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Le promesse contro il caro-vita hanno spinto la sua campagna elettorale, e sono state cruciali per convincere i cittadini newyorchesi a votarlo. Ma ora lo hanno portato allo scontro con i negozianti locali, che accusano la sua proposta di “concorrenza sleale”. Il progetto di Zohran Mamdani al centro delle polemiche si chiama N.Y.C. Groceries: l’apertura di supermercati comunali a prezzi calmierati, presentata ad aprile e pensata per contrastare l’inflazione e rispondere alle esigenze di affordability dei cittadini. La Multicultural Business Coalition, un’organizzazione nata circa sei mesi fa che riunisce una cinquantina di camere di commercio rappresentative delle comunità asiatica, africana, caraibica, ispanica, mediorientale ed ebraica della città, ha deciso di portare lo scontro in tribunale.

Pochi giorni fa la coalizione ha depositato due cause presso la Corte Suprema dello Stato di New York, sezione di Manhattan. La prima è una class action promossa a nome di centinaia di piccoli commercianti, che sostiene una violazione dei diritti civili: i piccoli negozi, in gran parte di proprietà di gruppi minoritari storicamente esclusi dalle opportunità economiche della città, si vedrebbero negare pari tutela perché impossibilitati a offrire sconti comparabili a quelli di una rete sostenuta dal pubblico e capace di muoversi sui volumi del commercio globalizzato. La seconda causa si muove invece sul terreno dell’antitrust e della concorrenza sleale, e chiede al tribunale di bloccare il programma finché l’amministrazione non avrà condotto la necessaria analisi di impatto urbanistico e commerciale sul commercio di vicinato.

A dare voce alla protesta è soprattutto Mark Jaffe, general counsel della coalizione e presidente della Greater New York Chamber of Commerce, secondo cui non si può chiedere a un negoziante di competere con un supermercato che non paga affitto né bollette. Sulla stessa linea il presidente della MBC, Kenneth Roldan, e il chairman Frank Garcia, che rivendica una tradizione familiare nel commercio di quartiere risalente alle botteghe aperte dagli immigrati latinoamericani a East Harlem negli anni Sessanta. La coalizione si descrive come un ente senza scopo di lucro con migliaia di iscritti, centinaia dei quali gestiscono piccoli negozi di alimentari a New York, e sostiene che questi esercizi lavorano già con margini ridottissimi. Secondo la coalizione, un tentativo di dialogo con l’amministrazione era già stato avviato a maggio, prima che la trattativa si arenasse e si arrivasse alla causa legale.

La cornice civil rights scelta dai ricorrenti merita un chiarimento, perché è la parte più originale — e più fragile — della strategia legale: non si tratta di una discriminazione diretta nei confronti dei negozianti, che restano liberi di operare, ma dell’argomento secondo cui l’effetto pratico della concorrenza sussidiata ricadrebbe in modo sproporzionato su esercenti appartenenti a minoranze, trasformando così una questione di politica commerciale in una di eguale tutela costituzionale. È un’inversione retorica non banale: normalmente sono le amministrazioni municipali a invocare la tutela delle minoranze per giustificare interventi sul mercato; qui è la controparte imprenditoriale a farlo per opporsi all’intervento pubblico.

Mamdani, dal canto suo, ha risposto con sicurezza in conferenza stampa lunedì, dicendosi pienamente fiducioso nella legittimità e nell’importanza dell’iniziativa che porterà cinque negozi comunali in altrettanti quartieri. Il sindaco ha inquadrato il progetto nella cornice più ampia della crisi del caro-vita, ricordando che i prezzi della spesa a New York sono cresciuti di circa il 30% negli ultimi anni, e ha ridimensionato la portata dello scontro sottolineando che si tratta di cinque negozi comunali in una città di 8,5 milioni di abitanti che ne conta già più di mille tra supermercati e alimentari di vicinato.

Il piano, che mobilita circa 70 milioni di dollari di fondi pubblici, prevede l’apertura di un supermercato comunale per ciascuno dei cinque borough newyorchesi, gestiti da uno o più operatori esterni che la New York City Economic Development Corporation dovrà ancora selezionare, esentati da affitto e imposte sugli immobili comunali e sostenuti direttamente dalla città. A luglio Mamdani ha precisato l’entità dello sconto garantito ai clienti: il 30% su una selezione di beni di prima necessità, tra cui latte, uova, pollo e prodotti freschi. Secondo una stima della New York City Economic Development Corporation, l’iniziativa potrebbe far risparmiare fino a mille dollari l’anno a famiglia. Il primo punto vendita è atteso nel 2027 a Hunts Point, nel Bronx; il secondo, a East Harlem, nell’area storica di La Marqueta, entro il 2029. Le sedi negli altri tre borough non sono state ancora individuate.

La Multicultural Business Coalition non è l’unica voce critica: anche la National Supermarket Association ha espresso riserve sul piano, e un portavoce della Economic Development Corporation ha ammesso che la città sta valutando programmi e politiche a sostegno dei negozianti locali, pur smentendo l’ipotesi di contributi diretti alle attività che si troveranno a competere con i nuovi negozi comunali. Il ricorso legale si inserisce peraltro in un pattern già visto nei primi mesi di amministrazione Mamdani: anche il congelamento degli affitti e la tassa sulle seconde case, altri due pilastri della sua agenda, sono finiti sotto contenzioso.

Il caso newyorchese non nasce comunque nel vuoto. Negli Stati Uniti il tema del negozio comunale come risposta ai food desert circola da anni, quasi sempre in contesti opposti a quello di Manhattan: la cittadina di St. Paul, in Kansas, comprò e rilanciò il proprio unico supermercato nel 2005 dopo vent’anni senza un negozio di alimentari in centro; Erie, in Pennsylvania, ha fatto lo stesso nel 2020, rilevando l’ultima drogheria rimasta; Chicago ha commissionato uno studio di fattibilità su un supermercato di proprietà pubblica nei quartieri del South e West Side svuotati dalla fuga della grande distribuzione, salvo poi virare verso un modello di mercato pubblico più flessibile per le difficoltà nel trovare un operatore qualificato. In tutti questi casi il negozio pubblico arriva dove il mercato si è già ritirato. La differenza sostanziale del piano Mamdani è che non riempie un vuoto, ma si inserisce in un tessuto commerciale già denso — ed è questo, più che il principio del negozio pubblico in sé, a spiegare la reazione dei negozianti.

Resta una domanda che, vista da un osservatore della distribuzione europea, suona familiare: quanto può spingersi un ente pubblico nel calmierare i prezzi della spesa prima che la sua stessa presenza sul mercato smetta di essere percepita come intervento sociale e diventi, agli occhi di chi ci lavora ogni giorno, un concorrente armato di risorse che i negozi tradizionali non avranno mai. È la stessa tensione, capovolta, che negli ultimi anni ha attraversato il dibattito europeo sul price cap e sui carrelli tricolore: là erano le insegne private a essere chiamate a calmierare i prezzi in nome dell’interesse pubblico — il “carrello tipo” imposto per decreto in Francia, i tavoli anti-inflazione italiani con la GDO seduta a fianco del governo — qui è il pubblico stesso a scendere in campo come operatore diretto, con l’ambizione dichiarata di offrire sconti che nessuna insegna privata potrebbe permettersi. E a scoprire, quasi subito, di dover rispondere in tribunale alle stesse accuse di distorsione della concorrenza che normalmente si muovono contro la grande distribuzione: la differenza è che questa volta l’imputato non ha azionisti da remunerare, ma un elettorato da onorare, il che rende la posta in gioco politica prima ancora che commerciale.

 

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