Il 26 giugno 2026, NIdiL CGIL ha lasciato il tavolo convocato da Confcommercio, Conftrasporto e AssoDelivery per il rinnovo del CCNL dei rider del food delivery. La UILTemp non partecipava già all’ultima riunione. Tre i motivi dichiarati: nessuna apertura sulla subordinazione per chi lavora con continuità, nessun passo avanti sui compensi oltre il cottimo, nessuna tutela nelle giornate di stop per il caldo estremo. Resta la CISL. Questa lettura è comprensibile. Ed è sbagliata — non nei valori che esprime, ma nelle conseguenze che produce.
Il punto pregiudiziale su cui CGIL e UIL hanno scelto di uscire è la subordinazione: le piattaforme non la riconoscono, il contratto non la affronta, il tavolo è quindi impraticabile. È una posizione coerente con una visione del diritto del lavoro che colloca il rider continuativo tra i lavoratori subordinati — visione supportata dalla giurisprudenza, dalla direttiva europea sul lavoro tramite piattaforma e dall’indagine della Procura di Milano su Glovo-Foodinho e Deliveroo. Ma la realtà del food delivery non è composta solo da rider continuativi che lavorano ogni giorno per una sola piattaforma. È composta anche da lavoratori genuinamente autonomi: studenti che consegnano il sabato, persone che integrano un reddito principale con turni saltuari, lavoratori pluricommittenti che non si riconoscono nella categoria del dipendente e non vogliono esserlo. Un contratto che ignora questa fascia — o che la tratta come un problema da eliminare per via contrattuale — non è un contratto completo. È un contratto per una parte del settore che lascia senza regole l’altra.
Questa non è solo una constatazione sociologica: è una domanda che viene dai lavoratori stessi. Un rider iscritto alla CISL, favorevole alla prosecuzione del negoziato, lo ha detto con una chiarezza che vale la pena riportare: «La flessibilità non è qualcosa che qualcuno sta imponendo ai rider. È ciò che migliaia di rider ci chiedono di difendere». E ancora: «L’obiettivo non è scegliere tra autonomia e tutele, ma costruire un contratto che unisca entrambe: sicurezza, rappresentanza, compensi più equi, formazione e diritti collettivi, mantenendo la possibilità di decidere quando lavorare». Si può discutere se questa preferenza per l’autonomia sia pienamente consapevole o in parte indotta da anni di inquadramento come autonomi che ha normalizzato l’assenza di tutele. È una domanda legittima. Ma un sindacato che decide di risponderci uscendo dal tavolo — invece di restare e costruire un contratto che quella preferenza rispetti senza abbandonare chi invece ha bisogno di tutele subordinate — non sta ascoltando i lavoratori. Sta decidendo per loro.
La storia del contratto rider in Italia è la storia di questa mancanza di realismo. Nel settembre 2020, AssoDelivery aveva firmato con UGL un CCNL che inquadrava tutti i rider come lavoratori autonomi — senza distinzioni, senza gradazioni, senza norme per chi lavorava con continuità. I confederali lo avevano contestato come illegittimo. Il Tribunale di Bologna aveva accolto il ricorso per condotta antisindacale, dichiarando l’illegittimità dell’accordo. Nel 2021, Just Eat aveva percorso la strada opposta: accordo con CGIL, CISL e UIL, inquadramento subordinato con riferimento al CCNL Logistica. È l’unica grande piattaforma che applica un contratto subordinato. Ma è anche la piattaforma che ha perso quote di mercato negli anni successivi, in parte per i costi strutturali di quel modello in un settore dove la concorrenza si fa anche sul margine operativo. I due estremi — autonomia pura con UGL, subordinazione con CGIL-CISL-UIL — non hanno prodotto né uno standard né una soluzione stabile. Hanno prodotto frammentazione.
Un contratto collettivo maturo per il food delivery dovrebbe contenere entrambe le figure e regolarle entrambe con precisione. Per i rider che lavorano con continuità, in modo ordinario, con una sola piattaforma come committente prevalente: riconoscimento della natura etero-organizzata del rapporto, con le tutele che ne derivano — malattia, infortunio, continuità reddituale nelle giornate di stop, contribuzione previdenziale adeguata. Per i rider genuinamente autonomi, pluricommittenti, occasionali: equo compenso che non si riduca al cottimo sulla singola consegna, paga oraria che remuneri anche i tempi di attesa, copertura assicurativa obbligatoria, norme di sicurezza. Non è una soluzione semplice da negoziare. È la soluzione giusta, perché corrisponde alla realtà di un settore che non è omogeneo e non può essere trattato come tale.
Ed è qui che la scelta di CGIL e UIL di uscire dal tavolo diventa difficile da difendere sul piano degli effetti concreti. Restando al tavolo, avrebbero potuto spingere per una struttura contrattuale a doppio binario — subordinazione per i continuativi, equo compenso rafforzato per gli autonomi — e fare pressione perché i criteri di distinzione tra le due categorie fossero definiti in modo rigoroso, coerente con le indicazioni della Procura di Milano e con i parametri della direttiva europea. Uscendo, lasciano quel campo alla CISL — e, molto probabilmente, all’UGL, che si affiancherà alla firma, un minuto dopo come prevede la liturgia, per ampliare la copertura formale dell’accordo. Un CCNL firmato da Confcommercio, AssoDelivery e CISL, con l’UGL che converge in una fase successiva sul testo raggiunto — con la CISL che garantisce la rappresentatività comparativa e l’UGL che amplia la base — sarà molto difficile da contestare sul piano giuridico. Soprattutto se i suoi contenuti risponderanno ai criteri che la Procura di Milano ha individuato come discriminanti nello sfruttamento lavorativo: compenso minimo per ora lavorata, copertura assicurativa, norme di sicurezza, qualche forma di continuità reddituale.
La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario di Glovo-Foodinho e Deliveroo non perché manchi un CCNL, ma perché il modello organizzativo concreto di quelle piattaforme corrisponde, nei fatti, a un rapporto etero-organizzato che le aziende classificano come autonomo. Un contratto che introduca tutele minime — anche senza risolvere la questione della subordinazione — riduce lo spazio di quella contestazione. Non lo elimina, perché la qualificazione del rapporto non dipende dal CCNL applicato ma dalle modalità concrete di svolgimento della prestazione. Ma lo restringe. E chi lo firmerà potrà difendersi dicendo di aver applicato un contratto collettivo vigente, negoziato con organizzazioni rappresentative, approvato in un contesto istituzionale regolare. Quella difesa sarà più solida se al tavolo c’è la CISL e se l’UGL converrà, in una fase successiva, sul testo raggiunto. E più solida ancora se i contenuti del contratto includeranno elementi che la giurisprudenza considera rilevanti.
C’è infine la questione della coerenza istituzionale di Confcommercio — che vale la pena riprendere, anche se non cambia la valutazione sulla scelta di CGIL e UIL, né la decisione di Confcommercio di proseguire nel negoziato. Nelle scorse settimane, le tre confederazioni hanno presentato a Confcommercio una piattaforma unitaria per un accordo quadro interconfederale su rappresentanza, contrattazione e salari. Confcommercio la riceve unitariamente e contemporaneamente prosegue il tavolo rider con una sola confederazione. La contraddizione è reale. Ed è documentata in modo preciso dalla stessa UILTemp — il che non è scontato, e va sottolineato. La segretaria generale Lucia Grossi ha messo a verbale che nel percorso interconfederale sulla rappresentanza «era stata condivisa la necessità di affrontare il lavoro dei rider e, più in generale, il lavoro tramite piattaforma nella sua complessità, superando una lettura limitata al solo lavoro autonomo». Non è una lamentela generica: è la registrazione di un impegno assunto da Confcommercio in quella sede e poi disatteso in questo tavolo, mentre i due negoziati erano ancora aperti in parallelo. Una UIL che documenta la contraddizione dell’interlocutore invece di limitarsi a denunciare la propria esclusione sta facendo un lavoro sindacale più preciso del solito. Peccato che quella documentazione sia stata usata per uscire invece che per restare e negoziare. Le relazioni industriali non funzionano per coerenza geometrica, e un accordo quadro sulla rappresentanza non può significare che da quel momento in poi non debbano gestirsi contraddizioni nel merito dei singoli rinnovi. Ma la risposta a una contraddizione dell’interlocutore non è abbandonare il tavolo: è restare e usarla come leva. Chi esce non ha più leve. Chi resta — anche in posizione minoritaria — mantiene la capacità di influenzare il testo, di introdurre norme che poi diventano standard, di costruire il precedente su cui si lavora nel rinnovo successivo.
Cosa succede adesso è prevedibile. Se non subentreranno fatti nuovi, la CISL continuerà a negoziare. L’UGL seguirà nella firma. Il contratto che ne uscirà sarà probabilmente più avanzato del CCNL UGL del 2020 — perché Confcommercio ha interesse a produrre qualcosa di difficilmente contestabile. Nel frattempo i rider continuativi di Glovo, Deliveroo e Uber Eats lavoreranno con un contratto che non li profila come lavoratori subordinati, perché le organizzazioni che avrebbero potuto ampliare e negoziare quella tutela hanno scelto di non farlo al tavolo, ma semmai in altre sedi. È una scelta comprensibile come posizione di principio. Come strategia per i lavoratori che si vogliono rappresentare, è difficile comprenderla.



