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Conad Centro Nord ha pubblicato un sito web dedicato al Pru Ospizio, a Reggio Emilia, e ribadisce due cose insieme: la volontà di andare avanti e un intervento a tutela del contesto più ampio di quello di partenza. È la tesi che sostengo da tempo, e cioè che alternative a questo progetto non ce ne sono. Conad ha fatto bene a metterla per iscritto. Un «ci pensiamo» prolungato, dopo il presidio dell’Assemblea Bosco Ospizio cominciato il 3 agosto, avrebbe solo prolungato lo stallo.

Fin dall’inizio la protesta aveva uno sbocco irrealizzabile: lasciare intatto un presunto bosco, in un’area privata, che né le autorità né la magistratura riconoscono come tale. Il Tar di Parma, il 21 luglio, ha respinto la richiesta di fermare i lavori scrivendo che nell’area non è individuabile un «bosco urbano»; è una decisione cautelare, il merito resta aperto e Legambiente con quattro residenti ha portato la partita al Consiglio di Stato, e su questo non voglio dare altro che quello che c’è. In altre parole, fin dall’inizio,  i manifestanti non  avevano alcuna intenzione di trovare un punto di incontro con Conad. 

Il Comune ha però rilasciato i titoli edilizi a febbraio e descrive l’area come privata, degradata, inaccessibile, con vegetazione spontanea. La storia dell’area, secondo lo stesso sito di Conad, è quella di un complesso assistenziale attivo fino al 2000, di una demolizione nel 2007-2008 per costruire una residenza sanitaria, di un cantiere fermato dalla crisi e di anni di abbandono, prima dell’acquisto da parte di Conad nel 2015. Il «bosco» è la vegetazione che è ricresciuta lì sopra. 

Il punto che chi contesta racconta meno è che il progetto, nel frattempo, è cambiato, e nella direzione che i critici dicevano di volere. Secondo il comunicato del Comune di febbraio, gli abbattimenti sono scesi da 154 a 98, cioè 56 alberi salvati a seguito di nuove analisi; i nuovi impianti sono saliti da 288 a 371; i parcheggi interrati sono aumentati di 64 posti e quelli in superficie sono diminuiti di 41, per lasciare spazio agli alberi lungo la via Emilia; il verde pubblico ceduto è di 23.000 metri quadrati, poco più della metà dell’area, con giochi per bambini e orti comunitari. 

Secondo il Resto del Carlino di oggi, che ha titolato la notizia del sito «operazione chiarezza», l’impermeabilizzazione passa dal 60 a circa il 30% dell’area e la superficie edificata scende dai 22.000 metri quadrati del piano del 2009 ai 13.000 attuali. L’indagine ambientale sarà seguita prima, durante e dopo i lavori dal Cnr-Ibe e dall’Università di Bologna. Un progetto che in questa forma non era quello di partenza è un progetto che ha ascoltato qualcuno.

C’è poi la parte che riguarda il quartiere in senso stretto, e che di solito resta fuori dal racconto del bosco. Il programma comprende la riqualificazione di via 1° Maggio, dei marciapiedi e delle infrastrutture a servizio del Centro Gerra, del Padiglione Busetti e della scuola dell’infanzia La Villetta, mille metri di percorsi ciclopedonali protetti compresa la nuova «superciclabile» sulla via Emilia, e una rotatoria al posto dell’attuale incrocio semaforico. Sono opere che chi abita lì usa ogni giorno, e che si fanno solo se il cantiere parte.

Vale la pena osservare che la cifra dei 154 abbattimenti continua a circolare: l’ho ritrovata in un articolo di “Italia che cambia” del 21 settembre. Coincide con il numero del progetto prima della revisione di febbraio. Non so se la fonte sia la stessa, ma so che è una cifra superata da mesi.

Anche i numeri di Conad vanno letti bene, e il modo migliore di difenderli è non farli dire più di quello che dicono. Il saldo di più 1.250 alberi è 1.348 nuovi meno 98 abbattuti, ma 977 di quei nuovi alberi vanno nei parchi adiacenti. Dentro l’area si passa da 322 a 595, cioè più 273, e sono alberi di media grandezza che prendono il posto di esemplari adulti. Il numero più forte, a mio parere, non è il più 1.250: è il dimezzamento dichiarato dell’impermeabilizzazione, che è quello che in un quartiere in estate si sente davvero. 

E l’aritmetica di Conad dice apertamente che non tutto quello che cade è malato: dei 98 abbattimenti, 57 sono in condizioni fitosanitarie fortemente compromesse, e gli altri 41 sono il costo dell’edificazione. È un costo che si può discutere, non nascondere. Resta il dato faunistico: tre interventi notturni nel 2025 con termocamere, insieme a Enpa e al Rifugio Matildico di Canossa, hanno recuperato un capriolo e sette ricci, e un sopralluogo a luglio ha dato esito negativo. Il sito, nella sintesi che ne ho letto, non commenta il presidio: spiega il progetto e basta, ed è una scelta di stile che condivido.

C’è poi un contro-argomento che va citato, perché è serio. Reggiosera ha ricordato, sulla base del rogito di novembre 2024, che molte delle cose presentate come presunte disponibilità di Conad, la biblioteca da 1.100 metri quadrati, il verde pubblico, le alberature, sono in realtà obblighi urbanistici, a partire dagli standard del decreto ministeriale 1444 del 1968 e della legge regionale 24 del 2017, e che gli oneri di urbanizzazione sono dovuti da chiunque trasformi il suolo. Ha ragione: non racconterei nessuna di queste voci come una donazione. Ma un obbligo rispettato in un progetto che nel frattempo ha ridotto gli abbattimenti e la superficie edificata è un dato diverso da un obbligo rispettato al minimo.

Quale sarebbe l’alternativa, allora? Non è tra il bosco e il cemento, come si racconta. L’area è privata, ha diritti edificatori previsti da piani che risalgono almeno al 2009, ed è ferma dagli anni della crisi. La proposta dell’Assemblea, un bosco urbano di comunità con gestione condivisa, richiederebbe che qualcuno rinunciasse a quei diritti e qualcun altro si facesse carico del bosco; nei testi che ho letto non è indicato chi. Restano il presidio, che è legittimo come manifestazione ma meno come impedimento fisico di un cantiere autorizzato, e la querela di Conad per violenza privata, con la richiesta al prefetto di sciogliere o spostare il presidio: valutazioni che spettano a chi ha titolo per farle.

E i residenti? Il 22 settembre un gruppo di abitanti del quartiere, legato al Circolo del Villaggio Sergio Stranieri, ha scritto una lettera che chiede a Conad di avviare i lavori senza ulteriori indugi e al Comune di garantire le condizioni per farlo. Definiscono i partecipanti al presidio in larga parte non residenti e si preoccupano dell’uso del parco da parte di chi ci vive. 

La giunta comunale non è compatta, e va ricordato: secondo Il Fatto Quotidiano il vicesindaco De Franco, Pd, sostiene il progetto e l’assessore all’Ambiente Neulichedl, M5S, avrebbe detto che sarebbe bello se Conad rinunciasse. Distingui in politichese. È un dissenso politico legittimo, seppure fragile e senza effetti pratici ma non cambia l’atto amministrativo che il Comune ha rilasciato.

Conad Centro Nord è una cooperativa di Campegine, nel Reggiano, con 2,191 miliardi di ricavi nel 2025, 339 soci imprenditori, 332 punti vendita e un piano 2026-2028 da 382,5 milioni di investimenti. Una cooperativa di quel radicamento non può permettersi di sembrare estranea al proprio territorio: per questo il dato più importante non è quanto il sito dice, ma quanto il progetto ha già concesso.

Resta una domanda aperta, e non riguarda se costruire. Se sul principio non ci sono alternative, quello che rimane negoziabile è il come: chi controllerà i 23.000 metri quadrati di verde pubblico dopo la consegna, e chi renderà pubblici i dati del monitoraggio del Cnr e dell’Università di Bologna prima, durante e dopo i lavori. Conad offre come garanti due istituzioni scientifiche; l’Assemblea chiedeva una gestione condivisa con i cittadini. Il terreno di incontro possibile, se ce n’è uno, è lì. L’importante è che il coinvolgimento dei cittadini non sia utilizzato da qualcuno come mezzo per continuare ad alimentare all’infinito le polemiche che hanno contraddistinto questa vicenda.   

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