come Migros o Esselunga — potrebbero essere già state parzialmente decise anni prima, nelle aule universitarie dove si è scelto chi avrebbe imparato a programmare con quale strumento, e quale paese non era nella stanza quando si è firmato l’accordo.



