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Tanto tuonò che piovve. Non poteva concludersi diversamente. E presto coinvolgerà anche noi. “Stipendi fermi e caro carrello” sono un micidiale “uno, due” che  rende vano qualsiasi ragionamento propositivo. E da noi nel 2027 si saranno le elezioni. È, come sempre accade,  in ogni “stagione riproduttiva” qual’è anche una stagione elettorale, gli animi si eccitano. Era evidente che la Commissione d’inchiesta del Senato francese cercasse un colpevole da additare all’opinione pubblica in un momento di possibile ripresa dell’inflazione e di grande confusione sul piano politico. Se produrrà o meno qualcosa di serio o finirà in un cassetto lo vedremo ma certamente l’eco della disfida e la voglia di caccia al colpevole arriverà anche da noi. Non aver voluto trovare un terreno comune nella filiera  mette con le spalle al muro l’ultimo anello della catena insieme al consumatore finale. Lo avevo ben compreso alla visione del  film francese la guerra dei prezzi osservando le facce in sala. Il clima contro la grande distribuzione francese vista come unico colpevole era palpabile anche lì. Figuriamoci in un contesto dove gli agricoltori, e non solo loro, sono in perenne stato di protesta. Adesso tocca al Senato francese validare o meno il risultato.

Istituita su iniziativa dei Verdi al Senato, tra cui la relatrice Antoinette Guhl, e presieduta dalla centrista Anne-Catherine Loisier, questa commissione parlamentare d’inchiesta  sui margini di profitto della grande distribuzione ha pubblicato il suo atteso rapporto, intitolato significativamente “Guerra dei prezzi: agricoltura e industria in pericolo”. Dopo sei mesi di lavoro, 189 audizioni e un’analisi approfondita della filiera agroalimentare francese, le senatrici Anne-Catherine Loisier e Antoinette Guhl hanno consegnato al Parlamento il documento finale (guarda qui ). Il dato più eloquente del rapporto è anche il più immediato racconterebbe che: per ogni 100 euro spesi dai consumatori francesi in prodotti alimentari, soltanto 8 euro raggiungono gli agricoltori, 14 i produttori e trasformatori, mentre 40 euro finiscono nelle casse della grande distribuzione. Il restante 35% è assorbito dalle importazioni di prodotti esteri.

Questi numeri, elaborati dall’economista Olivier Mevel, fotografano un sistema in cui il valore si concentrerebbe all’estremità della catena — quella della distribuzione — a scapito di chi produce, semina, alleva e trasforma. Una distorsione che, secondo i commissari, non è il frutto del caso, ma di una struttura di mercato consolidata e di pratiche commerciali sistematicamente aggressive.

La Commissione ha individuato nella concentrazione della distribuzione la causa primaria dello squilibrio. Tre “super-gruppi” di acquisto dominano il mercato francese:

•Concordis, che riunisce Carrefour e Coopérative U

•Aura/Everest, che aggrega Intermarché, Auchan e Casino

•Eurelec, la centrale del gruppo E. Leclerc

Questi tre poli negoziali si trovano dall’altra parte del tavolo rispetto a oltre 400.000 aziende agricole e 23.000 imprese industriali agroalimentari. Lo squilibrio di forze è evidente: pochi interlocutori con enorme potere d’acquisto contro una platea frammentata di produttori con margini di manovra ridottissimi. “A volte ci siamo sentiti come se fossimo finiti nel Far West del commercio”, ha sintetizzato efficacemente Anne-Catherine Loisier, presidente della Commissione. Una metafora che evoca non il libero mercato, ma l’assenza di regole, l’impunità e la legge del più forte.

Il rapporto elenca con precisione le pratiche che la Commissione definisce senza mezzi termini “problematiche”, “predatorie” e talvolta in “diretta contraddizione con la legge”:

1. Le minacce di delisting

I distributori utilizzano sistematicamente la minaccia di rimuovere i prodotti dagli scaffali — il cosiddetto delisting — come leva negoziale per strappare sconti ai fornitori. Una pratica che mette le aziende, spesso fortemente dipendenti da uno o pochi canali distributivi, di fronte a un ricatto: cedere sui prezzi o rischiare di perdere accesso al mercato.

2. I “pedaggi” sui servizi superflui

I fornitori sono costretti ad acquistare servizi commerciali definiti dalla Commissione “superflui” o addirittura “scioccanti”, spesso mascherati da voci di “margine”. Un sistema di prelievi che erode ulteriormente la redditività dei produttori, senza che questi possano opporsi efficacemente.

3. L’elusione della legge francese tramite centrali europee

I gruppi di acquisto transfrontalieri vengono utilizzati per aggirare la legislazione nazionale, in particolare le leggi Egalim, pensate proprio per tutelare il reddito degli agricoltori. Operando da sedi estere, i distributori sfuggono ai vincoli giuridici imposti dal legislatore francese, rendendo di fatto inapplicabile una tutela normativa faticosamente costruita.

4. La riduzione degli ordini come strumento di pressione

Durante le trattative commerciali, i distributori riducono deliberatamente i volumi degli ordini per indebolire la posizione negoziale dei fornitori, costringendoli ad accettare condizioni più sfavorevoli pur di non perdere il fatturato.

Le reazioni al rapporto riflettono la profondità del conflitto. Da un lato, la Federazione del Commercio e della Distribuzione (FCD), per voce della sua delegata generale Judith Jiguet, ha liquidato le conclusioni come “di parte”, denunciando una “metodologia parziale, priva di un reale desiderio di andare a fondo della questione”. I distributori, insomma, si sentono sul banco degli imputati in un processo senza contraddittorio. Thierry Cotillard Président du Groupement Mousquetaires su LinkedIn si indigna: “Tutte le raccomandazioni di questo rapporto vanno nella stessa direzione: più vincoli, più rigidità, più controlli… senza alcuna reciprocità. Con un rischio chiaro: penalizzare il commercio e il potere d’acquisto dei francesi.Il grande assente? I giganti dell’industria agroalimentare. Quasi nulla sulle loro posizioni dominanti, sulle pressioni che esercitano sui fornitori o sul valore che catturano lungo tutta la catena. I veri problemi vengono dimenticati: perdita della competitività francese, sovraregolamentazione, peso delle importazioni, concentrazione industriale. Invece, stiamo accumulando obblighi amministrativi che non cambieranno l’equilibrio economico di potere e, soprattutto, non offriranno alcuna soluzione ai redditi degli agricoltori”. 

Dall’altro lato, l’Associazione Nazionale delle Industrie Alimentari (ANIA) ha accolto il lavoro come “prezioso”, auspicando un rapido passaggio “dall’osservazione all’azione”. Anche le grandi multinazionali come Lactalis, Danone e Nestlé — tradizionalmente reticenti — hanno approfittato delle audizioni (in parte a porte chiuse per ragioni di segreto commerciale) per denunciare le pressioni subite dai gruppi di acquisto europei.

La Commissione ha formulato 24 raccomandazioni articolate attorno a un obiettivo centrale: riequilibrare le dinamiche di potere nella filiera. Tra le più significative:

• Pubblicazione annuale di un confronto tra l’andamento dei prezzi al consumo e i prezzi negoziati con i fornitori, per garantire trasparenza sui margini

•Esposizione obbligatoria dei margini su frutta e verdura nei punti vendita, per consentire ai consumatori di vedere dove va il proprio denaro

•Carta di esclusione che impedisca alle imprese che producono e vendono prevalentemente in Francia di aderire ai gruppi di acquisto europei, usati per eludere la legge

•Rafforzamento dei controlli da parte della squadra antifrode per prevenire pratiche illecite

•Sanzioni per le pratiche di pressione come la riduzione degli ordini durante le trattative, con obbligo per i distributori di giustificarle per iscritto

Il rapporto arriva in un momento di forte sensibilità politica sul tema del potere d’acquisto. La ministra dell’Agricoltura Annie Genevard ha già dichiarato la propria intenzione di proporre misure per una migliore regolamentazione delle centrali d’acquisto a livello europeo. Il ministro del Commercio Serge Papin, dal canto suo, si è fatto promotore dei contratti pluriennali tra distributori e fornitori, per superare l’attuale sistema di negoziazioni annuali che egli stesso definisce “obsoleto”.

Il rapporto della Commissione d’inchiesta del Senato pur nella sua evidente parzialità   pone un tema ineludibile che una ulteriore  ripresa inflazionistica renderebbe ancora più problematico. La filiera agroalimentare francese soffre di una patologia strutturale che rischia di scaricarsi sul consumatore finale. E questo non è sostenibile.  Né economicamente né socialmente. In Italia il sistema tendenzialmente è più governabile. Serve però la volontà di convergere su un progetto comune più che copiare i francesi nella politica dello  scaricabarile.

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