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Philippe Palazzi, direttore generale del gruppo Casino, ha dato un’intervista a La Tribune Dimanche che è già stata ripresa da decine di testate francesi: “L’avenir de la grande distribution, c’est la petite distribution”. Con le presidenziali del 2027 all’orizzonte, Palazzi chiede ai candidati di fare della tutela del commercio di prossimità — centri città e aree rurali — una priorità, propone l’apertura domenicale pomeridiana su base volontaria con retribuzione maggiorata, e annuncia che Casino punta al 50% del fatturato dalla ristorazione da asporto entro dieci anni, attraverso Monoprix (La Cantine), le insegne Casino (Cœur de blé), Naturalia (snacking bio), Franprix (Oxygène) e Spar (Origines). I dati, verificati, sono coerenti con quanto comunicato ufficialmente dal gruppo: il piano si chiama Renouveau 2030, il primo negozio del nuovo formato piccolo-medio ha aperto il 7 agosto 2026 nel Rodano, e l’obiettivo di metà fatturato dalla ristorazione entro un decennio è realmente scritto nella strategia presentata a fine 2024.

È un’intervista scritta bene, con una tesi chiara e un pizzico di urgenza politica legittima vista la scadenza elettorale. Letta dall’Italia, però, suona come l’annuncio di una scoperta già fatta, con qualche anno — in certi casi più di un decennio — di ritardo.

Prendiamo il tema più politicamente carico, l’apertura domenicale. Palazzi chiede ai candidati francesi di aprire il dibattito sull’apertura pomeridiana della domenica, su base volontaria. In Italia quel dibattito è chiuso da quattordici anni: il decreto “Salva Italia” del governo Monti, in vigore dal 1° gennaio 2012, ha liberalizzato totalmente gli orari commerciali, rendendo possibile l’apertura 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, comprese domeniche e festività. Il paradosso è che oggi, mentre la Francia discute se concedere l’apertura domenicale pomeridiana ai negozi, in Italia c’è chi  discute l’esatto contrario: se restringerla.

A gennaio 2026 il presidente di Ancc-Coop, Ernesto Dalle Rive, ha rilanciato l’ipotesi di una chiusura domenicale dei grandi punti vendita, stimando un risparmio tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro per l’intera GDO da una riduzione dei giorni di apertura da sette a sei. I sindacati sono da anni su questa linea, e persino Confesercenti, che nel 2011 vide nel Salva Italia una minaccia esistenziale per il piccolo commercio, oggi la rilancia sostenendo che la piena deregulation “non ha prodotto quel riequilibrio competitivo che prometteva” — i dati Istat di inizio 2026 mostrano infatti una grande distribuzione in crescita del 4,1% e un e-commerce al +4,6%, contro un +0,2% delle piccole superfici. La stessa domanda che agita la Francia oggi, l’Italia se la sta facendo da capo, quattordici anni dopo, con una risposta che va nella direzione opposta a quella richiesta da Palazzi.

Il secondo pilastro dell’intervista — la piccola distribuzione di prossimità come futuro del settore — è una tesi che la GDO italiana ha già testato, con know-how concreto, ben prima che Casino la scrivesse in un piano strategico. Diverse insegne hanno lanciato formati di quartiere: superfici ridotte, assortimento compatto, pronti da cuocere a vista, pensato esplicitamente per il cliente urbano che non vuole (o non può) fare la spesa settimanale in ipermercato. È con diversi  anni di anticipo su Casino. Non in un contesto di perdite operative e di controllo passato a Daniel Kretinsky dopo una crisi finanziaria profonda, come nel caso del gruppo francese.

Il terzo pilastro, forse il più citato del post — il 50% del fatturato dalla ristorazione da asporto entro dieci anni — è anch’esso un terreno su cui la GDO italiana ha già accumulato esperienza. Coop ha aperto Fiorfood, il suo “supermercato del futuro” con libreria, bistrot e linea gastronomica premium, il 3 dicembre 2015 a Torino: dieci anni prima del target che Casino si è data per la propria trasformazione. Esselunga ha seguito con un ristorante a marchio proprio, posizionato in una fascia più alta del classico “piatto caldo da asporto”. E i dati di settore confermano che la direzione presa da Palazzi è quella giusta, ma tutt’altro che nuova: secondo una ricerca Circana ripresa da ItaliaOggi, le opzioni di consumo fuori dal ristorante tradizionale — takeaway, drive-thru, consegna — rappresentano oggi il 43% della spesa totale nel foodservice, in crescita di sei punti percentuali rispetto ai livelli pre-Covid, con i retailer che ampliano l’offerta di pasti pronti mentre le catene di ristorazione sviluppano, all’inverso, linee di prodotto per il consumo domestico. È una convergenza tra GDO e ristorazione già in corso da anni, non un’intuizione che nasce con Renouveau 2030.

C’è anche un dettaglio minore nell’intervista che merita attenzione, perché tocca un tema su cui l’Italia ha una storia lunga e complicata: l’accessibilità ai centri città. Palazzi propone parcheggi-relè collegati a navette gratuite per facilitare l’accesso ai negozi di centro storico, in un paese dove le zone a traffico limitato sono molto meno diffuse che in Italia. Qui il confronto si rovescia parzialmente: le ZTL italiane, presenti in centinaia di città da Bologna a Firenze a Milano, sono spesso accusate dagli stessi commercianti di prossimità di allontanare la clientela motorizzata più che di proteggerla, ed è un dibattito — parcheggi scambiatori, navette, deroghe per i residenti — che le amministrazioni italiane affrontano da decenni senza una soluzione univoca. Anche su questo fronte, insomma, l’Italia non offre un modello vincente da esportare, ma un’esperienza già acquisita su tensioni che la Francia comincia solo ora a porsi in termini di policy nazionale.

C’è un elemento di contesto che rende la lettura ancora più interessante, e riguarda la credibilità della fonte, non la sostanza della tesi. Palazzi guida un gruppo — Casino — che ha attraversato una ristrutturazione finanziaria pesantissima, con la governance passata al miliardario ceco Daniel Kretinsky, una perdita operativa corrente di 56 milioni di euro nel primo semestre 2024 e la chiusura di decine di negozi Monoprix non rentabili. Quando un’azienda in queste condizioni annuncia che “il futuro della grande distribuzione è la piccola distribuzione”, la domanda onesta da porsi è se si tratti di una visione strategica autentica o della narrazione a posteriori di un ridimensionamento forzato: Casino chiude ipermercati e grandi superfici da anni, non per scelta visionaria ma per necessità di cassa, e il piccolo formato di prossimità — insieme alla ristorazione da asporto, meno capital-intensive dell’ipermercato tradizionale — è anche il modo più economico di restare presenti sul territorio con una rete che si sta comunque restringendo.

Questo non rende la tesi di Palazzi sbagliata. La crisi dell’ipermercato tradizionale, schiacciato tra discount in crescita e commercio di prossimità, è un fenomeno reale e europeo, di cui questo stesso blog si è occupato a proposito, accese,può,  di Auchan in Italia. Il punto è che l’Italia offre già un laboratorio a cielo aperto su tutte e tre le direttrici che Palazzi propone come priorità politiche per la Francia — orari liberalizzati, formati di prossimità, ristorazione integrata — con risultati non uniformemente positivi: la liberalizzazione totale degli orari non ha salvato il piccolo commercio come promesso nel 2011, e oggi lo stesso mondo cooperativo che allora si opponeva a quella liberalizzazione la sta rimettendo in discussione. 

Prima di chiedere ai candidati alle presidenziali di aprire un dibattito, forse vale la pena che il gruppo Casino guardi a cosa è già successo, un decennio prima e mille chilometri più a sud, quando le stesse ricette sono state messe in pratica.

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