Essendo in visita dalle parti di Strasburgo ne ho approfittato. Titolo e commenti critici del film non lasciavano dubbi di sorta: “Un’immersione riuscita nel cinico mondo della grande distribuzione, dove le dinamiche quasi mafiose prevalgono sulle aspirazioni idealistiche”. Con questo suo primo lungometraggio, “acuto, controllato e avvincente”, Anthony Dechaux, secondo Le Figaro, offre un dramma sociale agreste sotto forma di thriller finanziario. Avevo appena letto dello scambio di punti di vista tra il regista e Marwan Mery, un top manager esperto di negoziazioni complesse con un passato in Danone e Red Bull, che avrebbero ispirato alcuni passaggi del film. L’idea di realizzare un film sull’argomento ad Anthony Déchaux, sarebbe poi venuta durante un seminario di formazione, in cui si discuteva della differenza tra “squali” e “squali assassini”. L’attore stava conducendo un breve laboratorio teatrale durante l’incontro annuale dei buyer di una grande catena di supermercati e rimase colpito dall’intensità delle discussioni che accompagnavano queste negoziazioni, percepite dai presenti come battaglie spietate.
Le trattative commerciali tra insegne, centrali di acquisto e fornitori sono ovunque ricche di sorprese. In Francia, ogni anno, gli operatori del settore agroalimentare hanno tempo fino al 1° marzo per concordare le condizioni di acquisto di vari prodotti (prezzi, quantità, promozioni. ecc.), pena sanzioni per i distributori. A febbraio, le discussioni si sono fatte tese quando la ministra dell’Agricoltura, Annie Genevard, ha denunciato quello che ha definito un “ricatto mortale” su Le Parisien: “Le richieste dei supermercati, in termini di prezzi, sono incompatibili con le richieste dei produttori” , ha affermato, provocando un breve boicottaggio del comitato di controllo da parte dei primi. Pochi giorni dopo, ha aggiunto su France 2: “I rapporti commerciali sono tra i più violenti in Francia, questo non è normale”, invitando tutte le parti alla ragionevolezza. Ha prevalso il buon senso da entrambe le parti. Le trattative si sono così concluse nei tempi previsti, con un’inflazione stimata tra lo 0% e l’1% sugli scaffali dei supermercati. Tutto questo per sottolineare che “buoni e cattivi” in Francia, per l’opinione pubblica, hanno nomi e cognomi precisi. I buoni sono i fornitori e i cattivi i distributori. E l’interesse su torti e ragioni è molto più alto che da noi.
È proprio questo clima di estrema tensione che Anthony Dechaux cerca di trasmettere sullo schermo con il suo primo lungometraggio. Un film in certi passaggi avvincente, in altri lento e scontato. Il titolo del film? “La guerre des Prix”. È uscito il 18 marzo in Francia. Un film schierato decisamente contro la GDO. A mio parere, in certi passaggi, materia e argomenti sono trattati in modo troppo semplicistico. Per chi opera nel comparto, sicuramente da vedere. È un punto di vista molto duro, presente soprattutto in Francia, molto meno nel resto d’Europa. Su LinkedIn Marwan Mery lo ha definito: “Un’immersione sorprendente in un mondo a parte, dove le regole spesso svaniscono in favore di un cinismo trionfante”. Un thriller perfettamente calibrato sulla contrapposizione tra grandi distributori e produttori locali, con le interpretazioni di Ana Girardot e Olivier Gourmet. Da spettatore, pur con gli stereotipi che lo accompagnano, mi è sembrato un thriller economico godibile.
Una giovane responsabile di reparto in un supermercato della Normandia, orgogliosa figlia di agricoltori, si è costruita una solida reputazione basandosi su un principio ben preciso: difendere i prodotti biologici, promuovere l’approvvigionamento locale e mantenere prezzi equi tra il suo gruppo di acquisto e gli agricoltori. Riconosciuta dalla gerarchia aziendale per le sue capacità e per il suo carattere, viene promossa alla sede centrale di Parigi come buyer per il settore biologico e locale. Scopre così il lato oscuro degli affari che la sua azienda intrattiene con gli agricoltori locali, i quali vengono costretti a ridurre i loro margini di profitto, pena l’esclusione dall’accordo e il fallimento. Il film gioca sia sul brutale folklore di questo mondo (dominato da Olivier Gourmet, spietato e fragile boss delle contrattazioni) sia sui suoi molteplici e perversi pregiudizi.
Ana Girardot interpreta il ruolo dell’eroina, lacerata tra la sua innocente moralità di giovane ragazza e i suoi doveri impossibili. Da un lato, si percepisce l’immagine che le grandi catene di distribuzione alimentare proiettano, vantandosi di combattere l’inflazione offrendo ai propri clienti i prezzi migliori. Dall’altro, c’è la dura realtà delle negoziazioni a monte. Il film contrappone fin da subito i due mondi. All’autenticità rustica delle fattorie normanne, con i loro vasti spazi, riscaldati da un’accogliente atmosfera familiare dove il fratello minore (Julien Frison) cerca di salvare la fattoria di famiglia si contrappongono gli stretti e silenziosi corridoi di edifici moderni. Il contrasto è impressionante. Il film analizza le dinamiche di potere tra produttori e acquirenti. Gli scambi verbali, che assomigliano quasi a manovre economiche belliche, rivelano i brutali meccanismi che regolano il rapporto tra i buyer a nome delle grandi insegne e gli allevatori di bestiame da latte. Queste sale di negoziazione, spazi angusti e opprimenti, assomigliano a ring di pugilato dove tutto è permesso e dove la vittoria si conquista con “margini”, “sconti”, “referenze” o “quote di mercato”. Il personaggio interpretato da Olivier Fournier eccelle in questo gioco. Barbuto, taciturno, con un volto impassibile; un ex macellaio trasformatosi in lupo solitario.
Déchaux evita saggiamente tutte le insidie, non trasformando il confronto tra il negoziatore senza scrupoli, l’ingenuo impiegato e il contadino in difficoltà in un duello alla Sansone e Golia, ma esplorando piuttosto i dubbi, i difetti e i compromessi morali di ciascun personaggio. Ed è questa la parte migliore del film. Capisco che per molti la trasposizione tra quella situazione e la nostra potrebbe essere automatica e questo non rende un buon servizio a chi, nella stragrande maggioranza della nostra GDO, pur nella tutela dei propri interessi, costruisce rapporti sani con produttori spesso selezionati con partnership decennali. O quelle pratiche, se utilizzate, le ha abbandonate da tempo. Generalizzare è sempre un errore. Vale per il rapporto produttori/insegna come per quello insegna/lavoratori. Il film però si schiera e non distingue. Fondamentale per renderlo appetibile ad un pubblico più vasto degli addetti ai lavori. Il cast, tra altro è ottimo livello, da Ana Girardot a Olivier Gourmet, insieme ad attori non protagonisti che non sono per nulla secondari (Julien Grison, Jonas Bloquet, Yannick Choirat).



