Se ne parlava da molti anni, con una quantità di convegni e confronti più o meno riservati, ma non si era mai arrivati a nulla. Oggi, venerdì 10luglio è arrivata l’intesa tra i datoriali. Fatto decisivo per definire le coerenze reciproche con i sindacati confederali: condivisi i criteri per misurarsi, definiti i perimetri contrattuali di ciascun settore, e arrivati così a stabilire, in ogni ambito produttivo, quale sia il «contratto leader» da prendere come riferimento per il «salario giusto» introdotto dal Decreto Primo maggio. Un tema tecnico quanto se ne vuole, ma che decide chi conta davvero al tavolo negoziale e chi no.
L’intesa era stata raggiunta la sera del 7 luglio lasciando alle associazioni datoriali tempo fino a mezzogiorno di venerdì 10 per decidere se firmare. L’adesione è stata ampia: Confcommercio e Confindustria in primis, poi Confesercenti, Confapi, Legacoop, Confcooperative, Abi. Infine anche le associazioni dell’artigianato — Cna, Confartigianato, Casartigiani, Claai — combattute fino all’ultimo sul da farsi.
Che cosa non andava giù agli artigiani? Soprattutto un passaggio dell’intesa: le parti si impegnano a evitare impropri ampliamenti dei perimetri contrattuali e a istituire un Osservatorio con funzioni di monitoraggio e regolazione delle eventuali sovrapposizioni. In pratica anche l’artigianato si impegna a non allargare il proprio raggio d’azione, proprio mentre il governo si appresta a intervenire sulla legge quadro dell’artigianato — su richiesta delle stesse associazioni — per alzare il numero massimo di dipendenti delle imprese artigiane: un’opportunità per allargare in prospettiva il numero delle aziende iscritte, che l’intesa sulla rappresentanza rischia di rendere meno rilevante.
Il punto centrale è il criterio con cui si pesano le associazioni. Il testo ne individua tre qualitativi e uno quantitativo — quest’ultimo il vero ago della bilancia. I tre qualitativi: presenza storica e continuativa nel sistema delle relazioni industriali; partecipazione a organismi di rappresentanza europea; presenza, nel proprio sistema di contrattazione, di istituti strutturati per il welfare contrattuale. Criteri che, di fatto, escludono le associazioni pirata — quelle nate per offrire condizioni contrattuali più favorevoli alle imprese senza avere una reale base negoziale. Il criterio quantitativo è invece fondato sul numero di dipendenti il cui rapporto è regolato dalla contrattazione collettiva del settore rappresentato: conta chi applica il contratto, non chi lo firma soltanto. Sui criteri quantitativi si è discusso per anni — le associazioni delle piccole imprese avrebbero preferito pesare anche le sedi sul territorio o il numero di imprese iscritte, ma questa visione è stata superata. Le parti hanno inoltre annunciato un confronto successivo per verificare come acquisire, in modo certo e omogeneo, i dati sulla consistenza associativa, da leggere insieme alla diffusione del contratto.
Ha vinto, nell’insieme, il sistema della rappresentanza delle imprese, che dopo anni riesce a esprimere una visione condivisa e a dimostrare di saper mettere sul tavolo, nel confronto con la politica, proposte concrete e condivise. Questo ha comportato qualche rinuncia, in particolare per le associazioni delle imprese più piccole e per l’artigianato: l’asse tra Confcommercio e Confindustria, e tra queste due e Cgil, Cisl, Uil, non ha lasciato molto spazio agli altri. Per diventare davvero operativo l’accordo dovrà essere recepito da un veicolo legislativo — tutto da vedere.
Il prossimo passaggio è il confronto con il sindacato: anche Cgil, Cisl e Uil hanno definito una propria «piattaforma», con l’obiettivo di condividere con le imprese un nuovo modello per i rinnovi contrattuali a partire dal prossimo autunno.
Cosa cambia per il comparto della GDO?
Per le singole insegne della GDO non cambia nulla. Chi ha la propria contrattazione aziendale continuerà ad averla, chi ha implementato proprie politiche di welfare aziendale o altro non dovrà modificare nulla. Da oggi però esiste un CCNL leader di comparto a cui gli altri CCNL presenti si devono rapportare. La DMO non è un settore riconosciuto in sé dall’ISTAT. I codici ATECO (la classificazione delle attività economiche adottata dall’Istat per finalità statistiche cioè per la produzione e la diffusione di dati statistici ufficiali) raccontano un’altra storia. Contano i singoli CCNL applicati. E qui il peso dei diversi firmatari si fa sentire. Soprattutto a livello associativo.
Un conto è ADM, che non raggruppa aziende ma più associazioni e che rappresenta il naturale interlocutore per il mondo della produzione agricola e industriale. Un’altro è la rappresentatività reale assegnata dal perimetro contrattuale che è data dalla scelta del CCNL applicato nelle singole aziende dichiarata attraverso il codice ATECO. È una delle sorprese che una verifica puntuale ha fatto emergere. Ho sempre pensato che la rappresentatività fosse più o meno equivalente nell’applicazione del CCNL tra Confcommercio e Federdistribuzione, ma la misurazione adottata ci dice che non è così. L’accordo siglato sulla rappresentanza non parla di associazioni ma stabilisce un metodo che porta a concludere che nel comparto esistano solo due CCNL leader (Confcommercio e Cooperazione) e due CCNL (Federdistribuzione e Confesercenti) che in termini di TEC (trattamento economico complessivo) non potranno prescindere da quello firmato dalla confederazione di piazza Belli.
Per Confesercenti non cambia nulla. Infatti ha firmato l’intesa. Come, di fatto, è sempre avvenuto. I due CCNL “minori”, sono da sempre, sostanzialmente fotocopie del primo. In futuro avranno diritto agli sgravi contributivi eventualmente previsti solo se rispetteranno il TEC. Altrimenti no. Come sostengo da mesi la logica politica ma anche il buon senso avrebbe suggerito un impegno maggiore, ad esempio, da parte di Federdistribuzione nel percorso che ha portato all’accordo ma così non è stato. Come peraltro ha fatto Confesercenti. Qualcuno ha pensato sufficiente dichiarare in ogni sede la propria rappresentatività, indiscutibile sul piano politico, ma mai certificata sul piano dei singoli contratti applicati. L’accordo dice che non è così che funziona. Sono mesi che sostengo che solo un’intesa tra Federdistribuzione e Confcommercio che stabilisca innanzitutto il ruolo contrattuale della confederazione in termini di salario minimo dell’intero terziario, di regole generali e gestione del welfare contrattuale e contemporaneamente lasci alla federazione la gestione della distintività del proprio CCNL sia l’unica soluzione possibile. L’alternativa è il CCNL fotocopia come si è fatto finora. Una sorta di MDD in campo sindacale con la copertina diversa ma con il contenuto sostanzialmente identico.
Il prossimo contratto in scadenza nel 2027 per il quale le organizzazioni sindacali stanno predisponendo una piattaforma per le quattro controparti, se non interverranno fatti nuovi, ha la conclusione già scritta. C’è però ancora tempo. Innanzitutto va detto che Federdistribuzione condivide già diversi capitoli con Piazza Belli. Il CCNL dei dirigenti firmato da Confcommercio e, dopo il tentativo fallito di far da sé, applica parte del welfare contrattuale (EST, Quas e Quadrifor) del CCNL leader. Adesso ha davanti due strade. La più seria è aprire un confronto con Confcommercio sui due livelli. Innanzitutto su cosa dovrà essere di pertinenza della Confederazione e il livello di peso e partecipazione a quelle scelte della federazione. Confcommercio ha interesse a definire un quadro di riferimento generale e a gestire la massa critica del welfare di derivazione contrattuale. Molto meno a dedicarsi alle specificità dei singoli sottocomparti.
E qui il ruolo di Federdistribuzione potrebbe essere importante per preparare e definire i contenuti del nuovo CCNL senza subire la prevedibile iniziativa sindacale su salario insufficiente e lavoro povero. Evitando l’ingenuità, lo dico a bassa voce, di pensare di essere in una posizione di forza scambiando le proprie legittime iniziative di propaganda per i tavoli negoziali e sperando così di tenere insieme l’intero fronte datoriale. L’altra strada è perseguire in solitaria fingendo di avere tutte le leve a disposizione cosa però che, l’accordo appena firmato, rende vano. Ma tant’è.



