Questa mattina Il Gigante, la catena di Bresso che fa parte del gruppo Selex, ha comunicato che allineerà i prezzi dei carburanti nei propri distributori a quelli più convenienti del mercato, seguendo la strada aperta da Eni e IP. Non è un blocco formale come quello di Eni, ma un allineamento al ribasso. Ed è, tra le insegne della grande distribuzione alimentare, la prima mossa di cui ho trovato riscontro. Il post aziendale su LinkedIn è più interessante del listino: non celebra lo sconto, mette in primo piano il costo che l’azienda dichiara di assumersi.
Il contesto è noto da pochi giorni. Il 25 settembre Eni ha annunciato un tetto ai prezzi sulla rete Enilive, quasi quattromila stazioni: dal 28 settembre la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19, per trenta giorni, con possibile proroga fino a fine anno. Sono circa diciassette centesimi sotto le medie rilevate dal ministero. L’annuncio è arrivato alla vigilia del dimezzamento dello sconto governativo su accise e Iva del gasolio, che dai 17 centesimi iniziali era già sceso a 12,2 e dal 26 settembre al 5 ottobre scende a 6,1. E arriva a poche settimane dalla legge di bilancio, che il governo deve inviare al Parlamento entro il 20 ottobre.
Ognuno ha letto la notizia con le proprie lenti. I consumatori hanno fatto i conti: il Codacons stima circa dieci euro di risparmio su un pieno di gasolio e undici su uno di benzina. Il governo, secondo una delle ricostruzioni uscite in questi giorni, rivendica un’opera di persuasione sull’azienda, partecipata dallo Stato. C’è a che chi ha osservato che la mossa mette fuori gioco l’idea di tassare gli extraprofitti delle aziende energetiche.
Assoutenti chiede invece che sia la legge a fissare un tetto temporaneo. La Figisc, che rappresenta i gestori, teme che gli altri distributori finiscano fuori mercato e ricorda il caso francese di TotalEnergies, dove un taglio dei prezzi introdotto a luglio e prorogato più volte ha creato problemi di giacenze.
Leggere questa vicenda come una storia di carburanti è il modo più comodo di non capirla. Quello che è successo, in struttura, è un’altra cosa: un gesto volontario di un operatore di peso sta diventando il sostituto di uno strumento di politica pubblica. La concessione è arrivata prima della richiesta. Nell’ordine consueto il governo convoca e gli operatori rispondono; qui qualcuno si è mosso per primo e il tavolo, se ci sarà, si organizzerà attorno a quella mossa.
Per la GDO il carburante è una categoria minore nel conto economico, ma non nella percezione. Il prezzo alla pompa è l’unico che il cliente vede dall’auto, prima ancora di entrare nel punto vendita, ed è considerato da tempo una leva di traffico. Restare più cari di Eni e IP, per chi ha una rete di distributori, diventa in fretta una scelta da spiegare. Ma il punto non è il centesimo al litro. Il punto è che ogni insegna che si allinea sta dando un contenuto a una parola rimasta finora vaga, «responsabilità», e lo sta facendo nel momento in cui quella parola dovrà presto essere spesa anche altrove.
Il precedente è noto. Nell’autunno del 2023 il governo Meloni chiese alla distribuzione un patto contro l’inflazione: il cosiddetto trimestre anti-inflazione, dal primo ottobre al 31 dicembre, con il bollino del carrello tricolore sugli scaffali. Il protocollo fu firmato dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, con le associazioni della distribuzione moderna e del commercio tradizionale, tra cui Federdistribuzione, l’associazione delle cooperative di consumatori e quella delle cooperative fra dettaglianti. Le modalità restavano libere: prezzi bloccati, promozioni, carrelli a prezzo fisso, prodotti a marchio del distributore. Era, a guardarlo oggi, un metodo preciso: una cornice pubblica, una durata definita, un segno riconoscibile sullo scaffale e un’attuazione lasciata a ciascuna insegna.
Il metodo funzionò soprattutto in un punto: la partecipazione. All’accordo aderirono oltre trentamila punti vendita, tra distribuzione, commercio tradizionale e farmacie, e le grandi insegne lo declinarono ciascuna secondo il proprio modello. Coop scontò del 10 per cento oltre duecento prodotti a marchio e ne bloccò circa mille. Esselunga puntò sulla linea Smart, con quaranta prodotti a prezzo bloccato. Carrefour propose un carrello di trenta prodotti di prima necessità a trenta euro, Conad seicento prodotti a prezzi calmierati, Lidl e Tigre un carrello a venti euro. Discount, cooperative, imprenditori associati e catene a proprietà unitaria trovarono ciascuno il proprio modo di starci dentro, e questo è già un risultato che un’imposizione per legge difficilmente avrebbe ottenuto. A dicembre il ministro Urso rivendicò un patto sociale riuscito e, secondo i dati presentati dal ministero, di vendite in crescita e prezzi sotto controllo sui beni essenziali. Le critiche, in particolare sul peso dei prodotti a marchio nel paniere, furono un tema di calibratura, non di impianto: dicono cosa affinare la prossima volta, non se il metodo abbia senso.
Ecco perché la mossa di Il Gigante, a mio avviso, va letta come un anticipo. Se il governo vorrà tornare a chiedere qualcosa alla distribuzione, e non è un’ipotesi remota con una legge di bilancio da scrivere e associazioni di consumatori che chiedono un tetto per legge, il modello ce l’ha già sotto gli occhi: un tetto, un tempo definito, una proroga eventuale, un messaggio di solidarietà. Lo ha scritto Eni. Il metodo del 2023 resta valido e la distribuzione ne è stata parte attiva. Ma se la GDO arriva al prossimo tavolo dopo aver visto scrivere il testo, si siede nella parte di chi dà attuazione a una cornice altrui. Se ci arriva avendo già mostrato che cosa sa fare e quanto costa, si siede nella parte del proponente, e porta la propria esperienza a definire la cornice. Questa è la mia tesi: nei processi bisogna starci dentro, anticiparli, non subirli.
Che cosa significa anticipare, in concreto? Tre cose, da fare entro fine ottobre, quando scade il primo mese del tetto Eni e prende forma la manovra. La prima: che ogni insegna con una rete di distributori decida per conto proprio, pubblicamente, se allinearsi, e spieghi quanto le costa. Non un accordo tra concorrenti: sui prezzi, un’intesa tra imprese che si fanno concorrenza è terreno da Antitrust, e un bel gesto trasformato in istruttoria non servirebbe a nessuno. Una serie di decisioni individuali, visibili nello stesso momento, ottiene lo stesso segnale senza il rischio. La seconda: che le associazioni portino al tavolo, quando sarà convocato, non una richiesta di sostegni ma un consuntivo, cioè che cosa è stato fatto, con quali costi, per quanto tempo. La terza, la più trascurata: una regola d’uscita. Il trimestre del 2023 aveva una scadenza chiara, ma la valutazione finale fu affidata a dati letti da ciascuno a proprio modo. Un criterio di misura concordato prima avrebbe valorizzato di più il lavoro fatto. Chi anticipa può decidere in anticipo come si smette e come si misura.
In questo il modello federativo ha un vantaggio che si nota poco. Il Gigante appartiene a Selex, un gruppo in cui i soci sono imprenditori autonomi, e ha deciso da sé. È esattamente la forma di cui un appello ha bisogno: tante scelte separate, nessuna regia. Un gruppo a proprietà unitaria decide in un solo posto e può muoversi più in fretta, ma la sua mossa è una sola; un sistema federato può produrre molte mosse indipendenti nello stesso giorno. È la linea di faglia tra insegne federative e unitarie che attraversa tutto il retail italiano, e stavolta potrebbe giocare a favore delle prime.
I limiti vanno detti. Il margine sui carburanti è stretto e non tutti possono permettersi di rinunciarvi: chi ha commentato la mossa di Eni ha notato che gli operatori in grado di seguirla non sono molti. Un tetto correlato all’agevolazione sulle accise costa di più se quell’agevolazione continua a ridursi. E c’è il rischio scorte, che il caso francese ha reso concreto. Ma il pericolo più sottile è un altro: che ciò che nasce come scelta libera diventi, dal secondo mese, un’aspettativa. Chi si muove per primo fissa la linea di partenza per tutti, compresa la propria. Anticipare, quindi, non basta: bisogna anticipare con una scadenza scritta e un perimetro dichiarato.
Resta una domanda che il caso di oggi lascia aperta. Nel 2023 a firmare erano le associazioni e le insegne seguivano. Nel 2026 la prima mossa è di una singola azienda, e per ora non ho trovato riscontro di altre catene che l’abbiano imitata. Se a muoversi per primi sono i singoli e al tavolo si siederanno ancora le associazioni, chi parlerà a nome del settore quando si tratterà di decidere il prezzo del prossimo carrello? E soprattutto: chi si muove per primo scrive le regole, o alza soltanto la soglia da cui partiranno gli altri?



